Mike: recensione della miniserie sulla vita di Mike Tyson

Mike, con Trevante Rhodes (Moonlight), è la vita scandalosa di Mike Tyson raccontata senza la voglia o la possibilità di scavare a fondo. Su Star di Disney+ dall'8 settembre 2022.

Chi è davvero Mike Tyson? Non è così semplice rispondere a questo interrogativo anche se Mike, miniserie in otto parti disponibile su Star all’interno di Disney+ a partire dall’8 settembre 2022, ci prova lo stesso. Creata da Steven Rogers, che come sceneggiatore aveva già avuto modo di esplorare una storia di sport decisamente borderline con Tonya, il biopic sulla vita, lo sport e gli scandali di Tonya Harding, la miniserie si propone di riassumere i tratti salienti, nel bene e nel male, della vita pubblica e privata di uno dei pugili più controversi di tutti i tempi. E sì Evander Holyfield, non preoccuparti, c’è anche quella cosa lì.

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La cosa migliore dello show, che ha la sua parte di imperfezioni, è il bel cast all’interno del quale spicca la fisicità vulnerabile del bravo Trevante Rhodes (Moonlight). Accanto a lui Russell Hornsby, Laura Harrier e il grande Harvey Keitel. Scegliere un feticcio del cinema di Martin Scorsese è tutt’altro che una scelta casuale, perché Mike ammicca scopertamente, specie all’inizio, al capolavoro insuperabile. La miniserie “ruba” qualcosina a Toro scatenato, con le dovute proporzioni. Non è tanto questione di sfondo in comune, quello va da sé, quanto piuttosto il discorso attorno a un tema complicato come l’autodistruttività delle persone. Ci sono delle affinità tra i pugili protagonisti dei due film.

Mike: dalla periferia alla gloria del ring, in mezzo tanti scandali

Mike, recensione, Cinematographe.it

La differenza più grande riguarda la profondità del talento, ma bisogna considerare il tratto in comune delle pagine buie. Jake LaMotta e Mike Tyson hanno condiviso trionfi nello sport e vergogne private, hanno entrambi corteggiato il grande business dell’intrattenimento e, a modo loro, inscenato un improbabile ritorno sulla scena pubblica. Qualunque cosa voglia dire la parola. LaMotta era un pugile decisamente inferiore, ma gli è toccato in sorte un capolavoro. Tyson è stato una furia e un punto di riferimento della professione, il trattamento seriale della sua vita caotica però non ha avuto la stessa fortuna. Mike è la storia di Mike Tyson, come ce la racconta lo stesso, dalla distanza di sicurezza di un palco teatrale per il gusto complice e accusatorio di un pubblico avvolto nell’ombra.

La storia procede in maniera lineare, si comincia per le strade di Brooklyn e l’infanzia del piccolo Mike già fa intravedere il profilo complicato dell’uomo che verrà. Parto di un ambiente ostile e di un quadro famigliare turbolento. La figura paterna è fuori fuoco, con la madre Lorna (Oluniké Adeliyi) allaccia una relazione complicata. Eppure, suggerisce la miniserie, è giù tutto lì, nelle scene di vita famigliare, quello che c’è da sapere su di lui. La rabbia, l’emarginazione, alcuni particolari intimi anche molto curiosi come l’amore per i piccioni che diventerà uno dei tratti costitutivi della sua mitologia privata e da cui scaturirà la prima vera occasione di mettere alla prova i pugni temibili. Mike Tyson è un bambino nel corpo di una macchina da guerra, in cerca di figure paterne o di qualunque cosa possa alleviare il vuoto dentro, animato da un mostruoso bisogno di piacere e sentirsi amato. Faticherà.

Di figure paterne fa collezione. Cus D’Amato (Harvey Keitel) è il primo manager importante e l’allenatore più prezioso, fa di Tyson il “mostro” che ogni pugile deve imparare a temere e gli regala pure una casa, un rifugio e quel poco di affetto che fino a quel momento sembrava essergli sfuggito. Per un bel po’ di tempo, perché Cus a un certo punto muore, a proteggerlo dalle intemperie, con esiti immaginabili, ci pensa Don King (Russell Hornsby perversamente in parte). Il famigerato e leggendario promoter lo porta in cima al mondo, ma non fa niente per controllarne i pericolosi appetiti. Con le donne ha un rapporto vorace, immaturo e molto complicato. Donnaiolo impenitente, va male il suo primo matrimonio con Robin Givens (Laura Harrier) bellissima attrice con le idee chiare sul suo futuro, forse la prima a guardare davvero in faccia il lato oscuro dell’uomo. Va detto che per gran parte del tempo lo spettatore ha modo di confrontarsi con gli eventi ma sempre e solo dal punto di vista del protagonista. A un certo punto però, Mike si prende qualche libertà nei confronti della sua struttura narrativa. Per un motivo importante.  

Un grande attore protagonista, ma troppe occasioni sprecate

Mike, recensione, Cinematographe.it

C’è un limite oltre il quale è meglio non spingersi e per Mike arriva con la vicenda di Desiree Washington (Li Eubanks) e l’accusa di abuso sessuale. Per Tyson è la pagina più vergognosa, seguono il carcere, l’umiliazione pubblica e l’inizio del suo avvicinamento al mondo dell’Islam. Questo capitolo è affidato allo sguardo e alla testimonianza della vittima ed è forse il più riuscito per una miniserie che altrimenti fatica a mantenersi all’altezza di (almeno) un paio di spunti e idee interessanti. Li semina con apparente noncuranza, li corteggia giusto un po’ e poi si ferma. Nei tempi risicati di Mike, la durata di ciascun episodio non va oltre una mezz’ora scarsa, la cronaca del brutto affare intercorso tra il pugile affermato e la reginetta di bellezza riesce a parlarci di patriarcato, abuso di potere, violenza e strumentalizzazione mediatica delle emozioni. Altrove, la serie lancia il sasso e nasconde la mano.

Fa parlare il protagonista in prima persona, ma non ha mai il coraggio di ragionare sulla naturale ambiguità connaturata a ogni forma di narrazione. Che le cose siano andate davvero come le racconta Tyson non è dato saperlo, c’è sicuramente molto di parziale e autoassolutorio, ma non c’è mai veramente voglia, da parte di Mike, di mettere in discussione il punto di vista dell’eroe tormentato. L’eccezione di Desiree Washington resta, appunto, un’eccezione. D’altronde, sarebbe stato molto complicato muoversi diversamente. Formalmente, la serie è puro canone per quel che riguarda il biopic contemporaneo. Rottura della quarta parete, voce fuori campo e ammiccamenti sparsi, contrappunti ironici su fondo drammatico, provvidenziale afflato progressista ma solo in superficie, il solito godibilissimo repertorio di classici o meno, soul e r&b. Niente di nuovo. Alcune caratterizzazioni sono sacrificate perché questa è la forma dei fatti dietro la fiction (Harvey Keitel), in altri casi la sensazione è di un potenziale non adeguatamente valorizzato (Laura Harrier). Bravissimo Trevante Rhodes che regala al suo Mike Tyson fisicità debordante e tenera vulnerabilità; pochi attori, afroamericani e non, gli somigliano in questo e la cosa va sfruttata a dovere.

È la nota più lieta di un’operazione deludente. Mike non riesce ad affrontare in modo soddisfacente l’ambiguità del protagonista. Perché Tyson non è certamente un santo e non si va da nessuna parte neanche a dipingerlo come un mostro. È un essere umano che fatica a conciliare le sue contraddizioni, che per altro sono molto più rumorose della media. La serie finisce per confidare troppo nell’assunto e non cerca mai di prendere il personaggio in contropiede. Soprattutto manca quello sforzo di immaginazione che consentirebbe, se adeguatamente direzionato, di ragionare sul potenziale politico della vicenda. La furia di Tyson è il prodotto di un’intimità complicata ma anche la risposta di una storia secolare, molto più grande di lui, intessuta di emarginazione e soprusi. Il prezzo da pagare per diventare il re del mondo consiste nello spegnere il potenziale incendiario di una rabbia che poco lega con le esigenze dello sport; così l’industria dello spettacolo annacqua il disagio sociale per servirlo sotto forma di baracconata. Mike avrebbe potuto essere un sincero atto d’accusa nei confronti della società americana che non sa sciogliere i suoi nodi e si limita a farne occasione di profitto. Ma resta un biopic a metà strada tra accusa e (parziale) assoluzione, profondità delle idee e banalizzazione.

Regia - 2
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 2.5
Recitazione - 3
Sonoro - 2.5
Emozione - 2

2.3

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