Carmen y Lola: recensione del film

Recensione di Carmen y Lola, un film non esente dai difetti che ha il nobile merito di far luce sulle condizioni di vita della LGBT nella comunità gitana.

Con Carmen y Lola, la regista basca Arantxa Echevarría ritrae un delicato e personale coming of age tutto al femminile, scegliendo di narrare una storia d’amore omosessuale vissuto ai margini di una società patriarcale, maschilista e fortemente intollerante.

Ispirandosi a una storia realmente accaduta nella regione di Granada un decennio fa, Carmen y Lola, il lungometraggio d’esordio di Arantxa Echevarría, colpisce il proprio pubblico grazie all’esplicita volontà di presentarsi come specchio veritiero di una realtà che trova le proprie radici in tradizioni retrograde, obblighi scriteriati e di fanatismi ingiustificati.

Carmen y Lola: un lungometraggio di finzione che documenta una società bigotta senza, tuttavia, condannarla

Carmen y Lola Cinematographe.it

Vivere nelle periferie di Madrid, recluse nel quartiere della popolazione gypsy, non è semplice. Specialmente se si è donne. Specialmente se si è lesbiche. Carmen y Lola – come è facilmente deducibile dal titolo – racconta le difficoltà che costellano le vite di giovani zingare lesbiche, seguendo la travagliata storia d’amore di due adolescenti: la bella Carmen (Rosy Rodríguez), una diciassettenne che, inizialmente fedele agli insegnamenti della propria comunità, sogna la vita da moglie e la ribelle Lola (Zaira Romero), una sedicenne dallo spirito artistico e anticonformista, desiderosa di lasciare quel microcosmo di dolore, obblighi e rinunce, vogliosa di realizzare il proprio sogno di studiare e diventare maestra.

Era il 2009 e, questa volta, non siamo a Madrid, ma a Granada, dove viene celebrato il primo matrimonio tra due giovani donne omosessuali, la prima coppia gitana a sposarsi in tutto il territorio spagnolo. Prestando la loro voce a una comunità silenziosa ed emarginata, senza apparenti possibilità di miglioramento, le due ragazze coronano il loro sogno d’amore, perseguitate dalle proprie famiglie, dai propri vicini di casa e dalla loro stessa comunità di origine. Sono proprio queste due ragazze, la cui identità è sempre stata nascosta nell’ombra dell’anonimato, ad aver ispirato Carmen y Lola, il primo lungometraggio di finzione scritto e diretto dalla regista Arantxa Echevarría.

Profondamente – e, inutile dirlo, negativamente – influenzata da un mondo che, inevitabilmente, conduce le famiglie a respingere ciò che tradizionalmente non appartiene alla loro esperienza comunitaria, la storia d’amore che lega Carmen e Lola è un percorso travagliato, un percorso che porta le due giovani ad affrontare la cattiveria dell’uomo e a trasformare il proprio dolore nella propria forza. In poche parole, un percorso che insegna alle due giovani cosa vuol dire crescere.

Carmen y Lola: il cinema si trasforma in specchio veritiero della realtà che ci circonda

Carmen y Lola Cinematographe.it

Guardando Carmen y Lola, risulta spontaneo notare le influenze che il passato documentaristico della Echevarría ha disseminato nella sua attuale cinematografia: cercando di allontanarsi da quella patina melò che ha, da sempre, caratterizzato il cinema spagnolo e di seguire il percorso precedentemente tracciato dai fratelli Dardenne, senza però raggiungere i risultati da loro realizzati in passato, la regista tenta di ritrarre la realtà senza manipolarla, senza giudicare e senza condannare nessuno dei personaggi. Neppure il più cattivo, neppure il più violento, neppure il più bigotto. La telecamera diventa così totalmente neutrale: trova la sua comfort zone nella lontananza e, da lontano, documenta il tutto come se ciò che sta registrando non fosse finzione, ma pura realtà.

Eppure, tale ricerca di trasparenza si trasforma in una mancanza di personalità e di carattere e, a sua volta, la distanza della macchina da presa, sempre occupata in un fastidioso e ingiustificato movimento perenne, si traduce in una distanza narrativa che separa il personaggio dallo spettatoreCarmen y Lola assume, quindi, le sembianze di un film anonimo e privo di quella empatia che porta a commuovere colui che guarda: se, da un punto di vista contenutistico, il pubblico non riesce a comprendere il dolore dei tipi umani ritratti nel lungometraggio, da una prospettiva più impersonale e legata all’estetica, i primi piani del direttore della fotografia Pilar Sánchez Díaz trasmutano in fotografie suggestive, ma essenzialmente asettiche, purtroppo incapaci di associare un giudizio personale a colui che si denuda di fronte all’obiettivo.

Film non esente dai difetti, Carmen y Lola ha, tuttavia, il nobile merito di far luce su un argomento importante e di particolare rilevanza nel panorama socio-culturale odierno, dando alla declinazione gitana della comunità LGBT l’attenzione che si merita e che, purtroppo, non ha mai avuto. Perché, nella comunità gitana, essere donna è già difficile di suo, ma l’essere lesbica rende il fardello che si è costretti a sopportare ancora più pesante. Perché, come viene ripetuto numerose volte nel lungometraggio, essere una donna, zingara e lesbica significa non esistere.  Perché “le zingare non hanno niente di niente, nemmeno sogni”. E questo non è giusto.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 2.5
Recitazione - 2.5
Sonoro - 2.5
Emozione - 2.5

2.5

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