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Un centro di detenzione e quattro personaggi: Sofie Werner (Yvonne Strahovski), una hostess in crisi dopo essere fuggita da una setta; Ameer (Fayssal Bazzi), un rifugiato afgano in cerca di asilo politico; Cam Sandford (Jai Courtney) che inizia a lavorare nel centro per mantenere la famiglia; Claire Kowitz (Asher Keddie), mandata a indagare sui metodi lavorativi del centro. Questo è Stateless, la miniserie di sei episodi (uscita su Netflix mercoledì 8 luglio 2020) che racconta la storia vera di Cornelia Rau (nella serie Sofie), incarcerata illegalmente per dieci mesi fra il 2004 e il 2005. La serie è il prodotto di un’idea di Cate Blanchett che ha creato lo show assieme a Tony Ayres e a Elise McCredie.

Stateless: Sofie, Cam, Ameer e Claire diversi ma utili per avere una visione d’insieme

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I personaggi sono diversi, fanno parte di mondi diversi e proprio per questo la serie riesce ad avere uno sguardo d’insieme, un’apertura totale: un’assistente di volo con una crisi d’identità che trova conforto in una setta, una burocrate sopraffatta dalle difficoltà; due padri di famiglia, uno australiano, l’altro afghano. Eppure sono tutti lì e si incontrano per caso e da quel momento in poi non sono più sconosciuti. Al centro c’è il filo spinato che divide le fazioni, che “rompe” l’umanità tra chi ha tutto e chi non ha niente. In un incredibile moto perpetuo, alla pari della marea, si lasciano andare nel turbine dell’esistenza, modificandosi, plasmandosi al mondo circostante: Cam il buono, Cam l’umano, Cam il comprensivo, colui che all’inizio sembra una cellula estranea – tanto che dopo un pestaggio ai danni di un “detenuto” racconta la verità – a quel magma di uomini e donne con il manganello pronto a roteare, in un processo di mimesi inizia a capire le regole del centro e viene risucchiato dall’onda di rabbia, violenza e sopraffazione.

Ameer è l’emblema di questo posto, rincontra la figlia che gli dà una notizia terribile a cui fanno eco le vite di tanti altri migranti; sul piccolo schermo c’è il dolore per chi è partito, per ciò che si è lasciato. L’uomo non è l’uomo in sé ma è ciò che rappresenta, portandosi dietro le etichette e le implicazioni politiche. Di fronte ai poliziotti lui ricorda a parole tutti coloro che sono stati ritenuti colpevoli non per prove comprovate ma per trovare un colpevole.

Sophie, affetta da un disturbo mentale, dopo essere fuggita dall’ospedale psichiatrico in cui era ricoverata, trova nella comunità una famiglia: lei così diversa, sotto mentite spoglie – emerge, grazie a un reportage giornalistico, la verità, lei non è una migrante ma una cittadina tedesca residente permanente in Australia -, diventa ingranaggio di un’enorme macchina di solidarietà e di tenerezza. La donna riesce a sopravvivere anche e forse proprio grazie alla sua mente che le permette di ballare anche nei giorni di detenzione, che la riporta sul palco dove lei si trovava tanto a suo agio prima di subire un atto terribile, narrato con misura e rispetto. Sophie è interpretata in maniera meravigliosa dalla Strahovski (The Handmaid’s Tale), capace di mostrare le fragilità del suo personaggio dando corpo ad una donna vulnerabile e “spezzata”: è disperata quando va a ricercare conforto in una setta, spezzata perché convinta che i genitori le abbiano da sempre preferito la sorella, una bambina quando balla convinta, a causa delle visioni – per noi del flashback -, di essere non nel centro ma fuori, rivivendo il passato.

Il centro di detenzione e il dolore sono i “luoghi narrativi” in cui Sofie, Cam, Ameer e Claire abitano, volti di quella complessa creatura che è l’uomo.

Stateless: i richiedenti asilo sono solo dei numeri

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I personaggi vivono l’uno accanto all’altro in un luogo in cui i migranti avrebbero dovuto trovare una possibilità di “rinascita” ma capiscono subito di essere vittime di un sistema che li tratta come numeri – eppure non tornerebbero mai indietro. Non sono uomini e donne, non sono ragazzi o adulti, sono solo un coagulo di numeri e lettere. Gli abitanti della struttura non sono persone, sono prigionieri senza aver commesso nulla che hanno una sola colpa: aver chiesto asilo politico. Non hanno diritti e sembrano intrappolati in un luogo-non luogo, in un tempo-non tempo, ingabbiati all’infinito tra una cella e un’altra, tra un pezzo di cielo e un altro, lontani dai propri cari e isolati dal mondo. Senza una città, senza una bandiera, ma non perché essi lo vogliano ma perché così è. Si riflette su un pezzo di mondo sempre più pericoloso in cui l’essere umano perde i suoi confini e, paradossalmente, la stessa essenza; tutti hanno paura, si disperano per chi hanno perso, per chi hanno lasciato e si interrogano sul futuro e il chiodo fisso diventa il quando, un concetto che si sostanzia e si fa realtà quasi fisica. Quando rivedrò mia moglie e i miei figli? Quando potrò avere il visto e uscire? Domande dolorose che scuotono i personaggi trattati come animali solo perché senza il documento: battuti, vessati, umiliati. Uomini contro uomini, donne contro donne, esseri umani contro essere umani; una legge che dimostra che chi ha una divisa e un manganello, chi ha la fortuna di essere nato nella parte “giusta” ha più potere.

La sceneggiatura di minuto in minuto, di episodio in episodio, fa crescere la tensione e dimostra quanto i personaggi siano essi carcerieri o prigionieri, burocrati o uomini d’azione, siano tutti oppressi, vittime di qualcosa di più grande.

Una serie complessa che racconta una parte di noi

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Stateless è una serie complessa, difficile, anche perché racconta qualcosa che fa parte  di noi, della storia umana, del razzismo e dell’immigrazione, temi che appartengono al contemporaneo tragico: i barconi, i migranti, i viaggi della speranza per approdare in uno stato che ghettizza e sminuisce in nome di una supremazia nazionale. Le storie si incrociano, fondendosi in un unico fiume di dolore, rassegnazione, desiderio di lotta e libertà; è una narrazione lenta, non pensata per il bingewatching, una narrazione che si costruisce lavorando sulla tensione drammatica, aumentata dal fatto che si tratta di una storia vera. Stateless è un dramma universale che si concentra su un caso particolare, quello australiano, poco noto ma che Cate Blanchett conosce in quanto australiana e per la sua collaborazione con l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. La Blanchett in Stateless appare con un triplo ruolo, attrice con un ruolo defilato, autrice dimostrando un’idea forte, produttrice.

Stateless, una serie a cui bisogna dare del tempo

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Stateless è una serie intensa ma anche fredda, dolorosa ma, all’inizio, è difficile entrare tra le maglie della storia perché giustamente si cerca di stare un passo indietro per narrare una vicenda che è come un pugno nello stomaco già di per sé. Richiede un po’ di tempo per riflettere, per interrogarsi e per apprezzare la costruzione narrativa, la regia e l’interpretazione dei personaggi.

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