BFI London Film Festival – Brooklyn: recensione

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Ambientato nei primi anni del secondo Dopoguerra, Brooklyn racconta la storia di una giovane ragazza Irlandese – interpretata molto bene dalla brava Saoirse Ronan – che emigra in America da sola – e, si potrebbe aggiungere, contro la sua volontà. Eilis, questo il suo nome, fin dall’inizio appare come un personaggio molto schivo e reticente a far udire la propria opinione: la vediamo in chiesa, nei primissimi minuti, in compagnia di sua madre e sua sorella, e mentre le altre due donne stanno prestando davvero attenzione a ciò che avviene sull’altare, la macchina da presa la inquadra mentre sbadiglia, annoiata da qualcosa che chiaramente ha già sentito un sacco di volte (segue la conseguente occhiataccia rivoltale da sua madre).

Brooklyn racconta l’avventura solitaria di chi è costretto a lasciare la propria vita alle spalle per cominciarne una nuova da qualche altra parte…

Anche nella scena successiva, mentre lavora ad un panificio/negozio, Eilis è testimone di un piccolo sopruso da parte della proprietaria – che dà la precedenza ad una cliente abituale e d’alta società rispetto ad una signora proletaria di cui era il turno – e, quando le è data la possibilità di intervenire attivamente nella situazione, rimane statica, rinunciando quindi ad agire. Non può sorprendere più di tanto quindi quando ci viene rivelato – dalla protagonista stessa – cosa accadrà da lì a poco: sua sorella le ha infatti trovato un lavoro ed una sistemazione a Brooklyn, tramite la sede Americana della parrocchia a cui appartengono (siamo nell’Irlanda del Dopoguerra, dopotutto, dove i legami della popolazione con la chiesa cattolica sono così fitti che infrangerli appare come qualcosa di molto simile ad una bestemmia – come ci ha tristemente insegnato Philomena). È un topos, questo che mostra come le due sorelle siano profondamente unite, che ricorrerà per tutto il film, grazie non solo alla fitta corrispondenza che intercorrerà tra le due donne, ma riscontrabile anche nella formazione delle nuove relazioni che Eilis stabilirà una volta intrapresa questa sua avventura in solitaria.

Brooklyn

Una volta stabiliti i personaggi principali e la sua premessa principale, il film può partire davvero, e con esso il viaggio della protagonista, via mare. Quello che ci viene mostrato è molto diverso da ciò che lo spettatore – particolarmente quello Italiano, sicuramente memore del bellissimo Nuovomondo di Emanuele Crialese – potrebbe aspettarsi quando viene mostrata la grande nave piena di persone, soprattutto perché il film non ci ha fornito dettagli precisi riguardo al proprio timeframe, ed essendo ambientato in un paesino rurale dell’Irlanda Occidentale potrebbe essere facilmente scambiato per inizio secolo. È una scena, questa della partenza, che delinea alcune delle piccole pecche del film: l’uso del ralenti sembra leggermente ridondante e fin troppo drammatico, e anche la musica – molto forte e dal tono epico, quasi a voler riecheggiare un viaggio dal sapore omerico – risulta davvero troppo accentuata, rovinando un momento che sicuramente avrebbe reso di più se abbinato ad una direzione più schiva e schietta, senza troppi (inutili) fronzoli.

Da apprezzare invece è il sapore ciclico che il film è capace di assumere nel finale il quale, anche se forse un po’ telefonato, riesce comunque a fare il proprio lavoro, regalando un sorriso dolceamaro allo spettatore, soprattutto a tutti coloro che, almeno una volta nella vita, hanno preso la difficile decisione – consapevolmente o meno – di lasciare la propria vita alle spalle e cominciarne una nuova da qualche altra parte.

È difficile trovare un equilibrio tra il passato e il presente, e lo sceneggiatore Nick Hornby – che di storie del genere ne ha scritte e riscritte, sia per i suoi romanzi sia per le sue sceneggiature – coglie perfettamente questa lacerazione interiore del personaggio, in un certo senso finanche meglio del regista stesso, la cui direzione sembra a volte come rimanere indietro rispetto alla narrazione, facendone così risentire il film. Sarebbe forse stato preferibile dare più spazio al personaggio in sé invece di intrappolarlo – anche letteralmente – quasi subito in una storia d’amore, che a lungo andare finisce per ridurre il tutto solo ad una questione di uomini – salvo riprendersi in extremis, con il già citato finale.

Brooklyn è un film dalle grandi ambizioni che sfortunatamente riesce solo a metà, impelagandosi da solo in facili scelte che la bravura di Hornby da un lato e la performance della Ronan dall’altro riescono a far passare (quasi) inosservate.

Il film, diretto da John Crowley è stato presentato al BFI London Film Festival.

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