Maid: recensione della serie Netflix con Margaret Qualley

Netflix arricchisce il catalogo con una serie che appassiona, scuote e spinge a riflettere sul valore non solo materiale del denaro.

Alex (Margaret Qualley), la protagonista di Maid, sgrana spesso i suoi grandi occhi blu lago, sgombri da trucco: quando il compagno Sean, padre della figlia Maddie, le scaraventa addosso parole violente, in preda alle sue sfuriate alcoliche; quando la madre Paula (Andie McDowell), gravemente bipolare, fa perdere le sue tracce oppure si lascia derubare della casa da un uomo che le ha detto di essere australiano e di amarla, mentendo in entrambi i casi; quando il padre, ex manesco ripulito, ora zelante nelle pratiche spirituali, ricompare nella sua vita perché vuole aiutarla nonostante lei non abbia alcun desiderio non solo di farsi aiutare da lui, ma persino di vederlo.

Soprattutto li sgrana quando vede i soldi, pochissimi, guadagnati con enorme fatica facendo le pulizie, evaporare dal conto perché le spese si moltiplicano: i prodotti per pulire, la benzina, il biglietto del traghetto, la retta dell’asilo, il cibo per far crescere robusta la bambina, l’affitto… Se il denaro non basta, occorre chiedere aiuto – a un’associazione che aiuta donne vittime di violenza – e sussidi, allo Stato: ed ecco allora che la vita di Alex si complica ancora, mentre il tempo si consuma tra turni di lavoroincombenze materne e filiali, burocrazia da assolvere per sopravvivere all’indigenza e guadagnarsi il futuro, per sé, per la figlia, per la madre fragile e mai davvero cresciuta. 

Alex, working class heroine dell’Alaska, madre coraggio che rifiuta la posizione di vittima

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Maid, serie in dieci episodi da cinquanta minuti ciascuno ispirata al memoir di Stephanie Land, è un ‘romanzo’ visivo, insieme epico e contemporaneo, che si fa grande accanto alla sua eroina: una giovane donna che trova nel lavoro, nei suoi gesti allo sguardo altrui disgustosi, la forza per contrastare l’istinto di resa, di accorciare la distanza che la separa dalla realizzazione di un sogno di indipendenza affettiva e professionale.

Così, sgrassare, lucidare, passare l’aspirapolvere, potare le piante, scomporre e ricomporre rifiuti, buttare oggetti e capi invecchiati per non ingombrare gli spazi di una casa e lasciare liberi i passaggi d’aria diventano per Alex sfide alle quali appassionarsi, rituali attraverso cui manifestare il desiderio di rispondere al risucchio luttuoso da cui fin da piccola è stata calamitata – la malattia della madre, la brutalità del padre, l’assenza di protezione da parte di figure adulte – con l’amore per la vita: la sua, ferita e fiera; quella della figlia, alla cui cura sacrifica tutto, nell’indifferenza commovente, ma affatto ricattatoria, di sé e della tentazione di piangersi addosso, di assumere la parte della vittima, che sia del ‘sistema’, di un uomo problematico, di genitori che non si sono rivelati all’altezza. 

Maid: storia di un riscatto individuale possibile grazie alla costruzione di una rete di solidarietà (soprattutto femminile)

Non c’è un filo di autocompiacimento nell’affrontare, una dopo l’altra, tutte le sventure che la vita le presenta: Alex non si lamenta, non condanna e non si condanna; se lo fa, è solo per comprendere, imparare la lezione, passare oltre. Non c’è neppure la retorica della madre coraggio: Alex è semplicemente una ragazza che ama la figlia e la maternità, senza aspettarsi mai che né la prima né la seconda siano facili.

È un personaggio di rara potenza quello che la showrunner Molly Smith Metzler ha affidato a una straordinaria Margaret Qualley (figlia dell’attrice Andie MacDowell e dell’ex modello Paul Qualley), che qui recita, accanto alla madre reale Andie McDowell, da cui ha ereditato bellezza e doti interpretative: lei glielo restituisce singolarmente pragmatico e poetico, resistente e vulnerabile, compiendo il miracolo di pacificare gli opposti, di confondere in un unico impasto caratteriale caparbietà e delicatezza.

Ma anche gli altri personaggi trovano interpretazioni felici negli attori che se ne assumono il ruolo: nessuno, neanche lo stesso Sean, è rappresentato soltanto per i suoi lati ombra; in tutti meschinità e aperture s’intrecciano; in tutti le ambivalenze proprie delle esperienze umane predispongono alla sintonizzazione emotiva piuttosto che al giudizio.

Maid: una riflessione sul carattere simbolico del denaro, non solo mezzo di sopravvivenza materiale

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Maid appassiona, quindi, perché ben scritto e ben recitato, perché porta in scena relazioni tra madri e figlie, perché è una storia di riscatto individuale che passa anche attraverso la richiesta d’aiuto e la costruzione di una rete di solidarietà (va detto: soprattutto femminile), perché mostra la rincorsa verso un sogno che sembrava impossibile e che, invece, si realizza grazie alla risoluzione progressiva di problemi concreti, affrontati, per così dire ‘infilzati’, uno per uno.

Maid colpisce perché si occupa di un soggetto poco, male o falsamente rappresentato: i soldi e le conseguenze non solo materiali della loro mancanza. Maid ci rivela cosa significa non averne in una società, come quella americana, che li produce, li feticizza, li idolatra, li esibisce, soprattutto quale forma di indebitamento morale, e in secondo luogo affettivo, comporta la loro privazione.

È, non a caso, proprio nel momento in cui riceve in regalo un’auto e, in seguito, ospitalità da un amico benefattore che Alex comprende, nella carne, fino a che punto quel dono non sia tale e come una relazione fino ad allora paritaria si comprometta per il solo fatto che si polarizza in chi dà e in chi riceve: l’attesa della gratitudine, di una qualche forma di corrispondenza a compensazione della perdita materiale, manipola la sostanza affettiva del rapporto, lo congela al debito, nonostante il creditore non recrimini e non pretenda apparentemente nulla.

Maid ci insegna che i soldi non sono mai solo soldi, il mezzo con cui si acquistano beni materiali: i soldi sono sempre e inevitabilmente anche il mezzo con cui ci si condanna all’obbligo di essere grati, all’ansia di doverci giustificare per ciò che, con il dono ricevuto, abbiamo scelto di fare. 

Regia - 4
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 4
Recitazione - 5
Sonoro - 4
Emozione - 5

4.3

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