Colpa delle stelle: recensione

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Esistono due modi di assistere ad uno spettacolo cinematografico. Il primo, sicuramente il più logico, è quello fremente ed appassionato di chi non ha aspettato altro che vedere quel film per tutta la settimana; il secondo è quello di chi, in alternativa a niente, decide di andare al cinema a vedere un film che non gli interessa davvero, un film che non vede l’ora di criticare. Ebbene, ci sono delle volte in cui la magia del cinema supera ogni aspettativa e ci ricorda di non giudicare mai un libro dalla copertina, proprio come ti insegnava il cartone animato che tanti anni prima eri andato a vedere proprio in quella stessa sala, accompagnato da tuo padre, e da cui eri uscito con gli occhi pieni di meraviglia per tutto quello che avevi provato in quella che potrebbe sembrare una banalissima ora e mezza identica a tutte le altre ma che invece non ha eguali nell’arco di un’intera vita.

Anche per me ne sono passati abbastanza di anni da quella volta ed è solo “Colpa delle stelle” se oggi ho riportato alla mente tutto questo. So cosa starete pensando: La solita love-story assalita da cellule tumorali pronte ad esplodere subito prima del tragico epilogo della storia. La sala sarà piena di ormoni adolescenziali pronti a finire le frasi prima che lo facciano i protagonisti e ad applaudire ad ogni singolo e futile snodo cruciale della narrazione- e vi assicuro che non vi sbagliereste.

Colpa delle stelle

E certamente vi verrà da rabbrividire riportando alla mente che Giacomo Campiti l’anno scorso era riuscito a storpiare in maniera clamorosa le atmosfere e i reali temi che aveva trattato Alessandro D’Venia nel suo pluripremiato “Bianca come il latte, rossa come il sangue”. L’unico consiglio che posso darvi se vi rispecchiate nel quadretto appena disegnato è quello di prendere con voi tutti questi pregiudizi, magari spingendoli tutti nell’angusto spazio di uno zainetto che non potrà mai essere pesante quanto quello che condanna Hazel Grace Lancaster (Shaylene Woodley), la giovane protagonista del best seller di John Green portato sul grande schermo da Josh Boone, costretta a portare costantemente sulle spalle il peso di un’esistenza che nessun essere umano vorrebbe mai trovarsi a dover fronteggiare; mantenuta in vita da una pesantissima zavorra di leggerissimo ossigeno senza l’aiuto del quale non sarebbe capace di respirare. Hazel, infatti, è affetta da cancro ai polmoni da quando aveva 13 anni. Cinque anni dopo, è una ragazza che sa benissimo a cosa sta andando incontro e che, inevitabilmente, ha perso il mordente per rialzarsi dalla sua condizione che la aliena dal resto del mondo. I genitori la spingono a frequentare un gruppo di sostegno e sarà proprio questa la sua salvezza, visto che qui incontra Augustus “Gus” Waters (Ansel Elgort), un tipo profondo ed eccentrico che ha perso la gamba destra a causa della stessa infima malattia. Avete capito bene, portate con voi tutti i luoghi comuni del caso perché è proprio questa la forza di questo film: riuscirà a spazzarli via tutti con una facilità disarmante; e state tranquilli: saranno più le lacrime che si fermeranno nella curva di un sorriso di quelle che cadranno sui vostri pop corn.

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