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Cosa succede quando l’arte cinematografica incontra lo spirito e la forma della serialità? Otteniamo un’opera magistrale come il The Underground Railroad di Barry Jenkins. Il regista premio Oscar per Moonlight adatta il romanzo di Colson Whitehead in maniera sublime e raffinata. La serie, disponibile su Prime Video dal 14 maggio, è un lungo viaggio nell’America dell’800, tra schiavitù e speranze. La storia ci porta dentro il passato, ad un periodo in cui ogni diritto umano veniva meno difronte alla costruzione di una nazione; eretta sulle ossa e il sangue di un popolo. Sono immagini forti quelle di The Underground Railroad, forse una serie non per tutti, ma realizzate con grande maestria e senso del racconto. È una storia che si fa arte scenica nella sua denuncia. Jenkins guida la macchina da presa come un’abile spadaccino, ed ogni colpo arriva dritto al cuore. Da vittime inconsapevoli, subiamo quelle stoccate in preda ad uno shock. Siamo estasiati dalla bravura del nostro avversario da non renderci conto di sanguinare.

Non abbiamo paura di dirlo, The Underground Railroad è un capolavoro sotto ogni punto di vista. “This is America”, cantava Childish Gambino, e Jenkins ci porta nell’America di allora per raccontare quella attuale. Ci pone davanti alla verità dei fatti: possiamo ancora girare lo sguardo dall’altra parte, e fare finta di niente? La serie alterna bellezza e malvagità, i suoni della natura a quelli dell’industria, parole d’amore a grida di dolore. Un film di dieci ore, dove la protagonista Cora (Thuso Mbedu) solca la Georgia, il sud e il nord Carolina, il Tennessee e l’Indiana. Un paese unito da una rete ferroviaria nascosta, rotaie della libertà celate nell’oscurità, alla vista del bianco padrone.

Dalla Georgia all’Indiana, la fuga di Cora dalla schiavitù

The Underground Railroad

The Underground Railroad è ambientata in una linea alternativa. Nel corso del XIX secolo, in America erano presenti varie strade e percorsi segreti, usati dagli schiavi per raggiungere il Canada aiutati dagli abolizionisti bianchi. Qui, l’insieme di percorsi vengono fusi in un’unica grande ferrovia della libertà. La storia racconta della giovane Cora, in fuga insieme Caesar (Aaron Pierre) dalla piantagione in cui è nata. I due affrontano un lungo viaggio, dalla Georgia all’Indiana, in fuga dal cacciatore di schiavi Ridgeway (Joel Edgerton). L’uomo ha un conto in sospeso con Cora, in quanto la madre è stata l’unica schiava ad essergli mai sfuggita. Per la strada faranno la conoscenza di vari amici abolizionisti, ma verranno anche a conoscenza di un più ampio spettro di razzismo e schiavitù. L’ipocrisia dell’uomo, la sua malvagità celata dietro una maschera di sorrisi e belle parole.

È il lato più agghiacciante del racconto, quello spiazzante e paradossalmente più umano; come scopriremo dal secondo episodio. Ogni tappa, ogni storia conduce ad un pezzo del passato, a un lato dell’umanità. Bisogna dire che ogni attore e attrice ha svolto un lavoro di caratterizzazione eccezionale. La recitazione è al di sopra di qualsiasi aspettativa, profonda e marchiata dal proprio background; da una parte e dall’altra. Emblematico in tal senso l’episodio incentrato totalmente su Ridgeway. The Underground Railroad ci porta ad analizzare le vie del male, a come un uomo posso arrivare ad essere ciò che è, in questo caso un temuto cacciatore di schiavi. Jenkins questo lo sa, per comprendere qualcosa bisogna sviscerarla, osservarla da ogni punto di vista. Il viaggio di Cora è una corsa, una corsa a perdifiato nella foresta delle brutalità. Ma il regista non vedo solo tutto nero; lo stelo della rosa sarà pieno di infide spine, ma i petali del fiore sono bellissimi nel loro fiorire. Così vale anche per la serie, dove la storia non si ferma solo alla brutalità del mondo, ma alla bellezza che ne può nascere. L’amore e l’amicizia si susseguono nella vita di Cora. The Underground Railroad ricerca l’intimità e la tenerezza in un campo minato, dove persone in fuga o in schiavitù non smettono di ricercare qualcosa di più, oltre la fune del dolore.

The Underground Railroad è una serie perfetta sotto ogni aspetto

The Underground Railroad - Cinematographe.it

Barry Jenkins dirige tutti e dieci gli episodi, e la sua mano si nota sempre. Fotografia, regia e sonoro si mescolano senza soluzione di continuità. Non ci potrebbe essere uno senza l’altro. I suoni della natura incontaminata si fanno colonna sonora, ritmo ed emozione. Il cinguettare degli uccelli dà forma all’ambiente, al viaggio dei protagonisti. Gli ingranaggi del treno diventano tamburi nell’oscurità. Le fruste diventano spari nella notte. Il dolore e la gioia trovano la loro controparte sonora. Un modo di intendere il suono che ricorda Il Petroliere di Paul Thomas Anderson. Ogni aspetto tecnico si fonde in un unico dipinto.

Barry Jenkins e James Laxton sono ormai in duo inseparabile. Dopo aver lavorato insieme per Moonlight e Se la strada potesse parlare, hanno raggiunto un’intesa straordinaria. In The Underground Railroad non si può scindere uno dall’altro, è un’unica pennellata sulla tela bianca; come due sposi che tagliano insieme la torta nuziale. Completa, feroce, indagatrice. La serie non si piega a volontà produttive, al mercato della mercificazione e della pura spettacolarizzazione. È l’arte per immagini che una volta ancora mostra le possibilità della serialità. Si parla molto della pluralità contenutistica dei palinsesti, di come i contenuti siano uno la copia dell’altro. In un periodo di reboot, spin-off e live action, Prime Video porta sul piccolo schermo una serie unica che non lascerà indifferenti. Un cast d’eccezione per un romanzo premio Pulitzer. Da Damon Herriman a William Jackson Harper, da Amber Gray a Sheila Atim, fino a Lily Rabe. Ogni singola interpretazione aggiunge un tassello, una propria pennellata di colore nell’infinità del dipinto. The Underground Railroad si appresta ad essere la serie dell’anno, con il suo racconto forte e brutale, e allo stesso tempo intimo e personale.