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Affascinante e carismatico più che mai, quanto misterioso… Dove avevamo lasciato Assane Diop (Omar Sy) il ladro che per vendicare il padre – incastrato dal malvagio e facoltoso Hubert Pellegrini – si ispira ai romanzi di Lupin per attuare il suo piano di riscatto?

In questi ultimi cinque episodi (Capitoli 6 – 10) che concludono l’arco narrativo iniziato in precedenza dalla casa di produzione Gaumont, Omar Sy si rivela ancora una volta eccellente nel vestire i panni di un protagonista anti-eroe per cui tutto il pubblico però fa il tifo.

Lupin – Stagione 2: come continua la storia del ladro gentiluomo di Francia

L’ultimo episodio della prima stagione di Lupin ci aveva lasciati – letteralmente – con il fiato sospeso: il figlio adolescente di Assane e Claire era stato rapito sulla spiaggia di Etretat da uno degli scagnozzi di Pellegrini, intenzionato a liberarsi dell’uomo che vuole a tutti i costi smascherarlo come truffatore.

A spingere Assane Diop verso il gran colpo del prezioso collier di Maria Antonietta non era infatti stata una motivazione economica, ma il sentimento di vendetta – e la sete di giustizia – che lo tormenta fin dall’adolescenza, dopo che il padre Babakar è deceduto in prigione, ingiustamente accusato di un crimine dallo stesso Pellegrini, presso cui prestava servizio come autista.

La seconda parte di questa avvincente storia che ha per protagonista un intraprendente ladro che si ispira al personaggio di Maurice Leblanc si fa sempre più animata, una volta che la partita ha messo in campo anche le rispettive famiglie dei due principali avversari, Assane e Pellegrini.

Il primo episodio di questa seconda stagione, infatti, si apre con la disperata ricerca di Raoul, il figlio di Assane. Quest’ultimo, invece, fa persino la conoscenza diretta dell’agente di polizia Guedira, che viene prontamente soprannominato “Ganimard” e in cui Assane Diop troverà, in un certo senso, un alleato proprio quando alcune figure a lui vicine sarebbero quasi pronte a voltargli le spalle. Nel frattempo, Pellegrini è intento a mettere a segno un’altra truffa, aiutato da un ambiguo esperto delle finanze di nome Philippe Courbet.

Un finale degno di nota conclude la stagione con un decimo episodio che tiene lo spettatore con gli occhi incollati allo schermo.

Azione, eleganza e un finale “teatrale”: ingredienti ben pesati nella seconda stagione

Se la prima stagione di Lupin scorreva liscia come l’olio in termini di leggerezza, nonostante le scene action non mancassero, questo proseguimento dello storytelling appare un attimo più complesso da seguire da parte dello spettatore che non dovrà distarsi per captare ogni minima sfumatura della storia, un racconto che si accende e accelera sempre di più al passo della telecamera che sarà coinvolta in diversi momenti di pura azione.

Infatti, anche in questa seconda stagione la scelta registica e di sceneggiatura è quella di raccontare la storia individuale di ciascun personaggio servendosi spesso e volentieri di flashback che ci riportano nel 1995, quando Assane e l’amico Benjamin erano ancora due adolescenti, già alle prese con il mondo degli inganni e dell’astuzia… Non solo, con un montaggio alternato, più volte veniamo a conoscenza degli eventi avvenuti una settimana prima, solo dopo averne già visto lo sviluppo: questi espedienti, ovviamente, non sono casuali ma servono a mascherare al pubblico – in un primo momento – quali sono le reali mosse sulla scacchiera di Assane e quali i suoi abili trucchi.

Anche lo spettatore, dunque, è per volontà della regia coinvolto negli escamotage di Assane per attuare il suo piano e le sue fughe dalle forze dell’ordine, in quanto i trucchi di cui si serve il nostro Lupin non sono quasi mai svelati immediatamente.

Da un punto di vista emozionale, invece, i personaggi subiscono dei cambiamenti interiori durante questi cinque episodi: Assane rimane un individuo complesso, all’apparenza sempre sicuro di sé ma in fondo in conflitto con il non essere riuscito ad essere fino in fondo un buon padre per Raoul, pensiero ribadito di continuo dall’ex-compagna Claire, la quale si rifà una vita accanto a un altro uomo, sebbene l’amore familiare tra i tre non viene mai meno. Di pari passo, Juliette – la figlia di Pellegrini – ricompare nella vita sentimentale di Assane, che però non è dominato da un sentimento genuino nei suoi confronti, nonostante condivida con lei alcuni momenti nella cornice romantica sulle rive della Senna. Torna, inoltre, ancora una volta il tema del razzismo, condensato nel personaggio di Pellegrini, ma anche nelle reazioni della gente quando nel primo episodio Assane cerca informazioni sul figlio rapito in una piccola cittadina della Normandia.

Ciò che prevale, in generale, è la tensione che si riversa sia nel profilo psicologico dei diversi personaggi, che nell’escalation di un racconto che nell’ultimo episodio si concluderà con un finale davvero di gran classe.

Complice di un’estetica dallo charme innegabile è una scenografia “naturale”, quella di una Parigi che fa innamorare al primo sguardo, che si mostra – con i toni caldi della fotografia, gli stessi che caratterizzano la capitale francese – il palcoscenico perfetto per sfoggiare anche lo stile – un po’ elegante, un po’ casual, molto “francese” – che Omar Sy porta alla perfezione, quello dei costumi di Olivier Bériot, coi lunghi cappotti che lasciano appena scoperte le sneakers di ultima tendenza.

Uno dei punti di forza della serie, però, ancora una volta – oltre alla bravura di Omar Sy – resta la colonna sonora: oltre al tema musicale tipico delle serie tv d’azione di respiro statunitense, si mixa ancora una volta il pop con l’hip hop e con sonorità degli ultimi Anni Sessanta, come con Reach Out (I’ll be there) dei The Four Tops. Magica la fusione della musica classica nel decimo episodio con alcune delle scene più concitate della serie, in cui assistiamo al gran finale direttamente all’interno di un teatro.

Netflix ci regalerà una terza stagione? Per ora sembrerebbe di sì, in ogni caso stavolta per noi Lupin è di nuovo promosso.