L’uomo più odiato di Internet: recensione della docuserie Netflix

Una madre caparbia e determinata contro un uomo crudele e privo di morale: l'incredibile storia di Hunter Moore, l'uomo che aveva fondato un impero sul revenge porn.

Il re del revenge porn. Il primo vero troll di internet. Un genio della manipolazione. Tutto questo (e molto altro, tra autoproclamazioni varie ed etichettature mediatiche) era Hunter Moore. Riprendendo una definizione della rivista Rolling Stone, la docuserie L’uomo più odiato di Internet narra in tre densi episodi – su Netflix dal 27 luglio – i passaggi salienti di una vicenda spartiacque, per comprendere le differenze tra gli utilizzi possibili del Web nel 2010 e quelli (forse meno ingenui, sicuramente più regolamentati) attuali.

Tutto nasce e si sviluppa attorno al blog “Is Anyone Up?”, frutto di una apparente goliardata tra amici e inizialmente progettato per la promozione di band e concerti. La bomba esplode in pochissimo: il sito si trasforma rapidamente in un centro autorizzato per il revenge porn, un (non) luogo in cui gli utenti potevano pubblicare e consultare le immagini private di chiunque, spesso con link alle pagine Facebook o persino agli indirizzi di casa.

L’uomo più odiato di Internet: Hunter Moore, chi era costui?

Hunter Moore, dicevamo. L’allora 25enne originario di Sacramento si autodefinisce intoccabile, emanazione divina in Terra, nuovo Charles Manson. Di sicuro Moore viene in breve tempo – per l’appunto – odiato e disprezzato da molti, con la sua idea di totale sfruttamento umano e con la sua patologica assenza di empatia. Ogni mezzo è lecito per mettere online immagini di nudo non autorizzate, con commenti violenti, derisioni e definitiva cancellazione della privacy. Per lui non ci sono limiti, almeno fino a quando non incoccia in Charlotte e Kayla Laws.

Kayla, all’epoca 24enne, si ritrova un giorno a sua insaputa su isanyoneup.com: ci sono alcune sue foto in topless, informazioni sulla sua vita desunte dai social network, e il profilo trabocca ovviamente di opinioni sessiste e feroci insulti. Inizia qui la sua battaglia, grazie soprattutto all’appoggio dell’inossidabile madre Charlotte. Sarà lei infatti a raccogliere ben 40 testimonianze di cyber-abusi, tutte accomunate da un tratto che si rivelerà fondamentale: nessuna di loro aveva diffuso le immagini su internet. Come avevano fatto quindi Hunter e i suoi seguaci a trovarle?

Ascesa e caduta di un sociopatico che amava la sofferenza altrui

Tra generiche ricostruzioni e testimonianze (alcune sono strazianti, come ad esempio quella di Destiny, conosciuta su “Is Anyone Up?” come “Butthole Girl”, ed eviteremo in questa sede di spiegarne i motivi), L’uomo più odiato di Internet scorre snello e serrato, concentrandosi molto sul versante true crime: per spegnere la minaccia Moore – che nei suoi due anni di delirio non cerca mai di nascondersi, sostenendo apertamente che l’umiliazione e il disagio altrui sono per lui parte del divertimento – vengono tirati in ballo l’FBI, il movimento Anonymous e un ex Marine esperto di tecnologia che con un abile stratagemma riesce nell’aprile del 2012 a far rimuovere tutto il materiale pornografico presente sul sito.

Il lavoro di Rob Miller manca tuttavia di alcuni elementi importanti, persino fondamentali. Non è presente infatti alcun approfondimento psicologico di più ampio respiro, né su Moore né sui suoi seguaci (definiti “The Family”). I suoi adepti, che fino al 2016 si dichiaravano pronti a morire per difendere il loro eroe, sono ancora presenti e, seppur sottotraccia, continuano a infestare il Web. Quanto a Hunter Moore, la serie si limita a trasmettere allo spettatore l’aura di un personaggio cattivo per semplice amore della cattiveria, fronteggiato e sconfitto infine dai buoni. Bene, benissimo; ma è difficile immaginare che questo possa essere il racconto definitivo, quando ha così poco da dire sul significato e sulle conseguenze della violenza perpetrata online.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 10
Sonoro - 3
Emozione - 3.5

4.5

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