desierto

Secondo cortometraggio di Jonas Cuaron, fratello del più famoso Alfonso, qui in veste di produttore, Desierto narra la storia di un gruppo di clandestini Messicani che intraprendono il viaggio della speranza per entrare illegalmente negli Stati Uniti. Il film copre i due giorni finali della tratta, che a prima vista sembra quasi una passeggiata, in confronto alle dure e soul-crushing immagini a cui i notiziari di questa estate ci hanno tristemente abituato; qui gli immigrati non arrivano ammassati in barche già naturalmente traballanti in cui vivi e morti si trovano distesi fianco a fianco, ma a bordo di un furgone (non messo tanto meglio, a dire la verità), nel cui retro spesso intrattengono il tempo in maniera più o meno pacifica.

Desierto si prende carico di una coscienza sociale e artistica che punta a smuovere i cuori, se non le menti, del pubblico

L’inquadratura iniziale già mette a fuoco il setting del film, donandogli fin dal primissimo momento il ruolo di protagonista principale a tutti gli effetti, come presto apparirà ancor più evidente: vi troviamo il suddetto furgone in viaggio, unico oggetto in movimento stagliato contro un paesaggio, quello desertico che contraddistingue così tanta parte di terra tra il sudest centro-occidentale degli Stati Uniti e il Messico, territorio di confine e allo stesso tempo terra di nessuno, dove la legge, semplicemente, non c’è (vedere il serial – ora cancellato – The Bridge, o anche Babel, di Alejandro Gonzalez Inarritu).
Quando il furgone raggiunge il lato sinistro dello schermo, la telecamera si sposta al suo interno, mostrandoci il gruppo dei personaggi tra i quali molto presto si innalzerà (metaforicamente ma anche letteralmente) il protagonista principale, Moises, interpretato da Gael Garcia Bernal; il motivo, molto semplice, si presenta da solo, così da celare allo spettatore un po’ distratto il tema dell’intero film: quando il mezzo si blocca a poche miglia dal confine tra i due stati, serve un meccanico, e Moises, guarda caso, lo è. Ma nulla può poiché serve un vero e proprio ricambio, così il gruppo viene fatto scendere e proseguire a piedi. Viene allora introdotto l’antagonista, anche questa volta lasciando spazio più all’elemento visivo che a quello verbale per mostrarlo: in compagnia di una bottiglia – si suppone caldissima, visto il perpetuo ripetere della radio del picco di calore che si sta raggiungendo – e del suo cane, Sam, interpretato da Jeffrey Dean Morgan, fa la sua apparizione per intero dietro al volante della sua jeep, e quando la telecamera zooma verso l’esterno si intravede, ritta e sventolante vicino al tetto, una bandierina rappresentante la vecchia nazione degli Stati Confederati d’America (la stessa che ultimamente è stata rimossa nel South Carolina a seguito della strage avvenuta a Charleston lo scorso Giugno, quando un uomo bianco ha aperto il fuoco in una chiesa frequentata da gente di colore facendo nove vittime). Come dire, tutto ciò che avviene nei restanti ottanta minuti di film non sorprende nessuno che abbia notato questi dettagli della messinscena, intelligente e sobria.

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Il film gioca molto su queste anticipazioni e richiami, e lo fa in modo sottile, con una direzione scarna e dritta al punto, che forse svirgola un po’ soltanto in certe scene un po’ troppo violente – per il discreto messaggio che in fondo vuole trasmettere -, o in un dare leggermente troppo spazio alla musica che accompagna gran parte delle scene, dal ritmo veloce e profondo, quasi a ricordare una marcia militare di sorta, e che a volte corre il rischio di risultare roboante e fastidiosa, quando non addirittura controproducente al coinvolgimento emotivo dello spettatore. Abbinando due temi molto scottanti presi dall’attualità, quello dell’immigrazione clandestina (e conseguentemente dell’intolleranza razziale) con quello della libera circolazione delle armi negli Stati Uniti, Desierto si prende carico di una coscienza sociale e artistica che punta a smuovere, con la crudezza delle immagini e il tono secco e preciso (quasi a mo’ di documentario), i cuori se non le menti del pubblico.

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