Cannes 2019 – Atlantique: recensione del film

Recensione di Atlantique, film presentato a Cannes 2019 dalla regista Mati Diop, la prima donna di colore a presenziare al Festival francese.

Dopo il film di apertura I morti non muoiono di Jim Jarmusch, tornano i morti viventi in concorso alla 72° edizione del Festival di Cannes con il film senegalese Atlantique, diretto da Mati Diop. Non si tratta di zombie questa volta, ma di anime defunte che si impossessano dei vivi per continuare a comunicare e agire appena tramonta il sole.

Ada, interpretata da una bellissima Mame Bineta Sane, è innamorata di Suleiman, un ragazzo che prova ad abbandonare il paese per trovare fortuna altrove, ma non torna più indietro. Il mare che circonda quei sobborghi degradati di Dakar è protagonista, a volte come simbolo di forza e conforto, altre come spietato mietitore. Un’atmosfera spettrale fa da sfondo a una storia d’amore con inserti surreali e una velata fantascienza. La torre futuristica che si erge nei pressi dei luoghi dove vivono i personaggi contribuisce a creare un paesaggio sospeso e freddo, prevalentemente notturno. Perché è di notte che tutto succede; nel buio brillano gli occhi completamente bianchi di donne e uomini che cominciano a vagare per le strade con un messaggio ben preciso di vendetta e riscatto.

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La regista Mati Diop

Atlantique: Mati Diop mette in scena un esperimento coraggioso, ma ancora acerbo

Mati Diop, prima donna nera in concorso al festival francese, riempie il suo film di suggestioni che creano però un effetto di dispersione e di caos. Il ritmo è alternato e i tempi si dilatano causando un calo di attenzione dello spettatore. L’idea alla base della sceneggiatura è sicuramente intrigante e originale, ma non è supportata da una messa in scena efficace e da uno stile narrativo convincente. La giovane protagonista brilla per la presenza fisica e una naturale espressività. Per lei Atlantique diventa anche una storia di formazione che la accompagna nella sua maturità. La perdita della verginità è un pensiero che torna prepotentemente nella sua quotidianità, e punta i riflettori anche su una questione religiosa. Come una sorta di Romeo e Giulietta Ada e Suleiman non possono stare insieme perché il destino ha scelto un altro finale per loro. Una forza oscura e inspiegabile stravolge le carte in tavola proponendo una ghost story alternativa e dall’anima profondamente indie.

La prima e l’ultima parte del film funzionano seppur con qualche difficoltà, ma il nucleo centrale che dovrebbe essere il cuore pulsante, non riesce a coinvolgere ed emozionare come dovrebbe. Atlantique racconta una storia che ha tutti gli ingredienti per rientrare nel genere del realismo magico a cui ci ha abituati, in Italia, Alice Rohrwacher, ma il risultato finale non ha lo stesso impatto emotivo dei suoi Lazzaro Felice o Le Meraviglie. Piuttosto ci troviamo di fronte a un esperimento di dramma astratto e ambizioso con una struttura di base valida, ma uno sviluppo incompleto e confuso.

Mati Diop dimostra comunque di avere coraggio per un cinema sperimentale e rivoluzionario, soprattutto per la produzione africana, ma in questo caso non ha messo bene a fuoco la natura del suo film, realizzando un prodotto appena sufficiente. Si percepisce il tocco femminile che avvolge il tutto in una dimensione intima e poetica, ma manca il carisma e l’energia che una storia simile dovrebbe avere.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 2
Recitazione - 3
Sonoro - 2
Emozione - 2

2.3

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