Ero in guerra ma non lo sapevo: recensione del film di Fabio Resinaro

Ero in guerra ma non lo sapevo racconta gli ultimi giorni di vita del gioielliere Pierluigi Torregiani, ucciso il 16 febbraio 1979 dal gruppo terroristico P.A.C. L’Italia nel pieno degli anni di piombo segue questa vicenda con morboso interesse trasformando le persone coinvolte in strumenti di propaganda politica. A partire dal libro autobiografico omonimo di Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi e vittima sopravvissuta all’attentato al padre con gravi ferite, il regista Fabio Resinaro cerca di spogliare la vicenda delle implicazioni storico politiche per restituire agli spettatori la storia personale della famiglia Torregiani. Il lungometraggio prodotto da Rai Cinema ed Eliseo è al cinema dal 24 al 26 febbraio 2022.

La storia dell’omicidio Torregiani in Ero in guerra ma non lo sapevo

Milano, è il 22 gennaio 1979 quando Pierluigi Torregiani si reca con la figlia Marisa a una cena di lavoro. Nel locale fa irruzione un gruppo di rapinatori, quando uno di questi punta l’arma verso Marisa, Torregiani reagisce scagliandoglisi addosso. Il gesto avventato dà il via a una sparatoria che provoca diversi feriti, tra cui lo stesso Pierluigi, e morti tra rapinatori e clienti. La vicenda finisce su tutte le prime pagine dei giornali e Torregiani viene dipinto come un giustiziere borghese. La tensione politica dell’epoca lo trasforma in un obbiettivo del P.A.C., gruppo terrorista guidato da Cesare Battisti. Torregiani e la sua famiglia iniziano a ricevere minacce di morte vedendosi costretti ad accettare la scorta della polizia, inizialmente rifiutata dal gioielliere. Le intimidazioni, tuttavia, non si fermano iniziando a colpire ogni membro della famiglia e condizionando ogni aspetto della loro vita, il lavoro come i rapporti umani. Pierluigi Torregiani cerca disperatamente di aggiustare quanto si è rotto nella sua quotidianità, come se si trattasse del meccanismo di un orologio che deve riparare, ma involontariamente egli è diventato parte di un sistema più grande di lui che non può né controllare né cambiare.

L’oscurità di un passato prossimo celata dietro un ritratto umano

Torregiani non è un eroe e il regista Fabio Resinaro è attento a non trasformare il personaggio, ispirato alla persona, in una vittima sacrificale, un simbolo perfettamente collocabile in una retorica sociopolitica. No, il personaggio interpretato da Francesco Montanari è un contestatore. Egli ha sempre mantenuto il controllo della sua vita, abituato a nascondere le proprie debolezze dietro una maschera d’arroganza, si rifiuta di essere rappresentato dalla stampa come ciò che non è. Un uomo testardo, incapace di farsi aiutare, impudente nei confronti anche di chi lo ama; il ritratto di Torregiani è quello di un uomo contraddittorio, quello di un padre e un marito amorevole, ma incapace di mostrare affetto se non attraverso gesti materiali, convinto che mostrare le sue paure lo renda debole allontana così la sua famiglia. Egli non è né un giustiziere né un martire, ma un uomo che si rifiuta di essere vittima delle circostanze.

I contorni di questa storia rammentano le tragedie greche dove gli eroi cadevano vittima del peccato di hybris. Pierluigi Torregiani è un orologiaio oltre che un gioielliere, il suo lavoro è aggiustare un oggetto che tecnicamente e metaforicamente controlla il nostro tempo, le nostre giornate, la nostra vita. Esperto conoscitore di questi ingranaggi, egli si è sempre mosso nel mondo con la consapevolezza di qual era il suo ruolo fino a che questo non gli viene sottratto. I meccanismi dell’orologio della sua vita si inceppano e senza riuscire a ripararli egli sceglie di resistere agli eventi inarrestabili che si susseguono davanti ai suoi occhi. Torregiani guarda dall’alto e con attenzione i meccanismi di un orologio in pezzi così come noi vediamo la sua macchina muoversi dall’alto, minuscola, per le strade di una Milano a lui sempre più ostile.

Il capoluogo lombardo di quarantatré anni fa è ritratto dalla fotografia di Paolo Bellan cupa, dai colori accentuati, saturi, che intensificando il manierismo della messa in scena. La casa, la gioielleria, le strade di Milano, ogni ambiente che vediamo avvolge i personaggi della storia imprigionandoli in metaforici vicoli senza uscita. Sempre osservati, scrutati, Torregiani e la famiglia iniziano a vivere con sospetto gli spazi in cui si muovono.

I limiti del lungometraggio risiedono negli eccessi di Ero in guerra ma non lo sapevo. Il desiderio di raccontare la storia personale di Torregiani rimuovendola dal contesto che l’ha narrata nel passato ha prodotto una sceneggiatura eccessivamente didascalica che cerca di evitare il contesto storico degli anni di piombo il più possibile, ma allo stesso tempo sceglie di utilizzare brevi filmati d’archivio a supporto degli eventi, una decisione, quest’ultima, la quale rende difficile non pensare alla complessità del periodo storico in cui questa tragica vicenda avvenne.

Ero in guerra ma non lo sapevo si ispira ai polizieschi degli anni Settanta e agli wester mentre tratteggia il destino impietoso di un uomo che non voleva arrendersi a un sistema pronto a usarlo come bersaglio.

In occasione dell’anniversario della sua morte il lungometraggio verrà trasmesso in prima serata su Rai uno il 16 febbraio 2022.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 3.5

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