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Vincenzo Muccioli (1934-1995), figlio di agiati proprietari terrieri, acquistò con il matrimonio alcuni appezzamenti nei pressi di Rimini, più precisamente nella località di Coriano. Fu lì, nella strada del comune che prende il nome di San Patrignano, che nel 1978 fu accolto il primo ospite, una ragazza, di quella che sarebbe diventata nel giro di pochi anni la comunità terapeutica per tossicodipendenti più grande d’Europa. Netflix chiude il 2020 rendendo disponibile ai suoi abbonati una docu-serie in cinque episodi, magistralmente diretta dalla regista anglo-senese Cosima Spender, dedicata proprio alla figura del fondatore della comunità di San Patrignano (anche detta ‘SanPa’), di cui indaga, con rigore ed equilibrio spurgato da ogni forma di morbosità, parzialità e sensazionalismo, il mistero profondo del furore di cura, della vocazione paterna, quasi messianiaca, all’accudimento dei ragazzi ‘perduti’. 

SanPa: una docu-serie in cinque episodi che sollecita molte riflessioni senza dare facili risposte

‘Sanpa’ è disponibile per gli abbonati Netflix dal 30 dicembre 2020

Servendosi dei contributi di chi l’ha conosciuto – perché ex ospite della comunità o perché vicino a Muccioli a vario titolo o perché incidentalmente gravitante nella sua orbita – e di un montaggio che, nel disporre diacronicamente le fasi di sviluppo della comunità e del mito del suo fondatore, ben evidenzia la trasformazione da filantropo visionario a leader carismatico dai poteri non solo taumaturgici, ma anche più prosaicamente politici, SanPa sollecita un gran numero di riflessioni di non facile risoluzione.

Se nel primo episodio la dipendenza da eroina viene inserita in un quadro sociale attraverso la sottolineatura della sua diffusione quasi epidemica, negli episodi successivi il documentario si concentra sul ricorso di Muccioli alla segregazione e alle catene, da intendersi non metaforicamente, quali strumenti, se non propriamente terapeutici, di rinforzo alla terapia, mali ‘necessari’ affinché il percorso di cura potesse progredire e avere esito positivo. 

SanPa: Muccioli e il mito di sé come Grande Padre

‘Sanpa’, docuserie Netflix in cinque episodi sulla storia della comunità terapeutica per tossicodipendenti di San Patrignano

Muccioli amava raccontarsi come un padre di figli scapestrati, pastore di anime smarrite che la società rifiutava, che l’istituto ospedaliero curava solo con un’altra droga, il metadone, e che i legittimi genitori non riuscivano più a gestire: la narrazione paternalistica risente di una lunga tradizione che fa capo ai monarchi e che ritorna spesso nelle forme di governo autoritarie.

Il pater familias si fa padre-padrone a fin di bene, dà al figlio discolo uno scapaccione per farlo raddrizzare: qual è il male maggiore? Un figlio che perde la strada o un figlio bastonato? Non sono forse peggiori le catene invisibili dell’eroina delle catene reali con cui gli ospiti della comunità vengono immobilizzati per superare le crisi d’astinenza o evitare che scappino? Non è forse vero che il fine giustifica i mezzi?

Resta da chiedersi – ed è una domanda implicita– da chi e da che cosa Muccioli facesse derivare l’autorizzazione a utilizzare certi mezzi e anche a perseguire certi fini, anche se senz’altro nobili. Come un imperatore autocrate, sembrava autorizzarsi da sé, con un’incrollabile e di certo sbalorditiva fiducia nella bontà del suo metodo fondato sì sull’accoglienza, ma anche su una disciplina che non contemplava il dissenso, sull’accettazione cieca della sua autorità e della giustizia del suo operato. 

SanPa: la mentalità delle ‘catene’ come male necessario

Vincenzo Muccioli è morto, appena sessantunenne, nel 1995, per ragioni mai chiarite ufficialmente (che la docu-serie, però, rivela).

Cresciuto nella convinzione di non essere stato amato dal padre, Muccioli cercò, forse, nell’abnegazione alla sua missione di paternità espansa e salvifica un modo per sconfiggere un ‘fantasma di diminuzione’, di insufficienza rispetto alle aspettative paterne: insieme a quella su chi fosse veramente Muccioli, una domanda che percorre, pur non didascalicamente, l’intero documentario è perché, in fondo, facesse quel che faceva. Per spirito caritatevole? Per un inconscio desiderio non solo di affermazione e di potere, ma anche di riconoscenza da parte dei figli salvati?

Affascinato dalla parapsicologia, in Muccioli convivevano il santone che curava con l’amore – un corrispettivo più intuitivo del transfert psicoanalitico – e il benefattore laico, il conservatore e il rivoluzionario, l’imprenditore e il comunista perfettamente a suo agio nelle dinamiche comunitarie: forse la sua intuizione più grande fu quella di sostituire una dipendenza con un’altra, inducendo i ‘suoi ragazzi’, mediante il carisma personale, a sostituire la dipendenza da eroina con quella nei suoi confronti, la tossicomania con la pulsione di ritorno alla ‘casa del padre’, a un bacino protettivo per sempre assicurato. 

SanPa: ascesa e declino di Vincenzo Muccioli, tra culto e controversia

Il figlio di Paolo Villaggio, uno degli ospiti illustri di San Patrignano

Anche quando la comunità, ormai ampliatasi a dismisura e costretta a un’amministrazione gerarchica con conseguenti abusi, sopraffazioni ed eccessi punitivi, fu colpita da un’ondata di scandali – il suicidio di due ospiti a distanza ravvicinata di tempo; l’omicidio, coperto dallo stesso Muccioli, di un ospite da parte di un altro –, il fondatore, divenuto mito pop, unica speranza della madri italiane incapaci di salvare i figli tossicomani, non perdette mai del tutto il consenso dell’opinione pubblica. SanPa non lo incensa e non lo condanna mai, disinteressandosi completamente alla questione morale: di questa icona del passato recente di un’Italia che non esiste più allestisce un ritratto estremamente sfaccettatto, in cui il dialogo tra luci e ombre dà profondità al segreto di una vita comunque straordinaria. 

È il primo merito di questa serie documentaria perfetta per qualità dei contenuti e dell’immagine quello di non aver deviato né nella direzione della mostrificazione né in quella della santificazione. Ogni essere umano ha una sua verità sfuggente, osserva Fabio Cantelli, ex ospite della comunità, poi laureatosi in Filosofia e per anni responsabile delle pubbliche relazioni di San Patrignano. La verità di Vincenzo Muccioli, forse in ultimo sacrificata sull’altare dell’autorappresentazione e dell’identificazione con il culto mediatico, è una verità imprendibile, ed è proprio questa ‘imprendibilità’ che SanPa rende cardine di una narrazione di confine, in cui Bene e Male non solo si relativizzano, ma sfumano e si disperdono, confondendosi l’uno nell’altro.