Bella Ciao: recensione del film

Il documentario che ci ricorda il canto della libertà

In sala dall’11 al 13 aprile 2022, il documentario Bella Ciao, per la regia di Giulia Giapponesi, è un piccolo gioiello. Il sottotitolo “per la libertà” è quanto mai indicato, poiché ricorda a tutti noi che, senza la lotta di liberazione, in Italia non ci sarebbe stata la libertà. Vengono mostrate le testimonianze di alcuni partigiani, ormai molto avanti negli anni, che videro con i loro occhi di ragazzini il disfarsi dell’orrore del nazifascismo. Mentre si guarda e si ascolta Bella Ciao, per circa 100 minuti, è inevitabile chiedersi come sarebbe stato il mondo se avessero vinto le camice nere, i manganelli, i teschi stampati sui cappelli dei repubblichini di Salò. Per fortuna, riparte il suo suono, dolce come una nenia, che scaccia via i pensieri più cupi.

Bella Ciao vanta testimonial d’eccezione come Vinicio Capossela e Moni Ovadia

Non ci sono soltanto le voci preziose delle partigiane e dei partigiani a ricordarci che Bella Ciao è molto di più di un canto popolare. Prendono la parola testimonial d’eccezione come Vinicio Capossela, che l’ha cantata nuovamente con l’aiuto di un musicista greco durante i giorni più duri del primo lockdown. La canzone simbolo della lotta partigiana ha il potere di trascendere gli eventi della seconda Guerra mondiale, come ricorda Moni Ovadia quando racconta che, nei primi anni Sessanta, il pubblico benpensante del Festival dei due Mondi di Spoleto si ribellò al fatto di ascoltare Bella Ciao cantata in teatro da popolane. A distanza di decenni, a maggio del 2020 nella città di Smirne, nel cuore della Turchia autoritaria di Erdogan, le moschee hanno trasmesso Bella Ciao al posto del consueto richiamo del muezzin: apriti cielo! Accuse di blasfemia sono state rivolte ad una esponente del partito di opposizione, che è stata perfino imprigionata e ricoperta di insulti e minacce sui social network, per il sol fatto di avere condiviso in rete le immagini dei minareti dai quali risuonavano le note del canto della libertà. Non è un caso che Bella Ciao faccia arrabbiare gli autocrati di tutto il mondo, considerato che le sue parole sono state tradotte in curde (e in molte altre lingue) e sono diventate la colonna sonora della lotta di quel popolo senza terra ma pieno di dignità. Come dimenticare che, nel 2015, la città siriana di Kobanê è stata liberata dalla barbarie dell’Isis dalle forze curde ed in particolare dalle donne che, mentre imbracciavano il fucile per liberare le altre dalla crudele legge della shari’a, cantavano proprio Bella Ciao!

Il dibattito sulla autenticità di Bella Ciao come canzone partigiana è davvero stucchevole!

bella ciao cinematographe.it

Nel documentario di Giapponesi trova spazio anche un’antica questione sulla presunta non autenticità di Bella Ciao come canto dei partigiani. Alcuni di loro non ricordano di averla mai cantata durante la lotta di liberazione dal nazifascismo. Altri ricordano che le note erano quelle di una vecchia canzone delle mondine che parlava comunque di libertà dalla tirannia del padrone. Un appassionato di musica classica la fa risalire ad un musicista di Odessa, trapiantato negli Usa all’inizio del secolo scorso. Uno storico calabrese nega del tutto l’autenticità di Bella Ciao come canzone partigiana. Senza volere fare polemiche, ci sembra che il dibattito sulla sua origine sia un po’ stucchevole, dal momento che si tratta di un canto popolare tramandato oralmente. Come sanno bene gli antropologi culturali, le culture popolari tramandano i propri saperi in forme non codificate e in maniera corale: il noi prevale sull’io, non ci sono diritti d’autore, né date di pubblicazione! Bella Ciao rientra assolutamente in questa fattispecie ed è un canto mitico che è diventato esso stesso un mito, capace di dare voce e conforto a chi ha lottato, lotta e continuerà a farlo in nome della giustizia e della libertà.

Regia - 4
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 4
Sonoro - 4
Emozione - 4

4