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City of God è una pellicola risalente al 2002 e, sin dalla sua prima uscita, è stata ben accolta da pubblico e critica: presentata fuori concorso alla 55ª edizione del Festival di Cannes, viene anche nominata a 4 premi Oscar (poiché distribuita negli Usa dall’americana Miramax) e ad un Golden Globe come miglior film straniero ma, riconoscimenti a parte, il film ha resistito alla prova del tempo. Ciò rappresenta la vittoria più grande per qualsiasi tipo di opera.

Il lungometraggio, diretto da Fernando Meirelles (con l’apporto di Katia Lund) e interpretato da attori alle prime armi, racconta parte della vita (infanzia e adolescenza) di Buscapé: nato e cresciuto all’interno della Cidade De Deus, favela situata nella zona ovest di Rio de Janeiro, in un arco temporale che copre gli anni 60 e 70. Fin dall’infanzia, il protagonista dovrà imparare a destreggiarsi tra persone e situazioni sempre più propense alla criminalità, dunque, altamente pericolose: come il personaggio di Zé Pequeno che, da piccolo delinquente, diventerà un signore della droga sadico e spietato e ingaggerà una lotta tra bande senza esclusione di colpi. Buscapé svilupperà, invece, un onesto interesse per una ragazza di nome Angelica e, in seguito, per la fotografia. La passione per quest’ultima, è tale da spingerlo a proporsi come fotografo per una testata giornalistica e, ben presto, immortalerà le gesta e in un certo senso la storia della “Città di Dio”.

City of God: il film di Fernando Meirelles è un’eccellente combinazione tra spettacolo e verità.

City of God recensione Cinematographe

Il film è eccellente, poiché, è raro trovare un prodotto di tale realismo (almeno in anni recenti). Gli attori, infatti, non sembrano seguire delle battute scritte, ma generano nello spettatore un sentimento di totale autenticità (superiore anche al bellissimo The Millionaire di Danny Boyle). Il cast, come già detto, è costituito da non professionisti: questo, può rivelarsi un’arma a doppio taglio ed è qui che entra in gioco il talento di Meireles. Partendo da una sceneggiatura di Braulio Mantovani (a sua volta tratta dall’omonimo romanzo di Paulo Lins), il regista brasiliano sceglie figure legate a quel mondo e, conferendogli libertà di improvvisazione, le guida attraverso le vicende narrate servendosi di uno stile particolare in grado di fondere spettacolo e veridicità.

A questo proposito, non sono mancati i detrattori che hanno tacciato City of God di eccessiva strumentalizzazione della violenza (non pochi l’hanno definito tarantiniano) e di avere inserito dialoghi moraleggianti. Non bisogna dimenticare però, che la pellicola non è un documentario ma racconta situazioni reali, filtrandole attraverso “l’occhio cinematografico” della macchina da presa (si pensi al voice over del protagonista: risulta efficace nel farci comprendere appieno i suoi pensieri, i salti temporali e le storie dei vari caratteri che popolano la favela.

Di notevole impatto, sono alcuni momenti utilizzati appositamente per sottolineare al meglio le dinamiche all’interno del suddetto quartiere: deplorevoli per quel che riguarda il lavoro (la scena del pesce e, successivamente, il protagonista commesso del supermercato) con conseguente scelta di una carriera criminale, invero, quasi obbligata, poiché, apparentemente redditizia (il finale con Zé Pequeno riserverà un’amara ma non imprevedibile sorpresa). Memorabili, inoltre, le scene riguardanti il modo in cui vengono trattati i bambini del posto (alcuni vengono torturati dalla gang del signore della droga perché appartenenti alla banda rivale, mentre altri si fanno regalare delle pistole da poter usare, quasi, come fosse un gioco).

Nello spettatore si ramifica, così, l’idea di un mondo dal quale è difficile, se non impossibile, sottrarsi anche per coloro che desiderano davvero una vita migliore (gli esempi eclatanti, protagonista a parte, sono Bené e suo fratello Cabeleira. Il primo, è il braccio destro di Zé Pequeno (interessante l’evoluzione da “compagno di giochi” del ragazzo a spacciatore) e, nonostante tutto, rivela un’indole altruista e comprensiva (sarà lui a capire e ad incoraggiare la passione di Buscapé per la fotografia, donandogli una macchina fotografica); con il sostegno di Angelica sua compagna, nonché, primo interesse amoroso del protagonista, cercherà di abbandonare la Cidade, chiudendo i rapporti con l’amico ma verrà, ben presto, ostacolato. Ironia della sorte, un destino simile era toccato anche a Cabeleira: stessa modalità e stesso epilogo.

City of God: un film da non dimenticare

City of God recensione Cinematographe

City of God chiude, dunque, brillantemente tutti i cerchi narrativi dei personaggi che presenta, riuscendo laddove molti film corali falliscono (grande esempio è la figura della gallina in apertura e chiusura del film). La pellicola vanta inoltre una superba fotografia in linea con lo stile registico veritiero ma di forte impatto visivo e una buona ricostruzione d’epoca accentuata dall’inserimento di canzoni quali Kung Fu Fighting di Carl Douglas (nella tragica scena ambientata in discoteca).

Come accennato nell’introduzione, la pellicola è tutt’oggi presente nella memoria delle persone: l’impatto duraturo è dato da una tensione drammatica difficile da dimenticare e una caratterizzazione dei personaggi più che riuscita (un po’ come per il fenomeno Trainspotting) e in grado, quindi, di generare numerosi prodotti derivati tra cui una serie TV City of Men, un lungometraggio dallo stesso titolo e un documentario City of God: Ten years later; senza contare i numerosi omaggi (il rapper italiano Gué Pequeno) ma, soprattutto, risultano chiare e incisive le tematiche e il messaggio dell’opera, riassumibili attraverso la seguente battuta: “Nella Città di Dio, se scappi sei fatto e se resti sei fatto lo stesso”.

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