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Dentro e fuori. Prigionia e libertà. Finzione e realtà. Cinema nel cinema e cinema come “medicina”. Queste sono le direttrici di A tempo debito – che ha partecipato al Sole Luna Doc Film Festival di Treviso (dal 10 al 16 settembre 2018), nella sezione fuori concorso Veneto Doc -, il documentario di Christian Cinetto, prodotto da Marta Ridolfi per Jenga Film, opera che accompagna lo spettatore nella Casa Circondariale di Padova, nella vita di quindici detenuti, narratori della propria storia e di quella di tutti gli altri. Siamo nell’ottobre 2013, quando Cinetto entra nella prigione di Padova per vivere a contatto con i detenuti e far loro realizzare un cortometraggio.

A tempo debito: 15 detenuti e Christian

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Sono 40 gli uomini che Cinetto si trova davanti quando fa i casting per partecipare al corso, 40 sono le storie che sente e che ascolta. Come scegliere? Nessuna è meno importante delle altre, tutte hanno valore e dignità; ma ad entrare in quella stanza, che lo spettatore incomincerà a conoscere, saranno solo 15. 7 nazionalità diverse, lingue differenti, modi di pensare quasi agli antipodi; il regista, sempre accompagnato dalla psicologa della struttura, si trova di fronte ad un lavoro complesso: scalfire il muro dietro cui i detenuti si nascondono, unire quegli uomini che sembrano essere cellule estranee le une alle altre.

Cinetto, durante l’ora d’aria – che detenuti decidono di spendere seguendo il suo corso -, entra in punta di piedi in quell’aula dove si incontreranno fino alla produzione di un cortometraggio, e nella vita di quegli uomini, più o meno giovani, tutti in prigione e in attesa di giudizio. Su questo deve puntare, sul fatto che vivono la stessa condizione, che hanno gli stessi problemi, sul fatto che tutti conoscono la sofferenza e il dolore di non vedere la propria famiglia, di non essere liberi di fare, dire, andare dove vogliono. In fondo, ciò che li unisce è, sembra banale ma emerge chiaramente, senza patetismo, in maniera forte, l’essere uomini. Poco importa infatti quale sia il reato che li ha portati lì, da dove vengano, a Cinetto interessa sapere chi sono, veramente e senza troppi fronzoli. Può un gruppo di uomini così complesso, eterogeneo e per certi versi fragile, affrontare un percorso di riabilitazione di gruppo attraverso il cinema? Che senso ha un corso per realizzare un cortometraggio quando sei in attesa di giudizio?

A tempo debito: un racconto spietato e sincero

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Il regista lavora su due piani, da una parte fa cinema nel cinema – racconta il retroscena di questa produzione, insegna veramente ai detenuti cosa voglia dire e come si faccia un film, si adopera per avvicinarli all’arte della recitazione, porta la troupe in prigione -, dall’altra compie una seduta psicanalitica commovente, compie uno studio tutto umano e antropologico. In A tempo debito lo spettatore partecipa alle lezioni di recitazione drammatica e di sceneggiatura, ma assiste anche all’esternazione del dolore di questi ragazzi e di questi uomini che sono lontani dalla famiglia, che sono arrivati da paesi lontani alla ricerca di una terra promessa, che colpiti dalla crisi non hanno trovato altra strada se non delinquere.

All’inizio tra coloro in attesa di giudizio c’è diffidenza e sospetto, un colpo assestato in pieno petto può essere male interpretato e diventare fonte di scontri e violenza, invece no, qualcosa infatti inizia a cambiare e chi sta seduto al tuo fianco diventa fratello, amico, uno come te che sa cosa stai vivendo e conosce le tue giornate. La prigione diventa tema che tiene stretti i quindici corsisti, come li chiama Cinetto, parlano di quei loro giorni tristi e pieni di senso: raccontano quali sono i loro problemi (il cibo, il bagno, la vicinanza con persone che non conoscono e non hanno scelto) e tutto ciò viene messo su carta, nelle parole e nelle immagini, scrivono cos’è per loro la cella in cui sono rinchiusi, cos’hanno capito dalla detenzione. La recitazione rende vulnerabili, nudi soprattutto se si mette in scena il reale, senza finzioni, il raccontarsi rende vulnerabili, nudi; inevitabilmente si crea fiducia tra loro e tra il gruppo e il regista, quello che per i quindici è Christian, e si mostrano senza più barriere. Mostrano le lacrime, la disperazione mentre raccontano la propria storia, ma anche le risate, i sorrisi di chi sta condividendo qualcosa e di chi si diverte.

Quasi come in un percorso fatto a step Cinetto si addentra nell’animo dei suoi ragazzi mettendo loro la telecamera “in faccia”, topos nel documentario, osservandoli da lontano, dall’alto, da dietro, mentre fanno gli esercizi, mentre si confidano come in una comune pensieri, idee, speranze. Uno dei momenti più toccanti è quando leggono ciò che hanno scritto ai loro cari; da quelle parole gettate su un foglio in solitaria, da quelle pagine fuoriescono le emozioni più sincere e dolorose, emergono storie, situazioni e nature che non avremmo mai immaginato. C’è un materiale molle, delicato e bruciante che Cinetto contiene e lascia andare con sensibilità e rispetto. Accarezza e abbraccia con virgiliana protezione gli attori in erba accompagnandoli in questo lungo percorso e facendosi accompagnare da loro.

A tempo debito: la storia di una formazione e di una “liberazione”

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A tempo debito è anche la storia di una formazione e di una “liberazione” – liberarsi grazie all’arte. Il regista dopo cinque mesi di incontri e prove arriva a realizzare il corto, riesce a portare i suoi  “allievi”/”amici” a realizzare il loro piccolo/grande sogno. Tutto il percorso acquista significato negli sguardi, nei sorrisi, negli occhi appagati e orgogliosi della classe di fronte alla visione del loro lavoro.

Il documentario sviscera con forza il doloroso e complesso tema della prigionia senza retorica, e riesce a rendere partecipe chi guarda in maniera semplice e diretta. Certo, il film si svolge dentro quattro mura da cui non si può uscire, i temi trattati sono quelli, ma A tempo debito è in grado di raccontare i giorni, i mesi, gli anni di detenzione a suo modo, ciò che passa per la testa di chi è in attesa di giudizio con schiettezza e empatia la stessa che si crea con lo spettatore.

Questa è un’opera che addolora, commuove e dà prova che ci sono possibilità di riabilitazione in carcere, e tutto questo grazie all’occhio e alle parole di Cinetto (sua è la voce narrante) che si confronta con i protagonisti non tirandosi indietro mai.

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