Belli e dannati: la recensione del film di Gus Van Sant

Con Belli e dannati Gus Van Sant porta sul grande schermo una rivisitazione moderna e metropolitana dell'Enrico V di Shakespeare, destinata a fare la storia del cinema degli anni '90

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Era il 1991 quando usciva nelle sale americane Belli e dannati (My Own Private Idaho), il film che avrebbe lanciato la carriera dell’allora non ancora quarantenne Gus Van Sant. A vestire i panni dei protagonisti della pellicola, che avrebbe fatto la storia del cinema americano degli anni ’90, due giovanissimi Keanu Reeves River Phoenix che per la sua interpretazione vinse la Coppa Volpi come Miglior Attore.

Belli e dannati: una regia che mette in primo piano la forza espressiva delle immagini

Tra le caratteristiche che hanno reso Belli e dannati un film manifesto di quegli anni innegabile è la forza della sua capacità espressiva, una forza che non ha paura a tratti di sfociare nella violenza. Se infatti questo film fosse un dipinto sarebbe senza ombra di dubbio un quadro espressionista: la durezza delle immagini è ciò che più colpisce della pellicola che riesce in questo modo a fissarsi, a volte non con una certa dose di fastidio, nella mente dello spettatore.

“Sono un esperto di strade. È tutta la vita che assaggio strade. Questa strada non finirà mai… probabilmente gira tutta intorno al mondo.”

Il giovane Mike Waters pronuncia queste parole mentre si trova da solo su di una strada di campagna, un attimo prima di accasciarsi a terra, colpito dall’ennesimo attacco di narcolessia. Belli e dannati si conclude così come era iniziato: una strada persa nel nulla, Mike solo e la sua narcolessia che ritorna come una costante in tutto il film.

Belli e dannati: un film che trae spunto da verità scomode senza però il coraggio di raccontarle nella loro complessità

“Questa strada non finirà mai… probabilmente gira tutta intorno al mondo”. Nessuna immagine sarebbe più adatta di questa a descrivere la natura circolare del film: Mike è un ragazzo di strada, con alle spalle un passato difficile. Spinto dalla necessità di trovare sua madre, e forse anche se stesso, inizia un viaggio al quanto burrascoso tra le strade di Portland, dove si lega ad altri ragazzi come lui. È però con Scott, un ragazzo di famiglia benestante, che nasce un rapporto speciale, fino a quando almeno quest’ultimo non deciderà di tornare al suo passato di uomo “per bene”, abbandonando per sempre Mike alla sua solitudine.

Belli e dannati

Gus Van Sant ha il merito di aver portato sullo schermo una realtà scomode: quella della prostituzione e della droga, presenze silenziose ma dominanti nella vite dei giovani di quegli anni. Eppure una così interessante tematica non viene sviluppata al massimo delle sue potenzialità, rimanendo allo stato di spunto narrativo. Sembra infatti che ad interessare il regista siano piuttosto le risorse visive che il cinema può offrire: non sfuggiranno allo sguardo dello spettatore le sequenze di fermo immagini utilizzate per rappresentare le scene di tipo sessuale. Scelta interessante di sicuro, ma che rischia di penalizzare la naturalezza del racconto e la sua effettiva credibilità narrativa.

Belli e dannati: una rivisitazione moderna e metropolitana dell’Enrico V di Shakespeare

Tuttavia simili effetti appaiono del tutto giustificati se si considera il contesto creativo in cui il regista ha maturato l’idea alla base di Belli e dannati. Negli anni immediatamente precedenti a quel famoso 1991 Gus Van Sant aveva scritto un soggetto, In a Blue Funk, incentrato sulla ricerca delle proprie origini, mentre si faceva sempre più forte in lui l’idea di dare alla luce una rivisitazione moderna dell’Enrico V di Shakespeare. E infatti a guardare l’evoluzione di Scott all’interno del film è impossibile non cogliere le somiglianze che lo legano al celebre personaggio shakespeariano: la riconversione ad uomo “per bene”, il rifiuto del proprio passato, nonché la scelta, coraggiosa ma in parte vigliacca, di rinnegare le persone che ne facevano parte, compreso lo stesso Mike.

belli e dannati

Una storia che ha dimenticato il lieto fine, come d’altronde molto spesso accade nella realtà. Un film che intreccia scene di sesso a momenti dall’impatto emotivo considerevole, una trama che sembra procedere in avanti per poi però tornare indietro, al punto di partenza. Una simile struttura circolare finisce per essere la cornice stessa del film che sembra in questo modo racchiudere una verità non sempre facile da accettare: il passato, per alcuni come Mike, non può essere cancellato e ritornerà per sempre, come una strada che sembra portare lontano, ma che in fondo non fa altro che fare il giro largo per poi tornare al punto di partenza.

 

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