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Presentato al Trieste Film Festival 2021, nella sua nuova veste online, Berliner è l’ultimo lungometraggio di Marian Crişan, regista noto al mondo festivaliero per il grande successo ottenuto nel 2010 a Locarno. Vicino alla nuova leva registica rumena, Crişan torna all’attenzione del pubblico con Berliner, un film di satira rigorosa, mai disposto a cedere il passo al qualunquismo da facili applausi. Anzi, la rassegna che Crişan dedica al mondo politico contemporaneo non salva nessuno. Nemmeno il povero contadino al centro della vicenda, coinvolto suo malgrado nella campagna elettorale di un rappresentante di Bucarest. Simbolo di uno sfruttamento ai danni dei più poveri? Sì, ma segno di un cortocircuito che riguarda l’Europa tutta.

Berliner: della politica vecchia coi nuovi mezzi

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Un politico intuisce le opportunità. Così, Silvestru Mocanu (Ion Sapdaru), candidato all’Europarlamento per ottenere l’immunità ed eludere una condanna per corruzione, sa trasformare un auto rotta in mezzo al nulla nella sua arma di propaganda. Berliner inizia come il noto aneddoto su Paul Deschanel, capo dello Stato Francese caduto dal treno nella notte del 23 maggio 1920 e accolto dai premurosi coniugi Dariot, convinti di avere salvato un ubriacone. Un secolo dopo, non riconoscere un rappresentante delle istituzioni è difficile. Social media e stampa danno a tutti un volto. Per questo il team di Mocanu, ombre e burattinai di una macchina complessa ma grottesca, accorrono a nominarlo. È lui è lui, Mocanu da Bucarest. Come i coniugi Dariot, ma ancora più obbligati alle riverenze, Voriel e la moglie Mirela accolgono i dispersi. Mocanu scorge l’occasione: a Solonta, nel distretto di Bihor, può proseguire la sua campagna elettorale, trasferirsi dal contadino e mostrarsi in mezzo al popolo, persona comune al servizio di tutti. In cambio, il solito: un aiuto, un trattore nuovo, una promessa di futuro. Voto di scambio, alla vecchia maniera, ma con qualche likes e post in più.

Berliner rivela l’inespressività della politica

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Sono uno di voi. Silvestru Mocanu cerca l’eco del Ich bin ein Berliner di John F. Kennedy. Il film è tutto qui, come il titolo scelto per la distribuzione internazionale, The Campain, riesce efficacemente a riassumere. La storia di Mocanu e Viorel è infatti il racconto dell’estenuante falsità di una campagna elettorale, dove la politica è ridotta a immagine e privata di idee. La noia però è la vera protagonista. I gesti di Mocanu, l’inespressività sconfitta di Viorel, compongo quadri di triste meschinità. La politica non ha ritmo, è un meccanismo collaudato su frasi fatte e strette di mano. Tutto si conta invece in likes, in saluti per strada e grandi ritualità. A contestualizzare i tempi è l’antipatico millennial-tipo che segue l’andamento della campagna, iperbolico nel suo trasformare ogni movimento del candidato in una posa. Un’evoluzione del sistema, non certo una scoperta.

Berliner esaspera. Scene sempre più lunghe, in camera fissa negli interni e in piani sequenza nelle passerelle di Mocanu, trasmettono la ripetizione di una politica di forme vuote. Ricorda, a suo modo, il volto sciapo che vediamo dipingere le espressioni dei politici nei fuori onda televisivi. L’elemosina dei voti, gli scambi di promesse, diventano i protagonisti di una vicenda che non ha meta diversa dal percorso. Il risultato politico non è importante, perché le vicende di Mocanu non raccontano quelle precise elezioni, ma tutte. Nonostante i riferimenti alla specifica situazione rumena rappresentino il centro dei discorsi non è difficile cogliere le similitudini propriamente europee. La difesa dei confini o le pretese di rispetto specchiano prolusioni affini al sovranismo contemporaneo.

Berliner

Ma per ogni accusa che Berliner scaglia sulla politica, un’altra viene rilanciata sugli elettori. Mentre il divario tra Mocanu e Voriel si accorcia, cambia il soggetto e ci troviamo protagonisti. Prima distanti, allontanati dagli oggetti in scena come in due film opposti, si ritrovano su uno stesso terreno, dove persino Voriel può parlare in vece del politico ormai fuggito in direzione Bruxelles. In un finale sospeso, ma invero ben chiaro allo spettatore familiare alle dinamiche, Marian Crişan ultima un retrospettiva che vorremmo fosse parodia. A Voriel la risposta, “è così che funziona”.