On the Verge – Al limite: recensione della serie Netflix con Julie Delpy

Julie Delpy e le sue sorelle. On the Verge - Al limite, su Netflix dal 7 settembre 2021, è un mix di umorismo, malinconia e riflessione sentimental/esistenziale che fatica a trovare la quadra.

Come si riempie il vuoto? Un bell’interrogativo esistenziale cui On the Verge – Al limite, serie Netflix disponibile dal 7 settembre 2021, non cerca di abbinare una risposta soddisfacente. Perché non c’è, o almeno nessuno è riuscito a trovarla fino a questo momento. Chiaramente qualcosa manca nella vita delle quattro protagoniste, sul piano affettivo, professionale e spirituale. Quello che la serie ci offre è la radiografia di una crisi sfaccettata, il senso di un cambiamento incombente che va al di là del perimetro di vita dei personaggi, e i timidi tentativi per affrontare la situazione. L’umore è malinconico, soffuso di un umorismo vagamente stralunato, con qualche punta acidula di quando in quando. L’atmosfera sofisticata, ma non pretenziosa, è tarata sulla sensibilità della protagonista e creatrice Julie Delpy.

On the Verge – Al limite: quattro madri non più giovanissime, quattro vite da reinventare, sullo sfondo una pandemia

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Chissà, fossero andate diversamente le cose, che strada avrebbe preso la serie. Stavolta è l’attualità nuda e cruda a offrire un contrappunto materiale, fisico, visibile agli interrogativi di vita delle quattro donne. Niente di meglio di una crisi globale per dare più sapore al caos che si agita dentro un’interiorità insepressa, o magari subito fuori, nel perimetro di quattro mura domestiche. Forse la cosa migliore di un percorso seriale per il resto zoppicante, se ne vedrà poi la ragione, sta nel modo con cui l’emergenza viene affrontata e contrabbandata nel racconto. Prima un paio di starnuti, una leggera disfunzione al gusto e all’olfatto, un atroce saluto con i gomiti. Il risvolto razzista di una patologia collocata geograficamente, l’importanza dei gel igienizzanti, un invito neanche troppo criptico a fare scorte di provviste e per finire, bang, una voce impersonale alla radio che annuncia una pandemia da Covid-19. A quel punto, buona parte dei nodi narrativi sono stati sciolti. Una seconda stagione, se mai si farà, potrebbe partire proprio da questo. Come si combinano, (spoiler: problematicamente) irrequietezza e lockdown.

Le quattro protagoniste di On the Verge – Al limite sono madri non più giovanissime con figli giovani. Oscillano tra i 40 e i 50; una condizione, fare figli tardi si intende, che nella vita reale è sempre più frequente e per tutta una serie di ragioni. Ma che al cinema e in tv non è quasi mai rappresentata. Il problema è congenito per un’industria dello spettacolo che non sa cosa farsene delle donne, passata una certa età. O se pure è in grado di immaginare un utilizzo, al prezzo di uno sforzo di fantasia titanico, si muove sempre nella piccolezza dello stereotipo. Quindi, almeno dal punto di vista della rappresentazione e della visibilità, la serie ha a suo merito un appeal vagamente sovversivo. Il fascino ribelle di mostrare la realtà per ciò che è: cosa ci dice tutto questo sul cinema e la tv contemporanei?

Grandi problemi, grandi responsabilità. Alexia Landau, co-autrice con la Delpy, ha tre figli da tre uomini diversi, problemi di soldi, niente idee chiare sulla direzione da prendere. Addirittura tenterà l’escamotage di “vendere” la sua vita caotica sotto forma di reality social. Sarah Jones, discendenza sdoppiata, afro e persiana, iper protettiva verso il figlio. Vuole rimettersi in gioco anche sul lavoro, con qualche segretuccio. Elisabeth Shue, ereditiera con un pargolo dall’identità in piena evoluzione, cerca di sfondare nel business della moda: con o senza i soldi di mamma? Chiude la processione Julie Delpy. Chef bretone trasferita a Los Angeles col figlio e il marito Mathieu Demy, architetto narcisista e insoddisfatto, collabora con l’instabile e non sempre apprezzabile Giovanni Ribisi. Sull’orlo del precipizio, sentimentale e pratico, le quattro donne cercano riparo nella propria amicizia e progettano la grande svolta. La vita, proprio lei, tenterà di decidere anche per loro.

On the Verge – Al limite: gli ingredienti della serie non sono dosati bene, i personaggi maschili bidimensionali

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Talvolta il problema è negli ingredienti, talvolta nel dosaggio. On the Verge – Al limite rientra nella seconda categoria, e questo d’istinto induce qualche rimpianto. Il tono è sofisticato, dolcemente umoristico e venato di malinconia. La quieta (non sempre, non per tutte) disperazione delle protagoniste è temperata da un’incrollabile tenacia. Sull’orlo del precipizio, lo sottolinea pure il titolo, non un passo più in là. L’eleganza formale del prodotto è confermata dalla confezione stilistica, la cura dell’immagine molto “europea”, la fotografia dai toni leggermente slavati che alimenta un senso di torpore, di stupore onirico che avvolge il mondo e i suoi attori(rici).

L’impressione è che la serie in fondo in fondo non sappia che farsene, della malinconia, dell’umorismo, della satira intelligente sui limiti dei rapporti di coppia e sui saliscendi della vita in famiglia. Il risultato è smorzato, attutito. L’alchimia tra le quattro attrici è più che buona, e merito va dato a Julie Delpy, che la serie la recita dopo averla immaginata, di aver concesso alle partner sufficente spazio e occasioni per brillare di luce autonoma. Ammirevole la capacità della produzione di navigare nelle acque torbide della pandemia, la serie è girata all’epoca delle prime restrizioni del 2020, chiudendo la porta a contagi e interruzioni con una “bolla” davvero efficace.

La scrittura di On the Verge – Al limite permette ai giovani figli delle protagoniste di muoversi senza il fiato della caricatura sul collo. Sacrifica un po’ i mariti. Con l’eccezione, parziale anche questa, di Mathieu Demy, gli uomini della serie sono immaturi, bidimensionali, relegati in una dimensione lamentosa e poco comprensivia. Un più che giustificabile contrapasso, almeno sul piano delle intenzioni, in risposta a decenni di modelli di femminilità perversamente stereotipati. Sembra che le donne fatichino a raccontare bene gli uomini proprio come gli uomini falliscono nel raccontare le donne. Bisognerà scriverci una bella storia su questo, un giorno.

 

Regia - 2
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 2.5
Recitazione - 2.5
Sonoro - 2.5
Emozione - 2

2.3

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