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Nel corso dei 10 episodi che compongono la sua prima stagione, la serie HBO Lovecraft Country, ha messo in atto un meccanismo parecchio interessante. Lo show scritto da Misha Green, prodotto da J.J. Abrams e Jordan Peele e basato sul romando di Matt Ruff, ha usato i temi tipici della letteratura di H.P. Lovecraft (culti antichi, il prezzo della magia) e la sua estetica (mostri tentacolari e creature misteriose) per creare una narrativa epica incentrata su un gruppo di eroi appartenenti all’etnia tanto odiata dallo scrittore di Providence e per espandere il canone riconducibile al Black Horror.

Nella serie HBO, che ha concluso la sua prima stagione il 28 novembre su Sky Atlantic, i racconti spaventosi di Lovecraft vengono calati nell’America degli anni ’50, quella di Jim Crow, dove una famiglia afroamericana affronta razzismo sistematico e violento, streghe e stregoni, bestie mistiche e maledizioni mortali. Dopo l’introduzione dei protagonisti e degli antagonisti, nonché della propria poetica (se volete leggere la recensione dei primi episodi, la trovate qui) Lovecraft Country abbassa e di parecchio la guardia, lasciandosi sfuggire una narrativa confusa e un’esecuzione approssimativa.
La serie si prefigge di stravolgere gli stereotipi razziali, di genere e legati all’orientamento sessuale, fornendo personaggi complessi e sfumati, ma più spesso finisce per rafforzare quegli stessi stereotipi, servendo al suo pubblico messaggi al limite dell’offensivo, ma sicuramente poco avanguardisti.

Lovecraft Country Cinematographe.it

Non passa molto tempo, infatti, prima che Lovecraft Country inizi a sfruttare questi stereotipi a proprio favore. La serie non esita a elencare alla rinfusa eventi e personalità di spicco di un America dilaniata dalle differenze – oggi come allora – fallendo nel tentare di ripetere quello che Watchmen di Lindelof aveva fatto in maniera perfetta: amalgamare le problematiche sociali, la lotta civile, con il puro intrattenimento. Così, quella che nei primi episodi sembra volontà di far conoscere ai propri spettatori parentesi di storia inedita e importantissima, verso la fine della stagione si trasforma in una lista della spesa: completamente priva di profondità.

Lovecraft Country e la superficialità della lotta sociale

Il problema di questa improvvisa superficialità, però, è che a ritroso inizia a condizionare tutta la serie e quelli che ci erano sembrati momenti pregni di significato, diventano siparietti. Nell’episodio 3 Letitia (Jurnee Smollett) compra una casa appartenuta ad un medico bianco che, scopriamo, si divertiva a portare avanti esperimenti terribili su “pazienti” di colore. La casa è ora stregata dalle anime delle vittime. Uno dei fantasmi si chiama Anarcha e, con qualche ricerca, scopriamo che si tratta di un triste riferimento a una donna realmente esistita, una schiava che era stata costretta a subire degli interventi senza anestesia da parte del dottor J. Marion Sims, il medico statunitense considerato oggi il padre della moderna ginecologia. Lovecraft Country, però, decide di non raccontare ai suoi spettatori questa storia: usa il nome Anarcha come se fosse un easter egg che solo il pubblico più curioso si dimostra in grado di cogliere.

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Anarcha non è l’unica vittima della superficialità di Lovecraft Country; nell’episodio 8 assistiamo al funerale di Emmett Till e l’omicidio del ragazzo funge da ponte per arrivare a parlarci dei disordini di Tulsa i quali – di nuovo – vengono affrontati in maniera assolutamente non rilevante (diventa inevitabile pensare fortemente ancora a Watchmen che ha fatto scoprire al mondo la tragicità del Juneteenth).

Purtroppo Lovecraft Country, con il passare degli episodi, veste sempre meno i panni di un prodotto impegnato per indossare quelli di una serie che sfrutta il trauma afroamericano come modalità narrativa. Gli elementi, infatti, non sono amalgamati alla storia, sono solo una carrellata insipida sulle spalle del dolore black che pervade, invece, la cultura americana.

Lovecraft Country e il problema dell’omotransfobia

Lo stesso discorso, purtroppo, vale per il resto dei gruppi più emarginati che in Lovecraft Country trovano una “rappresentazione”, come gay e transgender. Come forse alcuni sapranno l’omosessualità è ancora uno stigma nella comunità afroamericana che, nonostante abbia provato e continui a provare sulla propria pelle il dolore della discriminazione, tende ad essere tristemente omotransfobica. La necessità, quindi, è quella di raccontare storie sì, inclusive, ma anche e soprattutto variegate. In tutta risposta Lovecraft Country crea un legame fortissimo nella serie tra omosessualità e malvagità.

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Atticus, infatti, scopre che suo padre Montrose (Michael K. Williams) è omosessuale; nel corso della stagione Montrose cerca di evolversi dall’iniziale burbero, aggressivo e banalissimo padre-padrone, ma l’impressione è che questa evoluzione venga resa vana di volta in volta: un passo avanti e due indietro. Lo stesso vale per la storyline dedicata a Ruby (Wunmi Mosaku), la quale si ritrova legata alla cattiva della serie, Christina Braithwhite (Abbey Lee), una donna bianca che – occasionalmente – usa la magia per vestire i panni di un uomo. La loro relazione, complessa e affascinante, poteva essere un ottimo modo per esplorare diverse dinamiche rischiose, ma finisce con essere nient’altro che un’attrazione cruenta.

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Lovecraft Country ha buonissime intenzioni. Sono tanti gli spunti creativi e socialmente rilevanti che possiamo trovare nella serie se pensiamo, per esempio, all’episodio 8 e all’incontro di Diana (Jada Harris) con l’attacco magico di un poliziotto razzista che la condanna ad essere inseguita da due ragazzine demoniache provenienti dalla copertina de La capanna dello zio Tom. La ragazzine, Topsy e Bopsy, sono inquietantissime e rappresentano lo spauracchio proprio dello stereotipo razziale. Il modo in cui Diana combatte per resistere alla maledizione che la sta trasformando in una di quei mostri simboleggia in modo chiaro la lotta contro gli strumenti di oppressione, la resistenza, la volontà di allontanarsi con decisione dallo stereotipo.

Incontriamoci a Daegu e la bellezza dei mostri coreani

Allo stesso modo, non può che brillare l’episodio dedicato alla Ji-Ah di Jamie Chung. Il sesto episodio, Incontriamoci a Daegu, ci racconta sì il passato di Atticus e il suo rapporto con l’infermiera coreana che sembra ossessionarlo, ma più di tutto ci offre una parentesi affascinante e radicata nella tradizione coreana tra mostri mitologici e l’occupazione statunitense.

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La vera ironia della serie, però, è come nel finale i protagonisti si guadagnino lo status di vero e proprio Magical negro, termine popolarizzato da Spike Lee per criticare la tendenza a inserire “negri magici”, dotati di poteri soprannaturali o straordinari, nelle storie hollywoodiane per far scaturire empatia nello spettatore; Lee cita esempi come Il miglio verde e La leggenda di Bagger Vance (del quale dice “I neri vengono linciati a destra e a manca, mentre [Bagger Vance] sembra più preoccupato di migliorare gli swing di Matt Damon mentre gioca a golf!“). La differenza è che questa volta sembra proprio che lo stereotipo venga abbracciato coscientemente. Il Magical Negro è magico per davvero.