Vincenzo Malinconico: recensione della fiction Rai

Cronaca di un successo annunciato: l’Avvocato Malinconico non fallisce il debutto in Rai grazie al suo carattere svagato e naïf.

Diego De Silva presta il suo Vincenzo Malinconico alla prima serata Rai: il risultato è di una fiction godibile ed ecumenica, tagliata per un pubblico intergenerazionale e family-oriented, che né fa torto all’estro versatile – tra narrativa e drammauturgia – dello scrittore napoletano né conquista del tutto. Eppure, forse, in questi tempi faticosi, è proprio quello di cui abbiamo bisogno: tepore. Non è un caso che abbia battuto gli ascolti del grande circo concorrente: il Grande Fratello Vip.

Vincenzo Malinconico, avvocato d’insuccesso: dal libro alla fiction, il salto è ad atterraggio sicuro

Massimiliano Gallo, dopo trentacinque anni di gavetta, è al ruolo della svolta: il suo Vincenzo Malinconico è perfetto.

Vincenzo Malinconico è, come da sottotitolo di romanzi e fiction, un “avvocato d’insuccesso“: di professione civilista (annoiato), si occupa di contenziosi minori a Salerno. Anagraficamente prossimo ai cinquant’anni, è separato da Nives, brillante psicologa, con cui continua, saltuariamente e senza ansie da prestazione, ad andare a letto. I due figli adolescenti o poco più – la ragazza, dal nome medievale di Alagia, a rigore, non è biologicamente sua – sono in egual misura motivo di gioia e di preoccupazione. Personaggio con il genio dell’antieroe, facile a evasioni allucinatorie, Malinconico non contrasta le basse e le alte maree della vita, ma si lascia trasportare dalla corrente, persuaso che opporre resistenza ai flutti impetuosi sia fatica vana e che anche le fantasie, come le asprezze della realtà, alla fine si rivelino fenomeni transitori a cui non vale la pena prestare troppa attenzione.

Nato dalla mano ispirata e un po’ appocundriaca di Diego De Silva che lo ha dato alla luce nel 2007 (anno del primo capitolo della saga, Non avevo capito niente, edito da Einaudi, appunto appena riadattato per la Rai), è malinconico di cognome e spesso anche di fatto per via di un’esistenza arenata, che non sembra offrire più occasioni di mettere alla prova le sue doti di improvvisatore. Nondimeno – ed è virtù rara, anzi rarissima – sa sostare, quasi danzare, nella precarietà e nel disorientamento, mosso alla vita dall’amor fati e dal desiderio di vedere che cosa può ancora succedere. E quando finalmente succede qualcosa – un omicidio, un nuovo amore, la ’protezione’ di un boss della Camorra – si rianima dal torpore, con il garbo sornione di chi non si aspetta mai niente ed è quindi sempre contento a metà, in quella salvifica terra di mezzo, una linea di confine benedetta, tra il pieno e il vuoto.

Vincenzo Malinconico: anatomia di un avvocato di cause minori prestato al poliziesco

‘Vincenzo Malinconico’ è una fiction co-prodotta da Rai Fiction-Viola Film per la regia di Alessandro Angelini.

In un romanzo giallo (ma quelli di De Silva sono narrazioni ibride, non incasellabili in un genere, in cui prevale il tono della commedia), la fisionomia del detective protagonista è tutto: più dell’intreccio, contano l’ambiente con cui si confronta, l’atmosfera evocata dal rispecchiamento che instaura con i luoghi attraversati, il carisma che emana, la sua psicologia screziata. Ombroso o solare, calmo o inquieto, severo o indulgente, maniacale o distratto, sorretto da un’intelligenza serratamente logica oppure strattonato quasi a forza da epifanie luminescenti, il detective deve mantenersi in parte inaccessibile, motivare alla simpatia o all’antipatia, a qualsiasi sentimento che sia estremo o, se non è estremo, se non è di amore o ripugnanza, almeno deve – mitighiamo: dovrebbe – evocare una complessità rara, destare la curiosità di capire qual è il segreto covato, e per segreto non s’intenda una colpa commessa nel passato o un dolore sepolto, ma anche soltanto un groppo in gola impossibile a sciogliersi, un’ossessione invincibile, un angolarità resistente alla smussatura.

Vincenzo Malinconico in parte disattende l’aspettativa, un po’ perché è soprattutto un uomo comune, un legale poco convinto prestato all’indagine per caso, un po’ perché il suo candore, come qualità-madre della sua caratterizzazione, è una proposta anticanonica: nei suoi confronti, forse per la sua stessa natura mite e bonaria, per un eccesso di luminosità – riflessa anche in una fotografia che neppure le malinconie riescono a opacizzare – è impossibile non provare un sentimento di condiscendenza, quasi di tenerezza. Per le stesse ragioni, è ugualmente difficile farsi trasportare, lasciarsi sedurre fino in fondo da una personalità tanto zuccherosa. Malinconico è, infatti, un tipo che i più giovani in gergo definirebbero cutie-pie: un ”tesoruccio”. E i tesorucci, si sa, piacciono a tutti e non piacciono a nessuno.

Vincenzo Malinconico: una fiction antistress

La serie è tratta dai romanzi di Diego De Silva, scrittore e drammaturgo napoletano.

Nella trasposizione da libro a fiction, il protagonista mantiene il peso che impone all’economia narrativa dei romanzi ed è per questa ragione che apprezzare o meno le sue avventure dipende da un’idiosincrasia fondamentale: forse, chi lo ha amato di carta, lo amerà anche in versione televisiva, incarnato da un Massimiliano Gallo caratterista di rango, privo di titubanze di sorta. Tuttavia, se si giudica soltanto il Malinconico televisivo, non è facile comprendere cos’abbia decretato il successo del suo analogo letterario. Le disavventure, tra lavoro e privato, di cui è protagonista sono sì intrattenitive, ma nulla di più. Il piacere che può derivare dalla loro visione è, chissà, della stessa natura di quello, a bassa intensità, di cui è capace il personaggio: scorrimento placido, senza scuotimenti, pratica balsamica di svagamento e distrazione. Se tale medietà rappresenti un difetto o una virtù, se la sua polarità oscilli verso il positivo o il negativo, è tuttavia impossibile stabilirlo in sede critica perché Malinconico non possiede la stoffa del personaggio divisivo. È come un orsetto di gomma o una pallina antistress: lo si mastica e lo si comprime per allentare le tensioni, senza vero interesse per quel che è.

Regia - 2.5
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 2.5
Recitazione - 2.5
Sonoro - 2.5
Emozione - 2.5

2.5

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