We Own This City – Potere e corruzione: recensione della miniserie su Sky

Il team creativo dietro The Wire ritorna sulle strade di Baltimora per raccontare di violenza, brutalità e polizia corrotta con We Own This City - Potere e corruzione, dal 28 giugno 2022 su Sky. Jon Bernthal straordinario.

Arriva su Sky Atlantic in prima visione il 28 giugno 2022 e in streaming su NOW, anche disponibile on demand. Si chiama We Own This City – Potere e corruzione, è una miniserie in 6 parti scritta da David Simon e George Pelecanos e interpretata, tra gli altri perché il cast è grande assai, da Jon Bernthal, Josh Charles, Wunmi Mosaku, Jamie Hector, Dagmara Domińczyk. La regia è di Reinaldo Marcus Green (Una famiglia vincente – King Richard). Basata sull’omonimo libro di Justin Fenton, corrispondente del Baltimore Sun.

E se la combinazione Baltimora, polizia e violenza accende qualche lampadina nei polverosi anfratti della memoria collettiva, la cosa è più che giustificata. We Own This City – Potere e corruzione è il ritorno sulle (sporche) strade di una delle capitali della violenza americana del duo Simon e Pelecanos. Per cinque stagioni, dal 2002 al 2008, la coppia ha ridefinito i confini e le possibilità della narrazione seriale crime orchestrando uno sguardo audace e molto articolato su legge, violenza, società e dintorni. E in più di un senso We Own This City – Potere e corruzione prosegue, almeno nello spirito, il lavoro portato avanti da The Wire. Con qualche precisazione.

We Own This City – Potere e corruzione: di cosa parla la miniserie e in cosa si discosta da The Wire

We Own This City - Potere e corruzione cinematographe.it

Le differenze importanti sono due, una intuitiva ma da spiegare, l’altra grande, molto, ma anche più sfumata. Si comincia dal formato. We Own This City – Potere e corruzione, miniserie, non va per la lunga narrazione che invece era il punto di forza dell’ingombrante precedente, preferendo l’immediatezza di un uno-due calibrato e rapidissimo. Tesse la sua tela di corruzione e abuso di potere scorrazzando avanti e indietro nel tempo; l’utilizzo insistito dei flashback, all’inizio soprattutto, sconcerta perché i riferimenti non sono sempre chiari. Una volta decifrate le coordinate e compreso il senso di questa flessibilità, far entrare lo spettatore dentro la vicenda (tentacolare e approfondita) una tessera del puzzle dopo l’altra, il gioco acquista tutto un altro sapore.

Poi viene una differenza d’impostazione. Se The Wire partiva dalle strade violente di Baltimora per parlare di povertà, violenza e legge nell’ottica di un’analisi generale delle strutture e delle istituzioni che definiscono il quadro vivente della società americana, We Own This City – Potere e corruzione restringe deliberatamente il campo visivo. Non però l’ampiezza del suo respiro. Guarda dentro il cuore malato della casa delle legge e dell’ordine, emette una diagnosi impetosa e un verdetto senza speranze. La malattia che affligge il corpo di polizia di Baltimora, una parte per il tutto, può essere eradicata solo ripensando completamente le regole del gioco e il suo pensiero. Ci sono anche dei poliziotti sbagliati.

Il primo, il più importante, si chiama Wayne Jenkins (Jon Bernthal). La morte di Freddie Gray nel 2015, ucciso dalla polizia di Baltimora senza colpevoli accertati in sede giudiziaria, porta la tensione alle stelle. La popolazione non ha fiducia, le istituzioni non cercano un reale cambiamento, metà degli agenti si fa togliere dalle strade per paura di quello che potrebbe succedere. In questo quadro la Gun Trace Task Force teoricamente dovrebbe essere un corpo di eccellenza, l’anima e il cuore del BPD (Baltimore Police Department). Invece è un letamaio, la brochure di un fallimento strutturale. Jenkins comanda un gruppo di criminali in distintivo insieme al sadico e razzista Daniel Hersl (Josh Charles); fa paura, ma non per l’intimidazione fisica, l’abuso di potere, l’opportunismo. La città vuole numeri, arresti, sicurezza. Jenkins non sa che farsene di colpevoli e innocenti, fin tanto che c’è la possibilità di migliorare le statistiche. Un arresto è un arresto, se c’è da falsificare prove si falsificano prove. Se il bottino di guerra è una partita di droga si fa un po’ di contrabbando, se salta fuori del denaro ci si ricorda che la paga è una miseria e se ne prende giusto un po’. Ma non è questo il problema. David Simon e George Pelecanos mettono insieme politica e morale ricordandoci che l’aspetto veramente inquietante della faccenda non è il poliziotto narcotrafficante e razzista. Ma l’ostinazione con cui il poliziotto narcotrafficante e razzista continua a pensarsi, sempre e comunque, voce e braccio della legge e della giustizia.

Regia incalzante, scrittura affilata e complessa, recitazione di primo livello

We Own This City - Potere e corruzione
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Il fatto che tutto quello che succede in We Own The City – Potere e corruzione sia rielaborazione di vicende realmente accadute non rende le cose più semplici. Ci sono anche i buoni. Buona e disarmata è Nicole Steele (Wunmi Mosaku), avvocatessa della divisione per i diritti civili del Dipartimento alla Giustizia che sente profumo di illegalità e mette a disposizione delle istituzioni un quadro normativo in grado di fermare la violenza e gli abusi. Inascoltata. Buoni sono Dagmara Domińczyk e Don Harvey; dietro le reti di un’indagine FBI, mettono la task force nel sacco e rendono visibile il marcio aprendo una nuova fase, quella del cambiamento auspicato ma difficile a realizzarsi. A metà strada c’è Jamie Hector, il brillante detective della squadra omicidi che dimostra quanto sia semplice, anche con le migliori intenzioni del mondo, finire in mezzo ai guai.

A Washington si decide la guerra alla droga, cosa voglia dire realmente non è chiaro ma la formula ha molta presa, soprattutto vicino alle elezioni. Ne conseguono tante cose, per esempio che la polizia si militarizza e il suo potere aumenta a dismisura, soprattutto nel momento in cui non si chiarisce chi e come dovrebbe controllare i controllori. Nel frattempo viene individuato il target demografico di riferimento, afroamericano, povero e giovane, da usare come carne allo spiedo. Questo il quadro storico e giuridico. Tocca alla regia sanguigna di Reinaldo Marcus Green restituire senza moralismo la fisicità sporca delle strade di Baltimora, mentre la coppia Simon e Pelecanos definisce le coordinate civili e morali di una storia labirintica e modernissima. Il resto lo fanno gli attori.

L’equilibrismo etico di Jamie Hector, la rassegnata lucidità della bravissima Wunmi Mosaku, la coppia Harvey e Domińczyk che stempera un po’ il rigore dei toni con lampi di umorismo e umanità, il temperamento sfatto del pericoloso Josh Charles. Un pugno di nomi per un cast eterogeneo e molto sfaccettato. Ma tutta la coralità del mondo non basta a nascondere che We Own The City – Potere e corruzione è lo show di un attore e un personaggio in particolare. Jon Bernthal lavora sui muscoli tesi e l’incedere nervoso del suo sergente corrotto per raccontare del punto d’incontro tra i guasti di un istituzione e le debolezze dell’uomo. Wayne Jenkins è una recluta spaventata e poco strutturata moralmente che reagisce alle pressioni della strada riempendosi la bocca di paroloni come legge, ordine e giustizia, mentre le mani si muovono in direzione opposta. Ma non c’è nessun disegno criminale dietro le sue azioni, nessuna filosofia del male da opporre allo stato di diritto. Solo opportunismo e la convinzione di farla sempre franca. Quando l’istituzione frana, sono gli esempi peggiori che prendono il sopravvento. Questa, se volete, è una delle tante morali della favola. Il messaggio è desolante, la qualità della messa in scena, superba.

Regia - 4
Sceneggiatura - 5
Fotografia - 4
Recitazione - 5
Sonoro - 4
Emozione - 4.5

4.4

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