47 Ronin: recensione

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Esplorare nuove culture è sempre affascinante. Permette di ampliare le proprie conoscenze, capire come comportarsi in varie situazioni e acquisire esperienze che formano la persona. Tuttavia ognuno vuole sempre mantenere salde le proprie origini e ritrovare un pezzo di sé in tutto quello che esplora. Se è vero che l’italiano all’estero deve sempre trovare la pizza, “perché si il sushi è buono, ma vuoi mette co na bella capricciosa”, l’americano ha dalla sua il machismo e la conquista del mondo. Tutto questo serve ad introdurre 47 Ronin, film esordio del regista Carl Rinsch, uscito nelle sale italiane il 13 Marzo 2014. Per chi fosse alieno alle storie nipponiche , la leggenda dei 47 ronin al quale il film si ispira parla di 47 samurai decaduti (ronin appunto) che per vendicare l’uccisione del loro signore infrangeranno la legge del Giappone feudale per far trionfare la giustizia, ben consapevoli del destino di morte che li aspetta, sia in caso di successo che di fallimento. Questa storia in Giappone è sentitissima e celebrata una volta l’anno come uno dei più grandi esempi di onore, coraggio e giustizia che il paese del sol levante abbia mai visto.

Il film, che vuole essere un omaggio alla cultura giapponese e alla leggenda viene tuttavia contaminato da tutti quegli elementi propri del cinema occidentale che sono in antitesi con quello orientale. Prima fra tutti l’introduzione del protagonista mezzosangue, qui interpretato in maniera deludente da Keanu Revees che dimostra di avere davvero due espressioni, con i capelli sciolti o legati, palesemente introdotto per stimolare l’interesse di un pubblico occidentale. In secondo luogo, una distinzione manichea tra buoni e cattivi, sconosciuta al cinema orientale dove molto spesso, oltra al bianco e al nero, troviamo il grigio.

47 Ronin

La pellicola tuttavia è originale, con l’introduzione di elementi fantasy quali mostri e streghe che la allontanano dalla leggenda originale ma almeno portano una ventata d’aria fresca in un panorama cinematografico segnato da reboot e idee trite e ritrite. Il ritmo è ben calcolato, con momenti di riflessione e combattimenti (anche questi tuttavia lontani dalla bellezza armonica delle produzioni orientali, ma molto più brutali e fini a se stessi). Molto buoni anche i costumi e l’interpretazione degli attori giapponesi (a sorpresa Rinko Kikuchi su tutti, nel caso non si fosse notato in Pacific Rim), costretti tuttavia a recitare in inglese, quando magari un doppiaggio in lingua originale avrebbe impreziosito la produzione.

Concludendo quindi, un film adatto a passare una serata ma che non fa gridare ne al miracolo ne al capolavoro. E’ un peccato perché qualche accortezza in più e pizzico di coraggio, magari slegandosi dai canoni occidentali, avrebbero reso questo film decisamente più interessante, riuscendo anche quasi a farci tollerare Keanu Reeves.

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