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Il caleidoscopico mondo dei quiz caratterizza, praticamente da sempre, la televisione, incollando sullo schermo milioni di persone pronte a ridere, gioire e partecipare del successo e del fallimento del malcapitato giocatore, chiamato a superare ardui ostacoli e conquistare il tanto agognato premio finale. Nel corso del tempo, gli spettatori hanno assistito ai più disparati programmi di questo genere che continua ad essere uno dei più gettonati dal pubblico generalista.

Non tutte le trasmissioni appartenenti a questa grande famiglia, però, hanno saputo ritagliarsi uno spazio nell’Olimpo del piccolo schermo. Chi vuol essere milionario? è sicuramente uno degli show più impattanti in tal senso, capace di catturare l’attenzione di schiere di appassionati, tutti connessi, alla stessa ora, per sfidare contemporaneamente il protagonista della puntata, in un testa a testa che ha un eco che parte da casa e si conclude nello studio televisivo.

Quiz: il dramma umano e psicologico del palcoscenico

Quiz

Quiz (qui trovate il trailer), miniserie televisiva composta di tre episodi, è l’adattamento di James Graham del suo spettacolo teatrale omonimo e del libro Bad Show: the Quiz, the Cough, the Millionaire Majo. Distribuita in Inghilterra su ITV ad aprile 2020 (in Italia su Tim Vision dal 16 marzo 2021, con un episodio ogni martedì), l’opera parla proprio di quel quiz a premi mitico, reso famoso nel nostro paese dalla versione condotta da Gerry Scotti, dal 2000 al 2011 e, successivamente, dal 2018 al 2020. Nello specifico, la realizzazione racconta della truffa (vera) attuata da Charles Ingram e da sua moglie Diana per conquistare il milione di sterline poste come obiettivo finale della trasmissione.

Tale narrazione televisiva, però, fin dalle prime battute, nasconde un intento ben più profondo e analitico rispetto alla semplice rappresentazione documentaristica dei fatti. Sì, perché se è vero che lo spettatore può seguire il concept dietro Chi vuol essere Milionario?, il suo debutto nel palinsesto e, in seguito, il crimine dei concorrenti; è altrettanto tangibile che lo scopo di tutto questo sia ben altro.

Le avvisaglie ci sono sia quando si parla della costruzione vera e propria dello show che quando si va più nello specifico, nel momento in cui vediamo il programma funzionare. Il modo in cui la serie viene raccontata è infatti davvero sottile e solleva interrogativi per nulla scontati: quanto la psicologia influisce sull’ideazione dei programmi? Perché il pubblico gode e partecipa della condizione sia negativa che positiva del concorrente, seguendo, come ipnotizzato, il dramma umano che si consuma sotto i riflettori?

La stessa meccanica si verifica, ad esempio, nella mente umana quando è in presenza di incidenti più o meno mortali. L’irrefrenabile voglia di saperne di più e approfondire l’evento, studiare e partecipare attivamente della situazione, sono fenomeni che avvengono anche sul palcoscenico televisivo. C’è un esempio in particolare che è illuminante in Quiz che funziona a meraviglia: la comunità di fanatici del programma che collabora insieme per portare alla gloria i vari partecipanti.

Tale raffigurazione, pompata volutamente in modo grottesco ed esagerato (tra teorie del complotto e sette segrete), dimostra come la sceneggiatura sia davvero ben orchestrata e funzionale all’impianto contenutistico e tematico dello show. Dialoghi pungenti, eventi surreali ma verosimili, personaggi appositamente bidimensionali: il copione gioca molto sull’alternanza finzione/realtà, riflettendo su come la televisione sia uno specchio distorto del nostro mondo.

Quiz: i riflettori e le maschere

Quiz

Se dal punto di vista narrativo, Quiz è una sorpresa su tutti i fronti; la regia di Stephen Frears, al contrario, per quanto adotti delle soluzioni significative specialmente nelle sequenze ambientate nel tribunale (i continui primi piani e gli ammiccamenti agli spettatori della serie) non riesce a marcare in modo deciso la sottile e intensa riflessione alla base del progetto. In altre parole, la macchina da presa sembra limitarsi ad una rappresentazione oggettiva e standardizzata della realtà che vuole tratteggiare, senza osare e sperimentare come fatto in sede di scrittura. Nonostante questo, la qualità della messinscena è più che sufficiente ed ha il merito di dare un giusto peso specifico ai personaggi della realizzazione.

La famiglia Ingram composta da Charles e Diana, con l’aggiunta del fratello della donna, Adrian Pollock, è una perfetta tripletta di melliflua e insopportabile “normalità”. Terrificante è la loro mediocrità come la loro ossessione per il mondo dei quiz e la televisione. Matthew Macfayden, Sian Clifford e Trystan Gravelle portano su schermo dei personaggi odiosi e per nulla rispettabili ed il fascino della loro interpretazione risiede proprio nella loro costruzione attoriale volutamente statica e spenta, come la loro condizione esistenziale.

Tutto il contrario il gruppo televisivo dell’ITV, che, completamente all’opposto, sprizza di un’energia contagiosa, mossa dal puro e semplice meccanismo economico e commerciale dell’industria dell’intrattenimento. Non è assolutamente una lotta tra bene o male, ma tra percezioni alternative ma complementari: se il nucleo famigliare effettua un movimento, di carattere ideologico e psicologico, dalla realtà alla televisione; gli altri, invece, compiono il passaggio perfettamente speculare, dal mondo della finzione dello spettacolo, alla realtà.

Il campo di scontro delle due fazioni è il tribunale, il luogo inter-pares per eccellenza, dove il processo si trasforma in un gigantesco e metaforico spettacolo dove, effettivamente, non vince nessuno, ma dal quale sia la realtà che la televisione riescono ad ottenere risultati soddisfacenti. Una figura emblematica che riesce a parteggiare per entrambi gli schieramenti è il conduttore televisivo Chris Tarrant (dipinto da un Michael Sheen in stato di grazia), un personaggio ex-aequo a metà tra i due mondi che gode del suo potente status e carisma, burlandosi di tutti gli astanti.

Quiz è una miniserie del tutto peculiare che passerà probabilmente in sordina. Figlia del ramo inglese di scrittura critica, cinica e dissacrante, ci racconta, sulla superficie, un dramma televisivo che nasconde un dramma umano di proporzioni considerevoli. Un’opera che spinge particolarmente l’acceleratore in sede di sceneggiatura, peccando un po’ di pathos e regia, più conformi alla realtà e meno vicini all’intenso e roboante messaggio veicolato.