Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer – recensione del true crime Netflix con Evan Peters

La serie Netflix ideata da Ryan Murphy e interpretata dal suo pupillo Evan Peters racconta degli abomini commessi dal serial killer Jeffrey Dahmer, con un’attenzione particolare nel delineare il punto di vista delle sue vittime, troppo spesso cadute nella rete dell’assassino per negligenza e superficialità delle forze dell’ordine.

Dal 21 settembre 2022 è disponibile su Netflx Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer, miniserie in 10 episodi creata da Ryan Murphy e Ian Brennan, con protagonista il poliedrico Evan Peters, che si conferma musa prediletta dell’ideatore di American Horror Story.
Lo show, di genere true crime, racconta il caso di cronaca di Jeffrey Dahmer, serial killer che tra il 1978 e il 1991 ha ucciso e smembrato 17 giovani – perlopiù neri e omosessuali – agendo sostanzialmente indisturbato grazie all’ignoranza, all’incompetenza e al razzismo della polizia locale. Lo show mira a far luce sugli omicidi, cercando di mostrare allo spettatore non solo il punto di vista di Jeffrey ma anche quello delle sue vittime: l’angoscia che provano nel sentirsi in trappola e la consapevolezza di non poterne uscire vivi. 
La serie prosegue in un ritmo non lineare ed è sostanzialmente divisa in due parti: durante il primo arco narrativo vengono alternati i momenti di infanzia del protagonista a quelli riguardanti i suoi primi massacri. I successivi 5 episodi sono maggiormente incentrati sulle vittime di Jeff, sulle loro famiglie, e sui testimoni della vicenda giudiziaria. 

Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer: di cosa parla la serie Netflix?

Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer: la recensione del true crime Netflix con Evan Peters -Cinematographe.it.

Come nel caso di molti prodotti seriali di genere true crime, Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer inizia ad un passo dall’epilogo della storia, per poi riavvolgere il nastro al fine di mostrare allo spettatore quando, e in che modo, il protagonista sia diventato un mostro di crudeltà e perversione.   
Siamo nel 1991, a Milwaukee. Jeffrey Dahmer (Evan Peters), serial killer con la predilezione per giovani neri, si addentra in un bar gay per adescare la sua prossima vittima. La sfortuna ricade su Tracy Edwards (Shaun J. Brown), convinto da Dahmer a seguirlo nel suo appartamento per un servizio fotografico. Non appena l’ignara vittima mette piede nella dimora del suo predatore, si trova di fronte ad uno spettacolo a dir poco agghiacciante, in cui perfino i muri sembrano gridare “scappa”. Il fetore è insopportabile, tra i pochi oggetti di arredamento spiccano una selezione di coltelli, un trapano intriso di sangue, un serbatoio pieno di pesci morti e una televisione che trasmette L’esorcista III. Fortunatamente Tracy, fiutato il pericolo, mette in atto le sue doti di furbizia e riesce a scappare, ad avvisare due agenti della polizia e a condurli nell’appartamento di Jeffrey. I poliziotti, durante la perquisizione, scoprono che Dahmer, nel corso di tre decenni, ha ucciso, mutilato – e, talvolta, mangiato – i corpi di 17 giovani, per lo più neri. Il serial killer viene arrestato e condotto in carcere. A questo punto la storia fa un passo indietro, tornando all’infanzia di Jeffrey e alla nascita delle sue perversioni.

Evan Peters: “il cattivo” per eccellenza

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Evan Peters dimostra ancora una volta le sue intense doti attoriali, interpretando un ruolo a cui era destinato sin da quando Murphy lo scelse come antagonista principale in American Horror StoryMurder House. Grazie alle espressioni facciali indecifrabili ed imprevedibili di Peters, Dahmer appare come un giovane uomo nervoso, instabile ma allo stesso tempo curioso del mondo in cui vive. Jeffrey analizza, studia ed entra in empatia con le sue vittime, talvolta ricorrendo ad un innato senso dell’umorismo.
A supportare l’attore protagonista nel portare avanti uno show non affatto facile, c’è un cast decisamente all’altezza, in cui spicca Niecy Nash (Non ho mai), interprete di Glenda Cleveland, vicina di casa di Jeffrey, la quale più volte aveva cercato di avvisare la polizia riguardo la pericolosità dell’uomo, senza tuttavia mai essere ascoltata. Non a caso l’episodio a lei dedicato è intitolato “Cassandra”.

Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer: la polizia americana approssimativa e razzista

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Ma in che modo Jeffrey è riuscito a farla franca per tutti quegli anni? Questo aspetto sembra particolarmente caro ai creatori, che mostrano allo spettatore come sia facile per un uomo bianco scampare alla giustizia in America, soprattutto quando a lanciare l’allarme, o a cadere vittima di aggressione, bianco non è. Dallo show emerge un ritratto della polizia americana radicalmente razzista e incompetente. Particolarmente incisivo è il secondo episodio, in cui due agenti invece di riportare a casa un quattordicenne in evidente stato confusionale – che era riuscito a fuggire miracolosamente dall’appartamento di Jeffrey dopo essere stato drogato – lo riconsegnano direttamente nelle mani del suo futuro assassino, che aveva giurato di non avergli fatto del male ma che semplicemente il suo “fidanzato 19enne” aveva bevuto troppo ed era uscito in strada. Neanche l’insistenza di Glenda Cleveland nel verificare che il ragazzo fosse effettivamente maggiorenne convinse i due agenti ad approfondire la questione.           
Nonostante Jeff avesse dei precedenti per molestie sessuali, né alla polizia né ai giudici importava di andare a fondo a misteriosi sparizioni di giovani ragazzi gay, di cui la maggior parte neri. Lo stesso Dahmer confessa durante l’interrogatorio di essersi sorpreso per averla fatta franca tutto quel tempo: “Guardavo la tv e non parlavano quasi mai di ragazzi scomparsi” – “E secondo te perché?”, risponde prontamente il detective.

Vedere o non vedere Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer?

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Come detto nelle righe precedenti, la serie mira a far luce non solo sulla vita privata e famigliare di Dahmer ma anche su quella delle sue vittime, delle loro famiglie e di tutti coloro la cui testimonianza è stata ignorata. È un obiettivo ammirevole, senz’altro, ma per raggiungerlo lo show ci impiega parecchio tempo. I primi episodi sono infatti lenti, si prendono molto spazio – forse più del necessario – per approfondire l’infanzia di Jeffrey e la sua adolescenza, tuttavia finendo per spaesare lo spettatore con salti temporali molto frequenti e non adeguatamente motivati. Tuttavia, dall’episodio 6 in poi – probabilmente il migliore dello show – Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer diventa a tutti gli effetti un prodotto di inchiesta giudiziaria, non limitandosi dunque ad essere una pallida biografia di un serial killer.

Per quanto riguarda gli aspetti tecnici, la fotografia è particolarmente efficace – quasi sempre tendente al giallognolo – e contribuisce ad infondere un senso di disagio e squallore. Anche l’ambientazione è curata nei minimi dettagli, specialmente nel passaggio dagli anni 70 agli anni 90, tra look, musica e le pubblicità dei grandi marchi della società capitalista.     
Per concludere, Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer è senza dubbio un prodotto interessante e ben curato, non adatto a tutte le tipologie di pubblico ma sicuramente pane per i denti dei fan di Ryan Murphy e – più in generale – per i fan del true crime.

Regia - 3
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 4
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3.5
Emozione - 3.5

3.5

Tags: Netflix

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