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Con Caleb, il quarto film dal regista Roberto D’Antona, ci addentriamo in una mitologia che era rimasta scoperta nell’attuale panorama cinematografico italiano. I vampiri sono tra noi, e abitano nel paesino remoto di Timere, disperso fra i monti e lontano dalle caotiche realtà delle metropoli. Una giornalista, Rebecca (Annamaria Lorusso), è alla ricerca della sorella minore scomparsa misteriosamente da tre mesi. Le indagini portano in un borgo visitato da pochi forestieri e turisti: Timere. Viene presentata una località suggestiva sostenuta economicamente da Caleb (Roberto D’Antona), una figura affascinante che tende ad agire in agguato, nascondendo la sua vera natura di creatura succhia-sangue. Si nasconde qualcosa di irrequieto e maligno tra le vie del paese, controllato da una cerchia esclusiva di vampiri che accumulano vittime e potenziali alleati per conto di Caleb. Rebecca, assieme ad un manipolo di cittadini e turisti occasionali, rimarrà invischiata nella battaglia decisiva fra bene e male per ristabilire l’ordine in tutta Timere. Disponibile da martedì 1° Dicembre su Amazon Prime Video.

Caleb: bastano solo un nome e un attore meticoloso nella preparazione di un villain convincente

caleb recensione film amazon roberto d'antona cinematographe.it

Roberto D’Antona scrive, dirige e svolge anche il ruolo di interprete principale: tre ruoli ben distinti che necessitano di essere moderati e sviluppati accuratamente lungo il corso di una storia – radicata in un sottogenere dell’orrore già ampiamente collaudato come quello vampiresco – sostenuta in termini di ritmo. In una durata che si attesta sui 159 minuti, un caso più unico che raro all’interno del nostro mercato cinematografico, D’Antona riesce a lavorare per sottrazione quando si tratta di nascondere i tratti distintivi e peculiari di un’antagonista che occupa anche un posto in prima fila nel titolo. Caleb è il sinonimo di terrore, un dispensatore di morte che soffre e agisce per inerzia come un eterno condannato.

Porsi su un piano elevato rispetto agli altri membri del cast è un gesto voluto: deve condizionare le atmosfere e le interazioni fra i personaggi umani, manipolare i sogni, le speranze e le lotte personali che li consumano. Un nome che continua a risuonare ed echeggiare fra le strade di Timere, un vampiro senza meta e senza vita che è stato privato di molti privilegi in realtà, che riguardano la sfera emotiva e sentimentale. Una costruzione interessante definisce il percorso del villain, intrappolato in un’esistenza che viene alimentata solo attraverso il sangue. Si va prelevando la leggenda della figura dominante, per reinterpretarla con una contaminazione action necessaria per animare un terzo atto decisivo.

Il ritratto di Timere: un’isola sulla montagne che diventa luogo di perdizione

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Menzione speciale anche per un’ambientazione oscura, tetra, che viene modellata da una comunità di immortali affascinata da nuovi turisti e irritanti seccature. Rebecca – una misurata Annamaria Lorusso – è una donna che ha vissuto un’esperienza traumatizzante; la sparizione della sorella è uno spunto per ritoccare i contorni di una protagonista invadente, determinata, che non si interessa minimamente ai rischi che sta per incontrare. In paese, gli abitanti iniziano a temere sia l’elemento fuori posto che il sovrano da servire. La storia è cucita addosso a due personaggi agli antipodi, che si rincorrono spesso nei sogni e nelle deliranti allucinazioni. Notevoli le sequenze che sfociano nella dimensione onirica, con tracce di colori candidi misto al sangue che deve scorrere copiosamente tra nuove vittime e assetati non-morti. Si lotta assieme all’unico personaggio integro con la morale e i principi, nel tentativo di non cedere di fronte a Caleb e alla sua centenaria setta.

Tre blocchi di trama vengono posizionati con cura per individuare prima le caratteristiche più rilevanti di Timere, addentrarsi nei posti tipici e fare nuove conoscenze – come la coppia formata da Gaspare (Francesco Emulo) e Cora (Nicole Blatto), due turisti “per caso” che aiuteranno Rebecca nell’indagine -, per poi riservare ampio spazio alla presenza scenica di D’Antona nei panni di Caleb. Una volta impostate le premesse, si devono alimentare il mistero e i dettagli di un personaggio accattivante, elegante nel modo di porsi, circondato da bellezze seducenti che sostengono la sua causa. Un flashback rivelatore, verso l’intermezzo, offre una svolta convincente che va rimaneggiando la natura prettamente orrifiica e il film si tinge di una fotografia più accesa, intenzionata a rivelare aspetti più delicati di un villain avvolto nell’oscurità.

Il trasporto emozionale, richiesto in momenti decisivi, non viene potenziato da un cast d’insieme parzialmente riuscito

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La distinzione bene e male, la riproposizione di anime dannate che corrompono le fondamenta di Timere, le visioni che caratterizzano le svolte più significative del film: questi sono passaggi di spicco che richiedono un certo grado di coinvolgimento da parte di una schiera di attori motivati, che siano in grado di trasmettere una spiccata forza espressiva. Non è stato riscontrato questo fondamentale particolare in diversi ruoli di supporto, che si limitano a svolgere il compito di punteggiature, ostacoli e indicazioni che conducono il film verso binari ampiamente prevedibili. Da premiare l’impegno e la dedizione di Annamaria Lorusso e Roberto D’Antona, che dominano in un racconto sofferto e fortemente drammatico, con traumi e tragici episodi legati alla loro infanzia che si ripresentano puntualmente in un inedito contesto horror.

Il film, nel suo insieme, convince per le atmosfere emanate da un borgo decadente, ferito e sporcato dal sangue di numerose vittime, per una scrittura efficace riservata alla costante minaccia – non solo fisica – che è legata a doppio filo con la struttura verticale di Timere, e una protagonista motivata nell’affrontare a viso aperto la creatura diabolica che tiene sotto scacco l’intera cittadina.