Constantine, il film: recensione

John Constantine è un uomo comune, non ha super poteri nè una morale particolarmente spiccata. E’ cristiano, ma lo è per forza di cose, ha conosciuto la morte e l’Inferno in quanto suicida da giovane, è perciò consapevole dell’esistenza dell’aldilà, ma ciò non implica che egli abbia fede, come puntualizza il mezzo angelo androgino Gabriele. Il suo destino è quello di finire all’Inferno ed è per questo che cerca di riconquistarsi un posto in Paradiso usando la magia e l’astuzia, per scacciare i demoni malfattori dalla Terra. La trappola in cui si trova lo porta ad essere cinico e sprezzante, ma l’entrata in scena del detective Angela Dodson, in cerca di aiuto per risolvere il caso della gemella morta per evidente suicidio, gli fornisce la possibilità di riscattare la propria anima. Con un tumore ai polmoni in stadio terminale e l’alito di Lucifero (Lou per gli amici) sul collo – per non parlare dell’incombente nascita del figlio di Satana, Mammon – Constantine sacrifica la propria vita perché sia Lucifero stesso ad intervenire per placare le mire espansionistiche del figlio. E’ il sacrificio che lo definisce come vero cristiano, e in quanto tale degno del Paradiso, ma Lou lo lascia in vita  perché si possa macchiare nuovamente e finire tra le sue grinfie.

Constantine inginocchiato sopra il mezzo demone Baltazar.

Constantine pratica l’estrema unzione su Baltazar per farlo parlare.

Come in tutte le trasposizioni intermediali – in questo caso da fumetto a film (vd. Hellblazer, edito Vertigo) – si pone subito la questione fedeltà, tradita o meno. In questo caso si riscontrano modifiche più o meno incisive su tutto l’impianto narrativo: dall’apparenza fisica (da biondo a moro), alla fede perseguita (da una compresenza di religioni, all’esclusività cristiana, molto american), fino all’ integrità e alla coerenza del personaggio che sul finale, a polmoni sani, non accende sprezzante l’ennesima sigaretta (o “chiodo di bara“), bensì mastica una chewing gum. Questa scelta stilistica più di tutte le altre ha fatto infuriare i puristi del fumetto, che per il resto non possono lamentarsi eccessivamente. Tutte le scelte narrative risultano necessarie per non disperdere la struttura della storia, che appare così più inquadrata in termini di marketing. Cristopher Vogler – autore di The writer’s journey, il vademecum degli sceneggiatori hollywoodiani classici – si sarebbe compiaciuto nel vedere rappresentato così letteralmente ciò che lui definisce il “richiamo all’avventura“, ossia lo snodo narrativo che genera l’esigenza principale di qualsiasi racconto: la ricerca di una risposta. Subito dopo il sussurro della sorella suicida, la stanza del detective Dodson si riempie degli squilli di tutti gli apparecchi telefonici presenti.

Lucifero intento a parlare

Lucifero scambia quattro chiacchere con Constantine

Sotto un’ottica prettamente registica, Francis Lawrence ci regala un impianto visivo fortemente fumettistico nelle inquadrature e nella caratterizzazione dei personaggi, dialoghi compresi. Non parliamo di un’immagine ibrida (come in Sin City, tra la sottigliezza cromatica e grandezza espressiva delle pagine del fumetto e l’immagine dinamica del cinema) ma troviamo angolazioni inusuali, come le riprese dall’alto in perpendicolo al cammino dei personaggi, o i dettagli in primissimo piano delle boccette di acqua santa. Il registro narrativo si conforma a quello fumettistico: battute sprezzanti e dialoghi non scontati. Sebbene, infatti, una trasposizione filmica implichi sempre una sintetizzazione degli eventi necessaria per calarsi in ciò che narrativamente copre due decenni di fumetti, non assistiamo a spiegoni didascalici e stranianti. Ogni esigenza di contesto viene esaudita con plausibilità dai personaggi, con i giusti tempi. Alla prima esperienza come regista per il grande schermo, Lawrence dimostra una capacità traspositiva lodevole, mantenendo lo stile oggettivo fumettistico. Immagini che, infatti, per costruzione potrebbero affrancarsi dai dialoghi, non si intromettono a rompere l’incantesimo creando la ridondanza delle didascalie. L’esperienza di Constantine, non per nulla, ha fatto guadagnare una buona reputazione a Lawrence che – confermando con la direzione di Io sono leggenda un intuito che trascende più linguaggi mediali – si accaparra la direzione della saga di Hunger Games siglando il secondo e il terzo capitolo, Hunger Games: il canto della rivolta – Parte I, in uscita nelle sale proprio in questi giorni.

Mocking jay

Giudizio Cinematographe

Regia - 3.2
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3.2
Emozione - 2.5

3

Voto Finale