Untold: Operation Flagrant Foul – recensione del documentario Netflix

Untold: Operation Flagrant Foul, dal 30 agosto 2022 su Netflix, racconta di uno dei più clamorosi scandali nella storia dell'NBA.

Quello di cui parla Untold: Operation Flagrant Foul, su Netflix dal 30 agosto 2022, è davvero uno dei più grossi scandali nella storia dell’NBA. È anche il fiore all’occhiello del Volume 2 della docuserie in 4 parti che racconta il mondo dello sport americano da prospettive e angolazioni inedite, con un’attenzione particolare per i comportamenti e le traiettorie fuori dagli schemi. Il comportamento di Tim Donaghy è decisamente originale, su questo non c’è dubbio. Ma non nel modo carino, quello che, per intenderci, ispira e incoraggia ad abbattere barriere. Nell’altro. In ballo qui non c’è solo la vita e la carriera di Donaghy, ma anche la reputazione del più grande impero mediatico-sportivo-spettacolare del mondo. La National Basketball Association, altrimenti conosciuta come NBA, che abbiamo tutti fretta.

Untold: Operation Flagrant Foul cinematographe.it

Tim Donaghy è un arbitro, importante per giunta, che a un certo punto fa la cosa sbagliata. Sbagliata in relazione al suo mestiere, alla salute della sua anima e a certi principi di purezza e trasparenza dello sport che non andrebbero mai messi in discussione. Tutto sommato ne paga le conseguenze. Untold: Operation Flagrant Foul è la storia di Donaghy, di chi gli sta intorno, di chi ha collaborato e di chi non si è accorto di nulla, tranne forse quando era davvero troppo tardi. Regia di David Terry Fine.

Untold: Operation Flagrant Foul – Tim Donaghy fa una cosa che per gli arbitri NBA è vietatissima

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La cosa curiosa è che Donaghy non aveva realmente bisogno di soldi. A casa e al lavoro, le soddisfazioni non mancavano. Davvero, quanti sono quelli che nella vita possono affermare in tutta coscienza di fare ciò per cui ci si sente predestinati? Di eventuali malesseri da retrobottega esistenziale, la sindrome dell’irrisolto di successo alla Don Draper, Untold: Operation Flagrant Foul non fa cenno e noi non ne sapremo mai granché. Il documentario racconta lo scandalo concentrandosi essenzialmente sulla meccanica degli eventi. I motivi e i moventi restano un po’ sullo sfondo, affrontati sì, ma superficialmente. Non è a tutti i costi un peccato mortale, questo.

Anche perché sono gli stessi protagonisti che faticano un po’ a lasciarsi andare. Magari deliberatamente. Tim Donaghy ha un sogno, diventare uno degli eletti. Non ne vengono ammessi più di cinquanta, in tutto, ad arbitrare un match NBA. Comincia con la solita trafila, i campus e le periferie, finendo per centrare il bersaglio intorno alla metà degli anni ’90. In genere, nel campo della fiction, è a questo punto che la narrazione hollywoodiana standard e anche un po’ ruffiana cerca il modo di chiudere la partita stordendoci con l’illusorio lieto fine. Tim Donaghy, padre felice, marito devoto di Kim (che capirà ma solo a giochi fatti), arbitro NBA, nel suo lavoro ci sa anche fare, si incammina verso il tramonto sorridente e in pace con il mondo. Peccato solo per questo problemino con le scommesse.

Un arbitro non può scommettere, mai, su niente, a maggior ragione se il match è suo, ne va della neutralità del professionista e del buon nome della lega. Ma Donaghy non ci pensa e oltrepassa quel certo limite morale. Prima sobillato da un amico, con puntatine non troppo importanti. Poi, finendo nel giro molto più articolato di Thomas Martino e James Battista, allibratori dei sobborghi di Philadelphia ma collegati, soprattutto il secondo, alla mafia di New York. Ed è qui che cominciano i guai. Donaghy è intelligente e per di più è un insider, orienta i suoi collaboratori sui match per cui vale la pena di puntare servendosi delle informazioni raccolte frequentando l’universo NBA dal di dentro. Afferma di non aver mai indirizzato platealmente un incontro con le sue decisioni. Ma è chiaro che, inconsciamente, quando sai che la tua partita potrà o meno fruttare soldi se va in una certa direzione, un centro controllo “extra” sugli eventi finisci per esercitarlo comunque. Donaghy scommette alla grande per parecchi anni, dal 2003 al 2007. Lo “pizzica” l’Fbi, ma inavvertitamente, proprio per via della mafia.

Delle scelte di un uomo, dei problemi del sistema, del rapporto complicato tra sport e spettacolo

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Tim Donaghy è talmente bravo a piazzare scommesse vincenti, sui match suoi e altrui, che gli viene affibbiato il soprannome di Elvis. È il re e il suo regno cade vittima del caso e di frequentazioni sbagliate. Phil Scala, pezzo grosso dell’Fbi, l’uomo che ha incastrato John Gotti, sta indagando su loschi affari mafiosi e dell’NBA, professionalmente si intende, non pensa e sospetta nulla. I soldi delle scommesse finiscono però per gravitare nell’orbita degli stessi clan malaviosi su cui è puntato il riflettore ed è proprio allora che parte l’indagine collaterale su Donaghy, Martino e Battista. In un primo momento sembra destinato e venir giù tutto il baraccone, perché il sospetto è che Donaghy non sia l’unico arbitro della lega ad approcciare l’etica professionale con una certa flessibilità. Si prospetta un brutto quarto d’ora per David Stern, il potentissimo Commissario NBA. Untold: Operation Flagrant Foul allarga il perimetro delle sue indagini, ma lo fa con calma.

Quello che all’inizio sembra il caso esemplare (ma al contrario) di un uomo che ha tutto e finisce per autodistruggersi, finisce per somigliare, via via che la storia procede, alla fotografia impietosa di un’inconsistenza e di un opportunismo generalizzati che inquinano in profondità il mondo dello sport americano. O almeno così sembra, perché a pagare, a conti fatti, sono soltanto in tre, Donaghy, Martino e Battista. Il documentario ovviamente non può risolvere la questione se ci sia stata o meno la volontà di fermare la mano della giustizia per salvaguardare l’integrità dello spettacolo. Pure, la seconda metà del film scorre accompagnata dall’impressione che la superficie degli eventi sia stata soltanto scalfita. Donaghy può essere stato un caso isolato o un ingranaggio di un sistema più grande, valeva la pena soffermarsi maggiormente su questo aspetto.

Questo non succede, anche perché Untold: Operation Flagrant Foul ha fretta di chiudere i conti con i suoi fantasmi. Un’ora e diciassette minuti di durata, più o meno, c’è comunque tempo e spazio per catturare temi e spunti succosi. Il documentario racconta molto bene un fatto spesso trascurato. E cioè che quello tra sport e spettacolo è un matrimonio complicato, perché le necessità materiali del secondo non vanno molto d’accordo con il bisogno di pulizia spirituale del primo. In fondo, il destino di Tim Donaghy è segnato nel momento in cui gli spiegano che ci sono cose che proprio non si possono fischiare a Michael Jordan, perché il pubblico ha pagato per vederlo sempre in campo.

Thomas Martino e James Battista parlano e si muovono da comprimari in un film di Martin Scorsese; il documentario trova il modo e il tempo di esplorare slang, attitudini e filosofie varie del sottobosco pseudocriminale che sta un po’ nel mezzo, tra il grande business dell’intrattenimento e la criminalità organizzata. Untold: Operation Flagrant Foul è il racconto dell’ascesa e della caduta di Donaghy & Co. filtrato dalle parole dei protagonisti. I temi portanti, la seduzione sottile del potere e le scorciatoie verso il successo, sono restituiti con brio e vitalità. Quando invece si vuole parlare di psicologie e motivazioni ed entrano in gioco concetti sfuggenti come colpa e responsabilità, è qui che il documentario sembra timoroso di procedere. Una reticenza che non può essere spiegata totalmente con la difficoltà che ogni uomo ha nel leggersi dentro.

Regia - 2.5
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 2.5
Sonoro - 2.5
Emozione - 3

2.5

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