Man vs Bee: recensione della sitcom Netflix con Rowan Atkinson

Il mite 50enne Trevor trova lavoro come custode di un'elegante villa hi-tech. Il compito si rivelerà proibitivo, anche a causa dell'insopportabile presenza di un'ape...

Come ben sappiamo, in Italia l’attore Rowan Atkinson (protagonista di Man vs Bee) è principalmente (anzi, esclusivamente) conosciuto per Mr. Bean, la serie prodotta tra il 1990 e il 1995 – per un totale, incredibile a dirsi, di soli 14 episodi – in cui interpreta un buffo ometto inglese che si complica la vita non riuscendo ad affrontare una fitta e bislacca trama di imprevisti e situazioni (semplici, ma che lui inevitabilmente complica fino al parossismo). Forse – ma forse – qualcuno si ricorda di lui anche per la trilogia cinematografica dedicata a Johnny English, parodia di 007.

In realtà la sua carriera è molto più ampia, e si lega anche a generi non strettamente connessi alla commedia. Inevitabilmente però, i migliori risultati sono legati alla risata e al comico, ed è inevitabile guardare a Man vs Bee – 9 miniepisodi da 10/15 minuti l’uno, su Netflix dal 24 giugno – come a un comodo ritorno “a casa”. Ideata dal medesimo Atkinson (assieme a Will Davies), la serie segue un nuovo personaggio anomalo in un contesto di totale disagio, scegliendo come antagonista per tutte le puntate una apparentemente innocua ape.

Man vs Bee: l’eterna lotta tra l’uomo e… l’ape

Man vs Bee - Cinematographe.it

Man vs Bee inizia dalle fine, ovvero dal processo per i danni che il protagonista ha causato. I capi d’accusa sono 14, tra cui guida pericolosa, vandalismo e incendio doloso. L’espressione di Atkinson – nei panni del simpatico idiota Trevor Bingley – è quella che ormai conosciamo a memoria da decenni: l’occhio sgranato, lo sguardo attonito, e l’eterno stupore del bambino intrappolato nel corpo di un adulto. Impossibile per lui difendersi: è effettivamente colpevole, e l’intera sitcom non è altro che un flashback che ricostruisce l’accaduto.

L’uomo, sempre animato da buone intenzioni, ha perso i precedenti lavori a causa della sua goffaggine e ora fa il custode di case. Il suo primo incarico è quello di occuparsi di un’enorme e sfarzosa villa hi-tech ricca di opere d’arte e di una flotta di rare auto d’epoca, appartenente a una coppia oscenamente ricca in partenza per una vacanza esotica. I due commettono l’errore cardinale di non istruire Trevor sul funzionamento della loro grande e complessa magione, lasciandogli leggere uno spesso manuale. Una missione complicata dalla presenza di un’ossessiva, onnipresente ape.

Rowan Atkinson e il trionfo degli eterni perdenti

Superato costantemente in astuzia dal bombo, Trevor finirà per distruggere buona parte dei cimeli presenti nella casa, attentando anche alla vita del cane di famiglia e non accorgendosi della presenza di tre ladri. Da un punto di vista tecnico, forse il formato dei 9 episodi non è il migliore: si ha la sensazione che la serie in realtà fosse inizialmente un film unico (la durata complessiva supera di poco i 100 minuti), suddiviso poi un po’ forzatamente in più spezzoni. Questo, tuttavia, non diminuisce la resa comica, affidata alla gestualità e al corpo di Atkinson.

Gli ovvi rimandi continuano a essere quelli al cinema muto, alla pantomima e allo slapstick, con una differenza sostanziale però rispetto a Mr. Bean: qui lo sfortunato (anti)eroe al centro della scena può parlare, e lo fa – oltre che per maledire la sfuggente ape – per dialogare con sua figlia, nel tentativo tenero e malinconico di organizzare una vacanza. Il fatto che il tono sia leggero e grottesco non significa che i caratteri debbano per forza essere bidimensionali; in questo contesto, il colpo di scena finale risulta piuttosto gradevole e pacificatorio. Perché, in fondo, è impossibile non stare dalla parte di Atkinson e dei suoi tanto ottusi quanto adorabili sfigati.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3.5
Recitazione - 4
Sonoro - 3.5
Emozione - 2

3.3

Tags: Netflix

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