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Presentato in anteprima al #Giffoni50 lo scorso 26 agosto, Balto e Togo – La leggenda narra l’avventura tra i ghiacci dell’Alaska di Leonhard Seppalae del suo fedele cane da slitta. Ambientata agli inizi del 1900, la pellicola di Brian Presley, regista e interprete protagonista, racconta l’eroica impresa della corsa al siero realmente portata a termine dal musher Seppala che, assieme al suo cane Togo e ad altri conducenti di slitte, riuscì a salvare la cittadina di Nome da un’epidemia di difterite.

Ispirato alla storia vera di Togo e Balto, due Siberian Husky appartenuti all’addestratore Leonhard Seppala e divenuti famosi in seguito alla nota corsa al siero del 1925, il film si concentra interamente sull’estenuante staffetta percorsa dagli addestratori coi loro cani in mezzo a una terribile bufera a oltre 40 gradi sotto zero. Il destino dei bambini del villaggio, colpiti dalla malattia, è quindi nelle mani dei musher che, dopo un primo tentativo di trasporto aereo fallito, porteranno il prezioso medicinale da Nenana a Nome, attraversando i territori freddi e impenetrabili dell’Alaska.

Un viaggio contro il tempo e contro la morte, protagonista silente del film fin dalle prime scene, nella quali assistiamo impotenti alla fine della moglie di Seppala, Kiana, uccisa dalla pandemia influenzale del 1918. Sarà proprio questo antico dolore, unito alla preoccupazione per la piccola figlia Sigrid ormai contagiata, a spingere il protagonista a questa folle impresa insieme al suo fidato Togo.

“Appena a sud del circolo polare artico, ai confini del mondo, si trova un luogo desolato di estrema bellezza”; è l’incipit del film a trascinare lo spettatore, come incantato, in un’atmosfera degna delle più classiche storie d’avventura. La struttura narrativa, nel complesso lineare ma avvincente, si avvale di toni ora fiabeschi ora drammatici per dar vita a un prodotto cinematografico adatto anche ai più piccoli.

Balto e Togo – La leggenda: il potere dell’alternanza tra suono e silenzio

Intenzionato a dare il giusto rilievo alle figure di Togo e Seppala (mentre gli altri film e libri sulla corsa al siero si erano concentrati prevalentemente su Gunnar Kassan e Balto), il regista è riuscito solo in parte a individuare e rappresentare con efficacia il prezioso punto di contatto tra uomo e natura, distratto forse dal desiderio di dare alla pellicola un’impronta iper-realistica.

Distribuito in Italia da Notorious Pictures, Balto e Togo – La leggenda è la terza trasposizione cinematografica di quest’avventura che vede come protagonisti gli instancabili cani da slitta. Dopo Balto, film d’animazione del 1995 della Amblimation, e Togo – Una grande amicizia diretto da Ericson Core nel 2019, la pellicola di Presley vuole narrare la vicenda in maniera fedele e lo fa concedendo ampio spazio alle scende della micidiale bufera che, a tratti confuse e forzate, disorientano non poco lo spettatore.

Desideroso di sperimentare sulla propria pelle le emozioni e le difficoltà vissute dai protagonisti, il regista ha impiegato dieci anni di tempo per dare vita al film e ha dichiarato di aver trascorso otto giorni a meno 25 gradi prendendo parte a una spedizione di slitte lungo il Mare di Bering.

“Mi è nata una grandissima ammirazione per la forza d’animo di questi uomini e di questi cani e per le circostanze che hanno dovuto affrontare per salvare la città di Nome. Il potere del loro spirito e la forza della fede che devono aver avuto, ha motivato la storia di Seppala e Togo che ho scelto di raccontare. Per me, il messaggio di Balto e Togo – La leggenda è che dal vero altruismo e dalla fede, specialmente nelle condizioni più avverse, può nascere la versione più potente dell’amore”, queste le parole di Brian Presley che, oltre che della regia, si è occupato dell’interpretazione del protagonista e ha affidato il ruolo della piccola Sigrid a sua figlia Emma Presley.

Ambientato in Alaska ma girato in Colorado, il film non ci offre un’analisi completa dei personaggi. Questi ultimi infatti sembrano far da cornice alla tormenta che, dominando la scena, riesce persino in alcuni momenti a offuscare la splendida fotografia di Mark David (produttore del film). Appesantita da alcuni buchi di sceneggiatura, la pellicola può però contare sull’ imperdibile colonna sonora di John Koutselinis, eseguita dall’orchestra Filarmonica della Città di Praga.

È la musica, talvolta silenziata per dar spazio al frastuono della bufera, ad afferrare le redini della narrazione emotiva per accompagnare lo spettatore, in un alternarsi di note, rumore e silenzi, in questa folle, coraggiosa corsa tra le nevi dell’Alaska.