Drive my Car: recensione del film premio Oscar di Ryūsuke Hamaguchi

Con Drive my Car Ryusuke Hamaguchi espande la portata del racconto di Murakami, dando forma a un dramma intimo e potente. 

Una macchina rosso sangue si muove tranquilla per le strade metropolitane del Giappone. È la Saab 900 di Yusuke Kafuku, protagonista di Drive my Car. L’uomo si sposta di corsia in corsia, gira, si ferma e prosegue il suo tragitto. La camera riprende il suo vagare dall’alto, distante, nascosta, mentre una registrazione viene ascoltata come una voice over. Suono e immagine viaggiano distanti ma paralleli, il gioco tra uno e l’altro è uno dei punti cardine del film di Ryusuke Hamaguchi. Un gioco intrigante che ci riporta alla mente la scena iniziale de Il vento ci porterà via di Abbas Kiarostami. Ma non è la sola influenza che riscontriamo nelle battute iniziali del film di Hamaguchi. I corpi nudi dei protagonisti, ripresi nella penombra della loro casa e la schiena di Oto, moglie di Yusuke, il cui volto viene celato per un po’. Sono momenti che ci riportano indietro, alla Nouvelle Vague.

Tuttavia, Drive my Car trae la propria forza dal racconto omonimo di Haruki Murakami, contenuto in Uomini senza donne. È un piccolo racconto se comparato ad una sceneggiatura, e Ryusuke Hamaguchi ne dilata ampiamente i tempi. Il regista costruisce una città laddove prima c’era un piccolissimo paesino. Il film, premiato agli Oscar per il Miglior film internazionale, è un’epopea drammatica alla ricerca di sé stessi e alla comprensione del proprio dolore. Ma sarebbe fin troppo semplicistico racchiudere Drive my Car entro i confini di questa semplice descrizione. Questo perché nel film sono presenti un’infinità di sottotesti, alcuni celati altri no, che amplificano la portata e il messaggio; di certo non basta una visione per comprendere appieno un’opera così complessa. Niente è lasciato al caso nel racconto di Yusuke Kafuku e delle persone intorno a lui.

Drive my Car e la storia di Yusuke e Oto

Drive my Car - Cinematographe.it

Yusuke Kafuku (Hidetoshi Nishijima) è un attore e regista teatrale, e come tale è diventato famoso per i suoi spettacoli avanguardistici: vengono recitati in più lingue da attori e attrici di varie parti del mondo. L’uomo è sposato con Oto (Reika kirishima), una sceneggiatrice. I due sembrano condividere un amore passionale, vero, profondo, ma quando una serie di coincidenze riporteranno Yusuke a casa prima del previsto scoprirà il tradimento della moglie. Eppure, profondamente innamorato di Oto, l’uomo non dirà nulla. L’incertezza, il dubbio, la rabbia e la frustrazione rimarranno latenti nel regista, perché non potrà più parlare con la moglie dopo che questa morirà all’improvviso per un aneurisma cerebrale.

Passano due anni, e Yusuke in uno stato di apatia si trasferisce temporaneamente a Hiroshima per dirigere un nuovo spettacolo di Zio Vanja di Chekhov; lo stesso che stava preparando alla morte di Oto. Qui incontrerà vari personaggi che lo aiuteranno nel suo percorso di accettazione, di scoperta del proprio dolore e dell’inesorabilità del tempo. In questa lunga camminata avanti e indietro dal lavoro a casa lo porterà a condividere momenti con la giovane Misaki (Tôko Miura) la sua autista, l’amante della moglie (Masaki Okada) e una delle attrici dello spettacolo affetta da mutismo. Un insieme eterogeneo di figure, ognuna incarnante un aspetto differente del trauma di Yusuke. Come dicevamo, in Drive my Car niente è lasciato al caso, e ogni parola ha una valenza più ampia all’interno del racconto.

L’atto sessuale e la rinascita dello spirito

Drive my Car - Cinematographe.it

Drive my Car è un’opera che potrebbe spaventare i più nella sua maestosa durata di tre ore. La narrazione è agli antipodi della fluidità di montaggio dell’action. Lunghi silenzi e meticolosi dialoghi si alternano in una danza dilatatoria, dello spazio quanto del tempo. Ma non poteva essere altrimenti, perché lo scorrere delle ore, dei giorni e degli anni donano senso al percorso di Yusuke. Il finale unirà tutti i punti in una scena magistrale, in cui l’ambiente si fa specchio delle emozioni. Il rapporto tra il protagonista e Misaki è qualcosa di stupendo, eretto mattoncino su mattonino, poco a poco. La ragazza ha la stessa età che avrebbe avuta la figlia avuta con Oto e scomparsa molti anni prima. I due si uniscono nella costruzione del loro passato, aiutandosi a vicenda ad andare oltre al rammarico delle proprie scelte. Anche qui, è fino troppo semplicistico relegare una scrittura elegante come quella di Drive my Car a momenti così piccoli, ma non possiamo fare altrimenti.

Ryusuke Hamaguchi con il suo Drive my Car dà forma all’amore, a quel sentimento eterno in grado di sopravvivere alla morte. Non si può scappare dalla passione, soprattutto quando questa è stata forte come quella tra Yusuke e Oto. Al di là del tradimento, quello della donna è un semplice atto fisico slegato dalla pura unione che la lega al marito. I due intrecciano il loro rapporto con il lavoro: è la rinascita della creatività attraverso l’atto sessuale. L’orgasmo diventa così l’idea, la cura dal dolore. È solo così che Oto riesce a scrivere le proprie opere dopo l’apatia che l’ha colpita alla morta della figlia. Purtroppo, dopo l’atto non ricorda ciò che ha detto, e sarà proprio Yusuke ad aiutarla. Un rapporto carnale ed emotivo in toto, completo nel suo farsi fulcro di una rinascita sotto più aspetti.

Drive my Car - Cinematographe.it

Allo stesso modo l’uomo ha l’abitudine di ripetere le battute degli spettacoli nella sua auto, attraverso una musicassetta in cui è registrata la voce della moglie. La stessa cassetta che non lo abbandonerà fino alla fine del film. A tal proposito, la Saab 900 si fa metafora del viaggio, come una navicella all’interno un wormhole. Non solo, sarà interessante osservare anche il cambio di guidatore: all’inizio è il sole Yusuke a guidare l’auto, mentre successivamente sarà Misaki. All’interno dell’auto si avverte un ribaltamento: alla guida del protagonista essa ne incarna i dubbi e il dolore, mentre quando a guidarla è la ragazza Yusuke li elabora.

Ryusuke Hamaguchi e il suo gioco di luci e ombre, silenzi e parole

Hidetoshi Nishijima - Cinematographe.it

L’opera di Hamaguchi prende forma su una bellissima e sudante struttura intertestuale. Lo spettacolo di Chekhov, le storie di Oto, il passato di Misaki e il linguaggio dei segni di Lee Yoo-na (Park Yu-rim) raccontano altre storie e la stessa storia insieme. Molto si intreccia con il turbamento di Yusuke e altro dà forma ai personaggi. Drive my Car è un insieme di storie all’interno di una storia. La più intrigante è quella della studentessa raccontata da Oto, e di cui il protagonista avrà piena consapevolezza solo più avanti. Con Drive my Car siamo difronte ad una complessità narrativa che ne giustifica la durata e la dilatazione.

L’immagine, ripresa attraverso l’occhio attento di Hamaguchi, si fa metafora dell’emozione in un gioco di luci e ombre. Ed è proprio la notte il luogo massimo dell’espressione del regista, in cui le scene sono intervallate da colori rossi e gialli, sgargianti nell’oscurità del cielo. La frenesia della città rimane quasi statica, lontana, eppure le riprese ci ricordano un maestro come Yasujiro Ozu; lasciamo al Tokyo-Ga di Wim Wenders l’analisi dell’opera del regista. Detto ciò, Drive my Car vanta una costruzione filmica impeccabile, dove suoni e parole, immagini e montaggio si fondono senza soluzione di continuità. L’opera filmica si fa ancora una volta volto e metafora dell’emozioni umani, nella scrittura quanto nelle riprese.

L’acqua dell’isola in cui risiede Yusuke durante le prove dello spettacolo lasciano il posto alla neve dell’Hokkaido in cui Misaki ha perso la madre. La forma liquida dell’acqua e quindi lo scorrere informe del tempo si tramuta nella solidità del ghiaccio, della neve quando i due personaggi raggiungono la loro catarsi. Il film di Hamaguchi è questo e tanto altro.

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Regia - 5
Sceneggiatura - 4.5
Fotografia - 5
Recitazione - 4
Sonoro - 5
Emozione - 4.5

4.7

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