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La libertà e la normalità continuano a essere concetti astrusi anche nella quarta stagione di The Handmaid’s Tale, in cui le immagini e la musica comunicano l’affannosa corsa della protagonista June Osborne (Elisabeth Moss) ancor prima delle parole, in un quadro definito e pungente in cui il rosso delle ancelle è insieme forza, vergogna, dolore e rabbia. Lo è nelle divise che le incasellano in uno status servile, nel sangue di June che sgorga senza sosta, nel fuoco che arde nei loro occhi impauriti, in quel cuore che brucia per la sete di vendetta e che ardendo muta continuamente, senza tuttavia mai modificare realmente la sua vera natura.

Per quest’ultimo dettaglio The Handmaid’s Tale 4 sa essere angosciante, sa farci sentire ancora sotto assedio in una Gilead fatta di diversi complici ma ancora fin troppi nemici; la serie ispirata ai libri di Margaret Atwood è sempre così aspra, dolorosa, livida. Lo è nelle espressioni corrucciate delle protagoniste, in quella fotografia così caravaggesca nella cui cruna ottica si impigliano tutte le rughe d’espressione, i segni del tempo, le meticolose brutture della carne. Lo è persino nello spazio interno ed esterno, nel repentino oscillare tra claustrofobia e fugace presa d’aria: le ancelle calpestano una terra che non gli appartiene, dormono in letti di fortuna, vestono maschere lontane anni luce dalla loro vera essenza.

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The Handmaid’s Tale 4: la musica fa sperare, ma il corpo continua a soffrire
The Handmaid's Tale 4 cinematographe.it

In questa nuova stagione della serie, in uscita in Italia su TIMVISION dal 29 aprile 2021, June si erge ancora a leader femminile della resistenza. Ferita e debole, ha ancora la forza di farsi avanti e procedere verso l’obiettivo. Insieme alle altre ancelle la vediamo trovare rifugio in una fattoria, camuffarsi in Martha (le aiutanti domestiche caratterizzate dai vestiti grigiastri), attendere la prossima mossa per spostarsi verso un rifugio più sicuro. Sono sempre più limitati i flashback che ci dirottano alla vita prima di Gilead, mentre quella leggerezza dal retrogusto di normalità quotidiana la si rintraccia nella musica scelta per la colonna sonora di The Handmaid’s Tale 4 che, nonostante sia tempestata di spettrali colpi di piano e ansimanti sonorità, fa emergere speranza e gioia in brani come I Say A Little Prayer di Aretha Frankiln o Girls Just Want To Have Fun di Cyndi Lauper (che June canticchia tra sé e sé durante la prigionia), passando per David Bowie e i Radiohead.

La serie prodotta da Bruce Miller, Warren Littlefield, Elisabeth Moss, Daniel Wilson, Fran Sears, Eric Tuchman, John Weber, Frank Siracusa, Sheila Hockin, Kira Snyder e Yahlin Chang tende sempre a sottolineare l’umiliazione, gli abusi e le violenze fisiche e psicologiche ma, a differenza delle precedenti stagioni, sembra lasciare la brutalità ai margini dello schermo. La porta che si chiude, l’obiettivo della telecamera che si sposta, il volto insanguinato a dimostrare l’avvenuto omicidio, persino il possibile annegamento viene “addolcito” con un bagno di latte. Eppure è sempre tutto così freddo, impossibile, difficile e cruento. I personaggi restano schierati al loro posto, inamovibili nelle loro scelte, ancorati a fobie e sogni che forse non potranno raggiungere mai, ma è attraversando la loro odissea personale che lo spettatore riesce a estrapolare silenziosamente tutte le venature e i significati più ancestrali della parola “libertà”, che tesse una sortilega crasi con quelle di “genitorialità” e “normalità”.

La libertà continua a essere un miraggio nella quarta stagione della serie TV con Elisabeth Moss

The Handmaid's Tale 4 cinematographe.it

Nel mostrarci, a fasi alterne, la battaglia e il rapporto altalenante tra i coniugi Waterford (Fred e Serena, rispettivamente interpretati da Joseph Fiennes e Yvonne Strahovski), la stagione 4 di The Handmaid’s Tale mette ancora in risalto la vulnerabile tridimensionalità di Serena nel suo essere vittima e complice del sistema, nel suo semplice e naturale desiderio di maternità repressa, ma mette anche sotto i riflettori il disagio di vivere la normalità così come noi occidentali la intendiamo ancora. Tutti quei bambini prelevati da  Gilead che di colpo si ritrovano trapiantati in un mondo sconosciuto, in un contesto in cui sono totalmente cambiate le regole a loro note, spalancano l’immaginario di un’educazione alla libertà e alla tolleranza verso la quale dovremmo avere più cura, sempre.

Nella sua spasmodica allitterazione di ingiustizie e nonostante ci trasmetta la sensazione di essersi impantanata fin troppo nel tentativo di fuga, The Handmaid’s Tale sa ancora farci notare come l’obliterazione dei diritti umani non sia uno scenario lontano nel tempo e nello spazio. Proprio come nella serie Hulu, in cui tutto avviene negli Stati Uniti, al di là del fiume, in un posto ristretto ma inespugnabile, anche nella vita reale ogni nostra scelta, ogni menefreghismo verso il diverso che ci sta accanto e ogni leggerezza verso l’abitudine di uniformarsi al sistema altro non è che un assecondare la limitazione della libertà, il diritto di essere ciò che si vuole, di indossare gli abiti che si preferiscono, di disporre del proprio corpo secondo la propria volontà e di imparare perché la cultura è, sempre, la migliore arma per aspirare all’indipendenza.

In ultima analisi, crediamo che i primi episodi della quarta stagione di The Handmaid’s Tale siano per certi versi un’agonia per via del tormentoso refrain in cui fughe e catture, gioie e dolori, torture e benessere, si rincorrono senza tregua. Ma un flebile spiraglio di luce sembra farsi largo tra le bombe e la polvere asfissiante, alla fine del quinto episodio, provvedendo ad accendere finalmente la speranza di un lieto fine. E comunque vada, anche nel futuro più lontano e totalitario, nessun prezzo è mai troppo alto quando si vuole ottenere la sacrosanta libertà.

Prodotta e distribuita a livello internazionale da MGM, The Handmaid’s Tale – Stagione 4 è composta da 10 episodi, in onda in Italia su TIMVISION dal 29 aprile 2021.