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È il 2019 e il Circus of Books è una delle tante piccole imprese rimaste senza ossigeno, una discesa iniziata nel 2008 conseguenza di una crisi che ha costretto molti, negli Stati Uniti e non solo, complice anche l’ascesa di internet, a cessare le loro attività. Per i meno attenti, il Circus of Books è una libreria. Per tutti gli altri, un negozio di materiale pornografico gay per adulti, che include letteratura erotica di genere, riviste, DVD, lubrificanti e oggettistica varia. Per chi, poi, negli anni Ottanta, era in cerca di uno spazio sicuro, una comfort zone dove sentirsi a casa senza temere il giudizio della società reaganiana per il proprio orientamento sessuale o per la propria identità di genere, il Circus of Books era un punto di riferimento. Rachel Mason, la figlia di coloro che per più di trent’anni hanno portato avanti il negozio, Karen e Berry Mason, ne racconta le origini e il contesto nel quale lo store era immerso nel film-documentario prodotto da Netflix.

Una coppia di ebrei intravede le potenzialità del settore del gay porn: il Circus of Books diventa presto un’istituzione di West Hollywood

Circus of Books - Cinematoghraphe.it

Nessuno probabilmente penserebbe a due profili come quelli del signor e della signora Mason se dovesse immaginarsi non solo i proprietari di un pornoshop gay per adulti ma anche i produttori di porno gay tra i più significativi degli Stati Uniti, considerando che dopo qualche anno di attività di pura distribuzione la coppia ha deciso di estendere il suo business anche in questa direzione. Karen e Berry Mason vivono a Los Angeles e sono ebrei: lei, donna di fede; lui, ebreo di famiglia ma meno interessato alla spiritualità. Karen è una madre severa e dai saldi principi, Berry è un pezzo di pane, un buon uomo che non priva di un bel sorriso nessuno. In un momento di difficoltà economica e dopo essere da poco diventati genitori, nel 1982 Karen e Berry decidono di rilevare una libreria focalizzata soprattutto su titoli gay sull’orlo del fallimento, dal nome Book Circus, intravedendo in essa una buona possibilità di guadagni: partono con Hustler, pubblicata da Larry Flynt, per poi accogliere nel catalogo le maggiori riviste gay dell’epoca come Blueboy, Honcho e Mandate, ma anche riviste che con la scena gay poco hanno a che vedere, come il prestigioso bisettimanale The New York Review of Books. I coniugi Mason ritoccano un po’ il nome del negozio e con il duro lavoro quotidiano mettono in piedi lo spazio che per anni permetterà alla coppia e ai suoi tre figli di mantenersi. Senza troppa pubblicità, però, perché alla sinagoga, agli amici di famiglia e, soprattutto, ai loro figli, Karen e Berry cercano per quanto possibile di tenere nascosta l’attività.

Più cose colpiscono di Circus of Books. Quando aprono il negozio, i Mason non lottano per la causa LGBTQ+, non sono attivisti in prima linea nella difesa delle minoranze, non sono tra coloro che dopo gli arresti nei gay bar di Los Angeles nel Capodanno del 1966 scendono per le strade della città contro gli abusi della polizia. Sono solo due genitori con un forte senso degli affari e con un’impeccabile etica professionale, che li rende dei datori di lavoro d’eccellenza che trattano i loro dipendenti come figli – “Devo chiudere”, spiega Karen in camera numerosi anni dopo, “ma c’è ancora gente che lavora per me che non troverà altri lavori così buoni”. Quando poi nella comunità arcobaleno della città californiana le morti per AIDS si fanno sempre più frequenti non è raro che Berry vada in ospedale a trovare i frequentatori del Circus of Books o chi più in generale per affari era entrato in contatto con il locale, persone che il signor Mason ricorda come non fosse raro che le famiglie, anche negli ultimi giorni di vita, allontanassero per il loro orientamento sessuale.

I due finiscono per rischiare persino la prigione nel mezzo delle campagne anti-oscenità attraverso le quali l’amministrazione a stelle e strisce mette a ferro e fuoco il comparto del porno, non necessariamente omosessuale. Se però all’inizio della loro avventura i due coniugi sono estranei al mondo LGBTQ+ lo stesso non si può dire sulla loro posizione attuale, che vede Karen e Berry tra le fila – e tra i componenti più attivi – del PFLAG (genitori, famiglie e amici di lesbiche e gay), un percorso che la coppia ha intrapreso dopo il coming out del figlio Josh, notizia alla quale Karen non ha reagito come forse ci si sarebbe potuto aspettare da chi conduce un pornoshop omosessuale. “Non ero pronta ad avere un figlio gay”, racconta infatti la madre di Josh in Circus of Books, raccontando di aver pensato in un primo momento che l’omosessualità di suo figlio fosse la punizione che Dio aveva voluto infliggerle per il suo pornoshop. L’iniziale trauma ha però portato la donna a una nuova consapevolezza: “Ho capito di avere un pensiero sui gay che dovevo cambiare”.

A partire dal 2008 lo store dei Mason ha iniziato ad accusare la crisi: nel 2019 il negozio ha definitivamente chiuso i battenti

Circus of Books - Cinematographe.it

Il fatto che a dietro al film ci sia la figlia di Karen e Berry Mason, Rachel, rende più intima e spontanea la narrazione: è frequente che la signora Mason parli in camera senza filtri, inviti Rachel a non riprendere certe scene o, al contrario, metta a parte la figlia – che in Circus of Books intervista non solo i genitori ma anche i suoi fratelli, gli ex dipendenti del negozio e diverse figure dell’industria del porno e della scena gay di Los Angeles – di confidenze e riflessioni nate quasi sovrappensiero. Il personale s’intreccia poi al pubblico, tracciando con testimonianze e immagini d’archivio un ritratto della scena gay della West Coast dall’inizio degli anni Ottanta ai giorni nostri, giorni in cui la pornografia è dominata dall’online e in cui non solo i pornoshop ma anche i gay bar – seppur presenti e vivi – hanno perso quel ruolo centrale che nei decenni precedenti avevano avuto. Lo scenario è riassunto bene dall’immagine di Karen che nei giorni vicini alla definitiva chiusura del Circus of Books getta interi pacchi di riviste nei cassonetti, a conclamare la fine di un’era e di un inno alla libertà che lei e suo marito hanno portato a West Hollywood senza nemmeno rendersene troppo conto.

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