Downton Abbey II – Una nuova era: recensione del film con Hugh Dancy e Laura Haddock

Downton Abbey apre le porte su un raffinato sequel metacinematografico con una Maggie Smith in stato di grazia. Al cinema dal 28 aprile con Universal Pictures.

Fiera e imponente si erge Downton Abbey, ambigua nei silenzi imperanti dei suoi corridoi, protetta da mura maestose che ne trattengono i segreti e ne custodiscono le tradizioni
Tre anni dopo il primo capitolo, Downton Abbey, Simon Curtis riporta sullo schermo le vicissitudini dell’omonima serie televisiva con un sequel, Downton Abbey II – Una nuova era, bipartito: la tenuta, in fermento per i preparativi delle nozze, diventa il set di un lungometraggio sonoro, mentre un’improvvisa eredità rischia di minare l’equilibrio della famiglia e della contessa madre (Maggie Smith).
Con Maggie Smith, Hugh Dancy, Michelle Dockery, Laura Haddock, Nathalie Baye, Hugh Bonneville, Matthew Goode ed Elizabeth McGovern, Downton Abbey II – Una nuova era è al cinema dal 28 aprile con Universal Pictures.

Downton Abbey II – Una nuova era: una misteriosa eredità sconvolge gli equilibri della famiglia Crawley

L’amore giovanile tra un marchese di Montmirail e la contessa madre, Violet Crawley (Maggie Smith), rende in eredità alla famiglia la fastosa Villa de Colombes in Costa Azzurra. Il desiderio di scoprire qualcosa in più circa il misterioso passato della madre spinge Robert (Hugh Bonneville) ad intraprendere un viaggio nel Sud della Francia assieme alla moglie Cora (Elizabeth McGovern) e al genero Tom (Allen Leech). 
Nel frattempo la tenuta di Downton Abbey diventa, nelle fedeli mani di Lady Mary (Michelle Dockery), il set di un lungometraggio diretto dal regista Jack Barber (Hugh Dancy): l’incontro/scontro tra l’austera compostezza della famiglia e la viziata stravaganza della troupe diventa l’occasione per un’analisi più profonda del mondo cinematografico capace di restituire una credibile istantanea della transizione avanguardistica verso la nuova era.

L’eleganza sfiziosa del british mood per un sequel dove il cinema è protagonista

Frizzante, pungente, aristocratico, il sequel di Curtis rivitalizza l’aura seriosa e stantìa dei Crawley con un fantasioso double plot: il leitmotiv apparentemente primario — la misteriosa eredità — altro non è che l’espediente narrativo per concedere a Downton Abbey una potenziale eversione dagli austeri meccanismi che rischiano di confinarla nell’antiprogressismo. L’ironia elegante del british mood conferisce all’opera una condotta di seducente realismo che i personaggi dosano capillarmente per allietare il vezzo e stimolare il riso, complici fortuiti di un gioco metatestuale atto a definire le sorti del mondo cinematografico ritratto nella cesura epocale del suo passaggio al sonoro.

Nell’inesauribile coralità delle sue dinamiche, il secondo capitolo diretto da Curtis osteggia la dimensione puramente collettiva per concedere ai suoi abitanti di respirare in autonomia, di acquisire le misure del proprio solipsismo di fronte all’affacciarsi repentino di una nuova realtà. La potenziale, imminente perdita di prestigio investe la tenuta della responsabilità di adeguarsi ad un cambiamento necessario ad auspicare e derivare una soluzione più inclusiva come antidoto agli storici tabù.
Downton Abbey colma l’assenza nel compimento del suo ciclo vitale e, analogamente alle origini, tutto scorre, mutabile, nell’audacia delle sue lotte.  

Regia - 3
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 3
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 2

2.9

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