Alamar

Alamar ci ha messo otto anni per arrivare sui nostri schermi. Il film-documentario del regista messicano Pedro Gonzáles-Rubio risale al 2009 e si pone l’obiettivo di portare i suoi spettatori nelle acque di una delle barriere coralline più suggestive del mondo, a bordo di una barchetta bianca e in compagnia di tre generazioni: nonno, padre e figlio. Quel viaggio tra mari incontaminati e intimità famigliare, ora, approda finalmente su alcuni nostri schermi a partire dal 25 maggio. Ma vale la pena di approfittare di questa occasione?

Alamar

Alamar è un prodotto ibrido. Non è un film. Non è un documentario. È qualcosa che sta nel mezzo e lo fa in maniera egregia.

Gonzáles-Rubio ci porta piano piano a scoprire un mondo ai più sconosciuto. Un mondo inesplorato e, per questo, paradisiaco nel senso più stretto del termine. La scoperta avviene grazie ad un giovane e genuino protagonista: si chiama Natan, sua madre è italiana, suo padre è messicano. I due si sono amati e, come dice mamma Roberta, “si sono incontrati solo per fare Natan”, ma davanti all’ampia diversità delle loro vite, si sono separati. Ora Natan sta per partire, andrà in Italia, a Roma, ma prima è necessario che saluti come si deve suo nonno paterno, il pescatore “Matraca” di Banco Chinchorro. È un saluto pregno di significato, immerso in una natura incontaminata e bellissima, in un selvaticume che – lo sappiamo già – gli mancherà per tutta la vita.

È un’esperienza strana quella che ci costringe a vivere Alamar. Ci ritroviamo sognanti, a fissare quelle acque cristalline e quella vita semplice, fatta di pesca all’antica, infinite tazze di caffè e una palafitta di legno.

Sogniamo in quasi assoluto silenzio, rotto solo dai dialoghi – veri e pensati -, da qualche canzone in spagnolo e dal rumore, qualche volta assordante, del mare. Quello di Gonzáles-Rubio è un documentario calato nella bella cinematografia; è il racconto di un’intera comunità, di un modo di vivere, attraverso la compagnia di un bambino che scopre – contemporaneamente dicendo addio – una natura totalmente e splendidamente incontaminata.

Alamar

Per tutto il tempo, vi ritroverete a pensare solo una cosa: Alamar è paesaggio e intimità, è natura e famiglia. Alamar racconta con poche parole, immagini essenziali e magnifiche, una cinematografia volta a sfruttare il più possibile la bellezza di ciò che la circonda, senza artifici. Proprio come la vita a Banco Chinchorro, di chi non vuole e non vorrebbe altro dalla vita che fissare il mare e le stelle che vi si riflettono.

Insomma, forse l’occasione di vedere Alamar e la meraviglia negli occhi di Natan sul grande schermo di un cinema andrebbe colta. In fin dei conti l’effetto collaterale è solo uno: vorrete abbandonare tutto e vivere il resto dei vostri giorni su una palafitta della baia messicana.

Qui sotto potete vedere il trailer di Alamar:

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