Dorian Gray: recensione del fantasy thriller con Ben Barnes

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Oliver Parker torna, nel 2009, dietro la macchina da presa con un adattamento cinematografico di un’opera che rappresenta un classico teatrale inglese, Dorian Gray. Dopo aver diretto l’Othello di William Shakespeare, Un Marito Ideale e L’Importanza di Chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, il regista non perde l’occasione di riproporre un caposaldo, emblema della corrente poetica a cui Wilde s’ispira, l’estetismo.

Dorian Gray è nato dalla penna di Oscar Wilde, con Il Ritratto di Dorian Gray, e rappresenta l’opera attraverso cui il poeta esprime la sua visione dell’arte e della vita, che deve essere appunto vissuta come un’opera d’arte. La vita deve essere il risultato di atti, pensieri e comportamenti artistici. Affinché questa massima venga rispettata, occorre far prevalere i sensi, ricercando il piacere (edonismo) attraverso uno stile di vita lussurioso, disinibito e disincantato.

Dorian Gray – Dorian offre la sua anima al diavolo per l’eterna giovinezza

Dorian Gray

Dorian, interpretato da un giovane Ben Barnes (reduce dal successo de Le Cronache di Narnia – Il Principe Caspian e Un Matrimonio all’Inglese), arriva nella Londra Vittoriana dopo la morte del nonno, da cui eredita un’immensa fortuna. Orfano sia di madre, morta di parto, sia di padre, morto ancora prima che lui nascesse, viene preso a cuore da tale Lord Henry Wotton (Colin Firth), artefice del suo decadimento spirituale, ed in seguito anche fisico.

L’arrivo a Londra rappresenta per il ragazzo l’inizio di una caduta, da cui non troverà più una via di fuga, e soprattutto di salvezza. Un tunnel che porterà solo alla morte, in cui parte della colpa è del pittore Basil Hallward (Ben Chaplin), che decide di immortalare la gioventù di Dorian e la sua bellezza in un ritratto. Tra le manipolazioni di Wotton e la giovinezza donatagli da Hallward, Dorian decide di offrire la sua anima al diavolo, stipulando un patto che gli permetterà la fanciullezza eterna, e quindi una sorta di immortalità.

Dorian Gray – Oliver Parker rimane abbastanza fedele all’originale

Dorian Gray

Nonostante le numerose differenze rispetto all’opera di Wilde, Parker dirige una trasposizione dai toni moderni e barocchi che non deludono, su una sceneggiatura, a cura di Toby Finlay, abbastanza fedele all’originale, in cui vengono cambiati solo alcuni elementi che non vanno ad intralciare la narrazione e la storyline di base.

Ben Barnes riesce sapientemente ad oscillare tra il bipolarismo di Dorian, apparendo come un ragazzo tranquillo e per bene all’inizio della pellicola, per poi sfociare nella malvagità e nel guizzo diabolico, reso perfettamente attraverso uno sguardo glaciale, che non lascia trasparire alcun tipo di emozioni. Intenso poi il ritorno al senso di colpa e alla volontà di redenzione alla fine del film, quando è possibile leggere chiaramente la disperazione nelle dilaniate espressioni facciali dell’attore.

Colin Firth interpreta il mentore di Dorian, Lord Henry Wotton, colui da cui inizia il dannato percorso peccaminoso del giovane. L’unica differenza tra l’allievo e il maestro, è che il primo trasforma in fatti ciò che il secondo si limita a dire solo con parole, idee, e teorie. Possiamo dire che, in questo caso, l’allievo ha di gran lunga superato il maestro. Firth, ancora una volta, dimostra le sue abilità e un certo comfort nel recitare in trasposizioni cinematografiche della letteratura inglese, ambientate nel corso dell’Ottocento.

La Londra Vittoriana rappresenta la decadenza dell’anima di Dorian

Dorian Gray

I luoghi della Londra Vittoriana in cui si muove Dorian sono specchio della sua anima che diventa sempre più marcia. Da una fotografia, curata da Roger Pratt, e una Londra che sembrano incontaminate, chiare, brillanti e sfarzose, si passa lentamente ai quartieri più malfamati, alla Londra criminale e corrotta, caratterizzata da atmosfere scure e quasi horror. Lo spettatore si sente totalmente proiettato all’interno di questo ambiente, tra il lusso e la povertà, tra la purezza e il peccato, reso anche grazie al punto di vista contaminato del protagonista.

Una differenza sostanziale, rispetto all’opera letteraria, è l’animazione del dipinto, che possiede vita propria. Molti potrebbero non apprezzarlo, ma la caratterizzazione grottesca del ritratto, inversamente proporzionale alla vita di Dorian, è fortemente simbolica e, da una parte, anche esplicativa. Mentre Dorian continua a dimostrare 20 anni, nonostante ne abbia 50, il quadro invecchia. Più commette peccati, rendendo ancora più marcia la sua anima, più il Dorian del ritratto diventa mostruoso e orribile, quasi come fosse Satana. Concettualmente tutto ciò era, ovviamente, reso nel libro, ma, mostrarlo dal punto di vista pratico, dà alla storia quell’impatto visivo e significativo di cui era carente.

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