Catacomba

Catacomba è tratto da un fumetto per adulti a tinte gore, come quelli della tradizione fumettistica che in Italia fece scuola per tutti gli anni Settanta (e che ispirò la maggior parte della produzione filmica del periodo), che l’ultimo film di Lorenzo Lepori, in concorso alla 36esima edizione del Fantafestival di Roma, prende vita.

Le illustrazioni che macchiano di sangue le pagine di Catacomba, tutte ad opera di Lorenzo Lepori (non il regista, bensì un disegnatore omonimo), tratteggiano una sorta di schema a episodi che funge da base per la sua trasposizione filmica, che ne ruba anche il titolo. Ed ecco che nasce “Catacomba”, allora, che racchiude i quattro episodi tra le parentesi di un unico episodio cornice, l’unico diretto da Roberto Albanesi, finalizzato non solo a collegare vicende sconnesse – unite, se vogliamo, dal solo ripetersi degli stessi attori, seppur nelle vesti di diversi personaggi, oltre che dalla comune appartenenza alla stessa versione cartacea – ma anche a stemperarne i toni.

Infatti, Lepori sembra giocare bene sulla contrapposizione fra gli accenti aspri e sanguigni delle mini-storie e quelli ben più leggeri e farseschi che contraddistinguono la spassosa macro-storia, in cui un ordinario ragazzo si accinge a sfogliare le pagine del fumetto cui tutto si riallaccia.

Il pubblico più avvezzo a interiora lacerate e improbabili sprizzi di sangue troverà diletto in Catacomba

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Eppure, il pubblico più avvezzo a interiora lacerate e improbabili sprizzi di sangue troverà, senza dubbio, di cui divertirsi lungo l’arco di tutto il film, riscontrando nel quadro principale solo un intervallo ricreativo, sì, ma in fondo un breve intermezzo di pausa in attesa di ciò che seguirà.

A costituire il vero punto focale di Evil Tree, primo di questi brevi episodi, è senza dubbio la partecipazione di Sergio Stivaletti, artista del sangue e artigiano dell’orrore sin dai tempi delle collaborazioni con Dario Argento, Michele Soavi e Lamberto Bava. Nella vicenda che vede un uomo – interpretato dallo stesso Antonio Tentori, che è co-regista insieme a Lepori, nella parte di se stesso – cercare l’ispirazione artistica all’ombra di un albero maledetto, e poi incappare in due streghe-motocicliste al servizio del Signore Oscuro, l’inebriante gusto per l’estremo unisce l’elemento erotico a quello orrorifico: ma questa combinazione, che si pone al centro di ogni episodio, qui sembra piuttosto prevedibile, se non già vista.

Poco male, perché in Alien Lover, come in Una messa nera per Paganini e nel delirante finale La maschera della Morte Rossa, il regista disegna una sorta di parabola destinata a culminare in un vertice di follia febbricitante: questo accade tanto nella costruzione di ogni singola storia, che germoglia in atmosfere sensuali e misteriose per poi sfociare progressivamente in bagni di sangue, quanto nella struttura designata dalla composizione di ogni episodio, in cui il meno brutale di questi “frammenti” occupa proprio i primi minuti del film.

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Una nota di merito va al già citato Alien Lover, ambigua eccezione incastrata alla perfezione nello schema generale.

Si tratta di una “semplice” storia di tradimento e di vendetta da parte del tradito, impostato su un meccanismo che strizza l’occhio (complici le location palustri) a un’improbabile commistione fra l’immaginario de Il mostro della laguna nera e le interminabili fughe e gli sfibranti inseguimenti di Venerdì 13: una vendetta che, però, verrà ribaltata  a favore della fedifraga protagonista, che verrà protetta dal suo “inusuale” amante. La protagonista è interpretata dalla bravissima Simona Vannelli, che presta il suo sguardo paralitico (oltre a offrire una convincente prova attoriale) in altri due episodi, facendosi prima vittima e poi defunta che riappare dall’aldilà per consumare un atto sessuale con un morto.

Con Catacomba si ride, ci si eccita, si inorridisce, si rabbrividisce

Difficile, pertanto, provare a inquadrare il lavoro di Lorenzo Lepori, o provare a formularne un giudizio. Si ride, ci si eccita, si inorridisce, si rabbrividisce, colpevoli di aver provato piacevoli impulsi dinanzi a un orgasmo che termina, sistematicamente, con la morte. È sgrammaticato ed è grossolano, questo Catacomba, come a voler rappresentare un perfetto ricettacolo delle più efficaci formule del tipico film d’exploitation, tutto incentrato sulla fascinazione (a voler essere precisi, sarebbe più un vero e proprio piacere) per il sensuale e per il morboso, per la carne del porno e per i corpi tagliati, maltrattati, sbrindellati e grondanti sangue da ogni squarcio, come se tutto ciò rappresentasse un obbligatorio e necessario rituale per la morte, che pone fine a tutto per poi far tutto ricominciare da capo.

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