Doctor Who: recensione della nona stagione

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Non serve che vi dica chi sia il Dottore, né di cosa parli la sua serie, Doctor Who appunto.
Dopo un’ottava stagione molto buona, ma forse ancora un po’ acerba per il nuovo Dottore, il Dodicesimo, interpretato da Peter Capaldi, le aspettative verso la nona si sono alzate considerevolmente. Dopo il season opening dal grande impatto visivo ed emotivo composto dai primi due episodi, intitolati The Magician’s Apprentice e The Witch’s Familiar, l’idea di una svolta tutta nuova si è pian piano insinuata nelle menti dei fan di Doctor Who. E a stagione finita, tirando le somme, il commento che ne viene fuori è più che positivo. Vediamo perché.

Anzitutto, strutturalmente parlando, in questa nuova stagione si è tornati a vedere episodi doppi; episodi, cioè, la cui trama verticale si dipana in due puntate. Questi tipi di serial, se così vogliamo chiamarli, non li si vedevano dai tempi della sesta stagione (tralasciando i finali di stagione) con Matt Smith. In questa maniera, l’intera stagione si è rivelata decisamente diversa dalla precedente non solo per la novità strutturale, ma anche perché, avendo ridotto il numero di storie vere e proprie, c’è stato il tempo per approfondire alcuni aspetti rimasti nell’ombra e realizzare episodi dalla grande carica emotiva. Nei primi due, ad esempio, avevamo ritrovato il grande nemico del Dottore, Davros, e avevamo scoperto in che modo Missy fosse riuscita a fuggire via incolume in Death in Heaven, finale di stagione precedente. Inoltre erano state gettate le basi sulla trama orizzontale di stagione: ricordate le domande che ci eravamo posti nella nostra recensione del season opening? (Secondo voi, quale sarà l’elemento di trama orizzontale che ci accompagnerà? I piani malvagi di Missy? La riscoperta di Gallifrey? Il Testamento del Dottore? O il suo passato?)
Con Under the Lake e Before the Flood, episodi 4 e 5, ci troviamo di fronte ad un thriller incredibilmente affascinante. Ciò che rende queste due puntate convincenti sono vari fattori: prima di tutto una trama wibbly wobbly timey wimey, in cui le leggi del Tempo e i paradossi temporali sono spiegati attraverso un paradosso di predestinazione degno di qualsiasi altro episodio di genere; poi la sinergica interazione tra i personaggi ed in particolare l’evoluzione di rapporto fra il Dottore e Clara Oswald: tra i due si respira una nuova aria, meno equilibrata del solito se si pensa all’estrosità del personaggio interpretato da Jenna Coleman. Ora Clara sembra aver perso un po’ l’indole da dominatrice della coppia per mutare in una vera e propria spalla. Ma andiamo avanti.
La svolta di stagione avviene nelle puntate 6 e 7, The Girl Who Died e The Woman Who Lived. Due episodi dalla trama apparentemente discinta, si concatenano grazie all’introduzione di un personaggio chiave di tutta la stagione: Ashildr, interpretata da Maisie Williams, l’Arya Stark di Game of Thrones. Il tragico sacrificio della ragazza per salvare il proprio villaggio è la scintilla che ricorda al Dottore il motivo del suo volto: Peter Capaldi, infatti, ha già interpretato in un episodio della quarta stagione un pompeiano che viene salvato dal Dottore, sotto insistenza della companion di allora, Donna Noble, durante l’eruzione del Vesuvio. Un flashback di Ten (David Tennant) e Donna (Catherine Tate) servono a ricordare al Dottore il perché di quella faccia e che, per una volta, le regole del Tempo possono essere tralasciate pur di salvare una vita innocente. Ed è qui che Ashildr viene riportata in vita come ibrido, metà umana e metà Mire, d’ora in poi una creatura immortale destinata all’eternità. La ritroviamo quindi in The Woman Who Lived secoli dopo. Ora è una donna completamente cambiata pur non nelle fattezze fisiche: la sua missione è quella di sorvegliare il Dottore. Ma a che pro?

Con The Zygon Invasion e The Zygon Inversion ritroviamo dei personaggi molto amati sin dallo speciale del 50° Anniversario: Osgood e Kate Stewart, figlia del Brigadiere e capo della UNIT. Questi due episodi non sono altro che un sequel delle vicende di quella puntata speciale. Come molti ricordano, infatti, sul finire di The Day of The Doctor, umani e Zygon avevano imparato a vivere assieme mantenendo così la pace tra le due razza sulla terra. Ora, una fazione estremista minaccia di distruggere questo equilibro portando allo scoperto gli Zygon nascosti tra la popolazione umana. Questi due episodi, visti al di fuori dal contesto Doctor Who, ci appaiono come un’accusa sociale e politica a ciò che viviamo tutt’oggi: una comunità minacciata da una gruppo radicale. Il monologo finale del Dottore è una rabbiosa, ma commovente preghiera verso il sovversivo: traendo esperienza dagli orrori della Guerra del Tempo, il Dottore sprona al perdono e soprattutto al dialogo come unica forma di pace e convivenza. Una metafora della nostra attualità perfettamente incastonata in uno show tutt’altro che politico.
Sleep no more è l’unico episodio a se stante della nona stagione di Doctor Who. Scritto da Mark Gatiss è, dopo un’attenta visione, un esperimento ben riuscito. La vicenda non viene risolta dal Dottore, i quali lascia il laboratorio Le Verrier su cui era intrappolato assieme a Clara. L’episodio spicca di una regia e fotografia magistrali e mai visti nel NewWho: piani sequenza, inquadrature in prima persona, spesso amatoriali e come se fossero camera alla mano. Sleep no more è una perfetta rottura della quarta parete.

Un episodio tanto insolito prepara lo spettatore al trittico finale: Face The Raven, Heaven Sent ed Hell Bent.
In Face The Raven ritroviamo Ashildr che, attirato con l’inganno il Dottore, decide di non salvare Clara la quale, avendo scambiato il countdown per salvare Rigsy da morte certa, cade vittima della stessa trappola mortale. Il Dottore, costretto a cedere la chiave del Tardis a Me, pseudonimo di Ashildr, viene esiliato in un posto misterioso. Il luogo è protagonista di Heaven Sent: un castello posto su una minuscola isola solitaria in mezzo al mare. Questa fortezza inespugnabile è la prigione creata esclusivamente per il Dottore affinché egli confessi. Ma cosa?
Finalmente le carte in tavola si scoprono: le informazioni bramate sono quelle sull’ibrido e il Dottore è l’unico ad averle. Dopo un infinito loop che strizza l’occhio a Groundhog Day (Ricomincio da capo) con Bill Murray, il Dottore torna a casa: Gallifrey.
Il finale di stagione è tanto maestoso quanto ben giocato e chiude il cerchio. Il Dottore era stato mandato proprio da Rassilon nel Confession Dial, la prigione, per ottenere informazioni sull’ibrido. Questi, secondo un’antica profezia, sarebbe l’incrocio tra due razze guerriere.
Ma quali? Time Lord e Dalek? No, perchè questi ultimi non cederebbero mai la loro purezza assoluta. Time Lord ed esseri umani? È forse il Dottore stesso l’ibrido? Forse: nel film del 1996 si fa, infatti, riferimento ad un Dottore metà Time Lord e metà umano (da parte di madre).
La risposta si celerebbe dietro una terza opzione: e se per ibrido si intendessero due persone la cui potenza conviviale sia talmente forte da essere distruttiva?
La matassa si sbriglia: è Missy a dare il numero del Tardis a Clara in The Bells of Saint John, è Missy a spingere Clara dal Dottore. Perché? La sua sarebbe ovviamente una mossa strategica atta alla realizzazione della profezia. Il Dottore, che ha trascorso tanto tempo con la ragazza impossibile, stravolge le regole del Tempo solo per salvare la compagna dall’oblio inevitabile del Corvo mortale. Se così fosse, capiremmo il contropiano di Ashildr. Non solo, capiremmo perchè proprio Clara: una giovane donna dalla spigliata intelligenza ed arroganza; una donna irriverente, ma quasi ossessiva, perspicace ma lunatica, insomma una donna difficile, dai molti difetti e per questo perfettamente caratterizzata. Il personaggio interpretato da Jenna Coleman è riuscito a fratturare il fandom di Doctor Who creando una Civil War tra i fan del Dottore. L’idea di una companion che fosse alla pari del protagonista certo non è andata giù a molti fan, eppure dopo un finale del genere si comprende perchè Clara abbia avuto bisogno di un’essenza del genere.
Peter Capaldi, d’altra parte, non è certo passato inosservato, ma si è imposto in tutta la sua magnificenza come Dottore assoluto. Non che non questa ultima frase voglia imporre il giudizio, ma il Dottore di Capaldi si è rivelato come una summa di tutte le incarnazioni precedenti pur dandone del suo; volendo legarlo ai nuovi Dottori ricordiamo l’empatia del monologo in The Zygon Inversion come il Nono Dottore appena uscito dalla guerra, la curiosità, l’ironia e la bellezza dell’Undicesimo Dottore o ancora il Dottore Vittorioso de L’Acqua di Marte.
L’attore inglese è straordinariamente calato nella parte e sembra esser nato per quel ruolo: gli sguardi, le movenze, i toni di voce sono il perfetto ritratto di un personaggio diventato ormai immortale. Peter Capaldi è più che mai il Dottore.

La nona stagione di Doctor Who ha soddisfatto le più alte aspettative: episodi incalzanti, rimandi al passato e alla serie Classica, grandi novità (come gli occhiali sonici), una colonna sonora sublime composta dal solito Murray Gold, interpretazioni magistrali, risposte a vecchie domande, nuovi interrogativi, il commovente, ma al tempo stesso shockante e diverso addio di Clara Oswald, l’ironia e la sperimentazione di nuove vie. Insomma il miglior Steven Moffat dai tempi della quinta stagione.
È questo che vogliamo continuare a vedere in Doctor Who: la costante mescolanza tra vecchio e nuovo in una spirale di creatività e logica.

Il prossimo appuntamento con Doctor Who è fissato per il giorno di Natale con lo Speciale Natalizio. Con il Dottore ritroveremo una vecchia conoscenza: River Song!

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