WeCrashed: recensione della serie con Jared Leto e Anna Hathaway

Alla Silicon Valley – dove vivono Google e gli altri big del tech – c’è un nome per le Start Up con una valutazione di investimento superiore al miliardo: Unicorno. Tutti vorrebbero essere unicorni. Alcuni dovranno accontentarsi di essere cavalli, molti si riveleranno asini. E poi c’è Adam Neumann, fondatore di WeWork e controverso protagonista di WeCrashed, Serie TV Apple disponibile dal 18 marzo e distribuita ogni venerdì. Lui è una creatura a parte, affascinante e allucinata, parabola caricaturale di un millennio fondato sulle ideologie naiv delle prime generazioni digitali – alla ricerca del nuovo Facebook, della quotazione miliardaria e del luogo di lavoro a forma di parco giochi.

L’ascesa e il declino di WeWork – società immobiliare che gestisce innovativi spazi di co-working – era già stata raccontata da un Podcast di successo, ma è grazie a Jared Leto e Anna Hathaway che prende forma compiuta. Durante la sigla vediamo proprio un unicorno attraversare l’ufficio, ma è chi lo cavalca a guidarci in questa storia. Sono loro i Marco Antonio e Cleopatra di una vicenda che si nutre dei deliri di coppia e racconta le ombre ideologiche e le storture umane del nuovo sogno americano a forma di Start Up.

We Dream, WeCrashed: storia di un successo fallimentare

WeCrashed Jared Leto Cinematographe.it

We Dream, We Work, We Crashed. Dal sogno allo schianto. La parentesi di WeCrashed è chiara, e segue pedissequamente le vicende aziendali di WeWork. Più che il destino della società, è la sorte e le origini dei suoi fondatori a tenerci vigili davanti allo schermo. La Serie TV muove però passi al contrario, dallo schianto riavvolge al sogno e inizia a raccontare. Così organizzata, WeCrashed permette di vedere il risultato di una metamorfosi di cui seguiremo le fasi più concitate.

Alla loro prima apparizione, Adam (Jared Leto) e Rebekah (Anna Hathaway) respingono lo spettatore. Sembrano due assurdi personaggi dello spettacolo. Occhiali da divi, camminata in sincrono e smorfia di disgusto colata in un ghigno di soddisfazione per la propria esistenza. È il 2019 e il loro impero su We Work sta capitolando all’indomani di un articolo del New York Times che ne racconta nefandezze e frodi fiscali. A questo punto, We Crashed inizia. Torniamo al 2008, crisi finanziaria da un lato, ribalta della Silicon Valley dall’altro. Un contesto perfetto per l’ascesa dell’assurdo di cui si veste Adam Neumann.

Se i fratelli Grimm fossero stati dipendenti di We work avrebbero scritto una fiaba così: ambigua e senza pietà, dove il principe si crede Dio e la principessa rade al suolo la torre.

Una coppia magnetica e incendiaria

We Crashed Anna Hathaway Cinematographe.it

Lui è espressione, virtuosismo della follia e manifesta buffonaggine. L’uomo tanto genio quanto demente. La rockstar con lo spara t-shirt puntato sulla folla. Un uomo di parola, ossia che niente ha se non quella. Sufficiente per convincere investitori e giovani bagnati dal sogno di una nuova Google a seguirlo fino alla rupe più alta, dove tutti si gettano in nome del guru. Oggi spesso è quello il vero potere in seno a società le cui quotazioni vivono del public speaking di chi le controlla, valutate secondo un gioco percettivo di massa.

WeCrashed dimostra come l’elisir di successo in questo contesto è un difficile ma possibile lavoro alchemico tra convinzioni, prese in giro e parole sfoderate come incantesimi. Adam abusa e storpia parole come “disruption”, bramando una confusione di fondo tra vita e lavoro, rivoluzione imprenditoriale e crescita personale. Non si vendono prodotti, ma “esperienze”, e la parola vita viaggia solo con “stile di”. I riscontri di quest’ideologia calata in una realtà aziendale vengono manifesti in WeCrashed nell’episodio dedicato al Summer Camp, dove l’azienda si dedica un weekend sul lago obbligando i dipendenti a orari proibitivi e giochi assurdi per realizzare il sogno di un lavoro che sia sempre e comunque una festa. Se alla birra gratis e al ping pong non retrocede nessuno, si scopriranno presto i limiti di un’esasperazione del luogo di lavoro e di una vita che si aliena in essa – seppur in forme festose e coinvolgenti. Adam urla “We”, la folla dice “Work”.

Rebekah invece è controllo. Moglie dell’imperatore: vero potere ma in penombra, pericolosa come una Medea e pronta a bruciare il mondo per il futuro della coppia. Sono uno la divinità dell’altro, un monoteismo pericoloso che ci affascina e preoccupa, ma che è il vero magnete che rende WeCrashed storia da non perdere.

WeCrashed è un profluvio di parole sinuose, quasi misteriche, in cui la coppia al centro vive una dinamica meritevole delle grandi tragedie e avventure imperiali. Lei, Lady Macbeth, sussurra che il mondo sarà suo. “Ti ho manifestato”, dirà.

WeCrashed: passato o presente?

We Crashed Serie TV Cinematographe.it

Adam Neumann non ha la fama di Mark Zuckerberg o Steve Jobs, per quanto avrebbe voluto in ogni modo condividerne le vette. Sarà di certo felice di una serie a lui dedicata, nonostante i toni del racconto. Lo spettatore però non ne conosce la storia e subisce e gode dell’interpretazione sempre caricaturale che ne fa Jared Leto. In assenza di riferimenti – pensiamo a quanto invece sia possibile decidere quale Steve Jobs cinematografico sia più aderente al personaggio reale – ne accogliamo l’eccesso anche come strumento per raccontare una follia inedita. L’attore maschera così anche i limiti interpretativi che da tempo mordono a tanaglia i suoi film. Un po’ come in House of Gucci – dove Jared Leto pantomima il più eccentrico dei Gucci – la maschera è funzionale al personaggio quanto all’attore, che ci lascia nel dubbio di aver assistito a una parodia ricercata o subita.

Più trattenuta – e per questo spaventosa – è Anna Hathaway. Il terzo episodio si dedica a lei, scavando nel passato e creando una backstory travagliata. Con una vicenda reale così significativa, due protagonisti imprevedibili e ebbri di follia sono più di quanto potessimo sperare.

Osservato in un mondo post-pandemico, WeCrashed ci interroga sull’eventuale tramonto della fede cieca in un modello che già oggi mostra i fianchi a indiscutibili limiti. D’altronde i primi beneficiari di tale realtà imprenditoriale, dai Google ai Facebook, sono gli stessi che oggi cercano in ogni modo di assorbire le nuove realtà per limitare il numero di concorrenti e mantenere un’oligarchia di fatto.

WeCrashed racconta una stagione – e le sue ombre umane – sulla cui fine non abbiamo ancora certezze ma che già oggi, nel 2022, può sembrare in dissonanza con un panorama rivoluzionato da eventi globali. Curioso che a riferirci tutto questo siano le vicende di WeWork, i cui principi di co-working, per anni ricercati, hanno lasciato spaziato allo smart working. Chissà come dev’essere rispondere “work” quando il guru-imprenditore urla “we” in connessione su Zoom.

Regia - 3
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 2
Recitazione - 2
Sonoro - 3
Emozione - 3

2.8

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