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Nando (Christian Malheiros), Doni (Jottapê Carvalho) e Rita (Bruna Mascarenhas) sono tre adolescenti che vivono in una stessa favela a San Paolo. A unirli la passione per il funk, la frequentazione degli ambienti del narcotraffico, l’incontro con la chiesa evangelica. La loro storia viene raccontata in Sintonia, ambientata nella giungla metropolitana in cui vige la legge del più forte. Ciascuno di loro comprenderà a suo modo il valore dell’amicizia fraterna e l’importanza di proseguire insieme il faticoso cammino verso la conquista di un proprio posto nel mondo, di un proprio senso dell’esistere.

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Sintonia: serie teen brasiliana che adotta stilemi del passato per raccontare una storia solo a metà

Sintonia, serie tv brasiliana disponibile dal 9 agosto 2019 nel catalogo Netflix, è un racconto adolescenziale con sfondo sociale ‘addolcito’ dal ricorso alla musica e da una confezione che ricorda più gli stilemi delle telenovelas di ieri che i codici estetici contemporanei. Attori e ambientazioni aderiscono alla vicenda mostrata senza produrre scarti, ma la pulizia dell’operazione mimetica non basta a fare di questo prodotto di consumo televisivo una narrazione di realtà.

La qualità della recitazione e quella dell’interpretazione ‘drammatica’ dei luoghi da parte del regista (KondZilla) risultano modeste e anche l’uso di una lingua o troppo educata (un portoghese igienizzato) o troppo gergale (nel ricorso eccessivo a uno slang posticcio) da parte dei personaggi riduce il lirismo al minimo, castrando la parola, limitandone o parodiandone le possibilità di suggestione. Il modello stilistico di riferimento resta, in tutti e sei gli episodi, un immaginario démodé da soap opera e viene, così, sempre eluso il confronto con i paradigmi dell’alta serialità crime, come Gomorra, nei suoi aspetti estetici e drammaturgici più rilevanti, fra tutti.

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Il Brasile degli ultimi al centro di Sintonia

Il Brasile segnato, da una parte, dalle differenze sociali e dallo strapotere della criminalità organizzata e, dall’altra, dall’influenza delle confessioni riformate e da un rigorismo morale che apparentemente cozza con la disinvoltura banditesca imperante è, forse, il vero grande protagonista di Sintonia che, nel dipanare le storie individuali dei tre personaggi principali, non manca di realizzare, pur nell’ingenuità, un ritratto interessante (almeno nell’intenzione) del paese sudamericano.

La rappresentazione delle marginalità e del riscatto è oggi una delle strade più percorse dallo story-telling cinematografico o musicale: è nel mostrare, raccontare, cantare o decantare chi ha fame (di soldi, di esperienze, di vita) che si producono le forme più originali, romantiche o nichiliste che siano, di fiction. Per questo, Sintonia perde l’occasione di inserirsi in una competizione artisticamente fertile e inspiegabilmente ritorna, soprattutto per mancanza di volontà, a un passato che ha esaurito ogni genere di comunicazione, tanto visiva quanto concettuale.

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Sintonia, tra coming-of-age e resoconto civile

Il senso di incompiutezza e di trascurabilità che avvolge Sintonia è, in sintesi, la sua nota dominante: lo show poteva, anche nella povertà delle risorse e delle competenze che senz’altro lo caratterizza, incastrare comunque armoniosamente la triplice storia di formazione e la testimonianza civile, restituendo al pubblico la bellezza e la crudeltà di vivere l’adolescenza nella ferocia del Brasile più squallido e sbandato, in una terra di tensioni e violenza che offre senz’altro un immaginario potente. Tuttavia, la produzione fa una scelta diversa, quella di ammiccare al solo pubblico globalizzato di adolescenti desiderosi di identificazione e di adrenalina, disinteressandosi a target magari più adulti ed esigenti.

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