Biografilm 2022 – Barber Ring: recensione del film di Alessio Di Cosimo

Il documentario di Alessio Di Cosimo che racconta la storia dell'ex pugile Manuel Ernesti, come fosse l'origin story di un eroe della quotidianità

Il pugilato più di altri sport intrattiene un rapporto molto stretto con il cinema (e Barber Ring ne è l’ennesima prova). La pratica stessa della shadow boxing cioè di quella forma di allenamento per cui un pugile boxa con la propria ombra proiettata su un muro, come nota Cappabianca (Boxare con l’ombra, Le Mani 2004), condivide qualcosa della natura del cinema, inteso come schermo su cui vengono proiettati dei corpi/ombre che agiscono. Inoltre la scomposizione del movimento attuata tramite il montaggio potrebbe rimandare alla consuetudine, seguita dai pugili, di scomporre il singolo colpo in micro-movimenti, per apprendere più agevolmente il funzionamento delle catene cinetiche necessarie a sferrare in maniera corretta montanti, jab, ganci e diretti. Ma soprattutto la nobile arte è divenuta sul grande schermo una feconda metafora della lotta che gli individui marginali ed emarginati della società, sono costretti a portare avanti ogni giorno, anche solo per affermare la propria umanità, in un mondo sempre più disumano.
A questa tradizione narrativa, che annovera anche opere molto diverse fra loro come Rocco e i suoi fratelli (Visconti, 1960), Rocky (Avildsen, 1976) o Tokyo Fist (Tsukamoto, 1995), si ricollega il documentario, proiettato al Biografilm Festival 2022, Barber Ring di Alessio Di Cosimo.

Barber Ring: la storia vera del pugile Manuel Ernesti nel film di Alessio Di Cosimo

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Il film racconta la storia di Manuel Ernesti, ex pugile professionista di Roma. Dall’infanzia difficile, passata in case occupate e baracche, al rapporto conflittuale con la madre, fino al riscatto sociale che arriva prima attraverso il pugilato e poi, quando anche la nobile arte non basta più, attraverso la reinvenzione come barbiere. Da questo momento il percorso individuale si fa collettivo e ci mostra un Ernesti che mette su il progetto Barber Ring, per recuperare ragazzi problematici, insegnando loro sia il mestiere di barbiere, che la boxe, o meglio i valori, come la tenacia, il rispetto per l’altro e l’abnegazione, che questa veicola.

Barber Ring è il viaggio di un eroe quotidiano e contemporaneo

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Il regista, pur utilizzando materiale eterogeneo come video di famiglia, spezzoni di televisioni locali, riprese e interviste dalla natura prettamente documentaristica e altre invece girate con piglio e illuminazione cinematografiche, assembla il tutto in una narrazione classica, votata a una certa linearità. Di Cosimo si rifà chiaramente allo schema narrativo del viaggio dell’eroe, che è alla base della scrittura di tanto cinema di Hollywood. Così la storia di Manuel Ernesti assume un carattere esemplare, che nel suo procedere si configura sia come storia di formazione, che origin story di un eroe della quotidianità. Come in ogni narrazione eroica di questo tipo, infatti, si parte da un mondo in subbuglio, un’infanzia difficile. C’è una prima chiamata a uscire dal proprio mondo e a intraprendere un percorso di formazione: il padre di Manuel lo porta in palestra a praticare il pugilato per disciplinarne l’aggressività. Il percorso pugilistico assume quindi le caratteristiche del viaggio formativo dell’eroe, con il maestro di Manuel che assume il ruolo di mentore, in grado di tramandare al protagonista una conoscenza antica, quella del guerriero. Tramite questa conoscenza l’eroe/Manuel può imparare a gestire i propri demoni interiori (il rapporto con la madre, le difficoltà del fratello, la vita da strada). Infine dopo un’apparente sconfitta, cioè la presa di coscienza dell’impossibilità di farsi strada ulteriormente nel mondo della boxe, a causa dei meccanismi economici e delle dinamiche di potere interne a tale mondo, vi è la rinascita. Da quando Manuel decide di diventare barbiere e mettere su il suo progetto Barber Ring, egli ritorna nel suo mondo di origine, fra i giovani problematici e forte delle capacità acquisite vi apporta un reale cambiamento per il meglio, riuscendo ad ottenere, infine anche quell’unità familiare, che gli era mancata nell’infanzia. Ovvero rifonda la propria comunità su nuovi valori esattamente come ogni eroe classico che si rispetti.

Il documentario di Di Cosimo quindi si inserisce in quel tipo di cinema del reale che abbandona la pretesa di oggettività, quasi di matrice etnoantropologica, e invece privilegia un approccio più soggettivo. Un approccio che piuttosto che mostrare il reale, tenta di utilizzare il reale come materia prima con cui narrare l’universale che si può trovare nelle storie di ciascuno di noi. Questo tipo di cinema documentaristico mostra i suoi limiti, forse, nell’approfondimento socio-politico di alcune situazioni. Invece riesce a sprigionare tutta la sua forza, quando si tratta di restituire la storia umana di uomini e donne, che, per un motivo o per un altro, sono costretti a indossare i guantoni e a salire sul ring di una vita ingiusta, per affrontare l’ombra spietata dei propri demoni interiori. Esattamente come Rocco, Rocky, Tsuda e Manuel.

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