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Con Papà, non mettermi in imbarazzo! Jaime Foxx torna a quella sit-com che lo ha reso famoso. Dopo l’esordio nel In Living Color dei fratelli Wayans e a vent’anni dalla conclusione di The Jaime Foxx Show, l’attore texano riprende in mano la maschera della comicità, dello sketch con tanto di risate in sottofondo. Un genere, questo, in via d’estinzione. La comedy degli ultimi anni sta mutando, è alla ricerca di nuovi sentieri per un pubblico diverso. Willy, il principe di Bel-Air ci farà sempre ridere, ma come prodotto contestualizzato nella propria epoca. Ed è proprio qui che parte il primo campanello d’allarme per la nuova sit-com targata Netflix: il voler percorre una strada ormai diroccata. Jaime Foxx è in forma, sprizza energia da tutti i pori, nonché un divertito coinvolgimento. Eppure questo non sembra bastare, e Papà, non mettermi in imbarazzo! si perde in un armadio ricolmo.

Papà, non mettermi in imbarazzo!: la guerra generazionale tra Sasha e Brian

Papà non mettermi in imbarazzo! - Cinematographe.it

Papà, non mettermi in imbarazzo! ci porta ad Atlanta, all’interno delle mura domestiche della famiglia Dixon. Brian (Jaime Foxx) è un imprenditore di successo che vive nello sfarzo. Macchine di lusso, abiti firmati e alla moda e l’azienda lasciatagli dalla madre sulle spalle. Scapolo e donnaiolo, Brian vive insieme alla sorella Chelsea (Porscha Coleman) e Pops (David Alan Grier), il padre burbero e scroccone. La vita di tutti quanti verrà stravolta quando Sasha (Kyla-Drew), la figlia adolescente, si trasferisce da loro dopo la morte della madre. Brian non ha mai ricoperto il ruolo del genitore a tempo pieno, e dovrà reinventarsi per poter stare al passo con la figlia; non senza qualche gaffe.

La sit-com ideata da Bentley Kyle Evans, e diretta da Ken Whttinngham, scende in campo con tutta l’artiglieria di repertorio: voice over, rottura della quarta parete, sketch, risate in studio e costumi. Insomma, tutta la storia della sit-com in un unico prodotto di otto episodi. La mole è così tanta che Papà, non mettermi in imbarazzo! si accartoccia su sé stessa. La voice over, quanto la rottura della quarta parete, non sembra per niente in sintonia con la serie; come dice il vecchio saggio, il troppo stroppia. Inoltre ogni personaggio, situazione o sketch sembra funzionare a senso unico, senza mia scendere in profondità sul background dei personaggi.

Lo show della sovrabbondanza dove spiccano i vari ruoli di Jaime Foxx

Papà non mettermi in imbarazzo! - Cinematographe.it

La serialità è in continua evoluzione, un mutamento fatto di ibridi, di generi che si mescolano, si lasciano e si rincontrano. WandaVision nella sua forma metacinematografica ne ha presentato un piccolo excursus, dimostrando come i genitori di Papà, non mettermi in imbarazzo! facciano parte di un’altra epoca. Bentley Kyle Evans ci prova lo stesso, tenta di riportare in auge la sit-com vecchio stampo, ma si perde nelle norme e regole. Non esplora nuove vie, e al contrario attinge al repertorio completo, saturando la serie e dimenticandosi dei personaggi. Non viene mai spiegato perché Chelsea viva con il fratello, o della relazione di Bryan con la madre di Sasha. I protagonisti risultano così bidimensionali, sprovvisti come sono di un passato e ristretti ad una cartella emotiva con poche voci.

Jaime Foxx è il multitasking man della situazione, e oltre a Bryan interpreta altri tre personaggi: il reverendo Sweet Tee, Cadillac Calvin e Rusty. Quest’ultimo una versione bartender del Joe Exotic che abbiamo conosciuto in Tiger King. L’attore non si ferma, e a più riprese propone vari sketch in cui imita Will Smith, Barack Obama e altre celebrità afroamericane. La sceneggiatura, in modo non così sottile, cita i vari film in cui l’attore ha recitato. Insomma, un citazionismo sfrenato che priva il breve minutaggio di maggior spessore. Detto questo, Papà, non mettermi in imbarazzo! ha anche dei momenti divertenti, e il merito va interamente al cast. Ed è proprio nei momenti in cui la sceneggiatura lascia da parte voice over e rottura della quarta parete che la serie trova leggerezza e pura comicità.

Papà, non mettermi in imbarazzo!: la serie incontra il Black Lives Matter

Papà non mettermi in imbarazzo! - Cinematographe.it

Negli ultimi anni il mondo sembra essersi svegliato dal suo torpore. I movimenti sociali e culturali hanno attirato finalmente l’attenzione che meritavano, e la televisione come il cinema non sono di certo rimasti con le mani in mano. Papà, non mettermi in imbarazzo! tenta di stare al passo, di confrontarsi con tematiche importanti e attuali, ma non riesce mai nel suo intento. Si ferma al basilare, alla citazione. Non espande il confine della polemica, chiudendola in una piccola e breve parentesi all’interno dello show. Se ne loda l’intento, questo è certo, ma non il modo.

Emblematico è l’ottavo e ultimo episodio, Forse è BAYBelline. Qui la trama si fonde alla realtà, ai tanti George Floyd che l’opinione pubblica non deve dimenticare e, soprattutto, relegare a semplici notizie di cronaca. Perché questo è il razzismo sistematico che contamina gli Stati Uniti tanto quanto il resto del mondo. E allora Papà, non mettermi in imbarazzo! porta il Black Lives Matter all’interno della storia, costruendo inizialmente quello che sembra il momento più alto della stagione. Ma il fumo vola via veloce, e non trova la stessa forza drammatica che per esempio ha avuto il sedicesimo episodio della quarta stagione di Brooklyn Nine Nine. L’intenzione, come dicevamo è lodevole, e alla serie va il merito di portare temi attuali all’interno di una piattaforma con una grossa cassa di risonanza. Se mai ci sarà una seconda stagione, si spera che Papà, non mettermi in imbarazzo! imparare dai propri sbagli, perché le premesse per un ottimo prodotto ci sono tutte.