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Parlare della condizione indiana attraverso la fantascienza e la distopia: Leila – originale Netflix disponibile dal 14 giugno – si propone come un curioso mix fra Hunger Games e V per Vendetta. Ma a leggere la trama, in verità, viene subito in mente The Handmaid’s Tale: nel 2047 lo stato totalitario Aryavarta ha stabilito i nuovi canoni della purezza della razza, proibendo la nascita di bambini di sangue misto. La protagonista Shalini paga le drammatiche conseguenze della sua ribellione: nell’incipit della prima puntata suo marito viene ucciso, sua figlia Leila viene rapita e lei viene spedita in un centro di riabilitazione per donne, dove potrà mondare i propri peccati.

Leila – ecco il trailer della serie indiana di Netflix

Come The Handmaid’s Tale gioca sapientemente sui controsensi della civiltà americana contemporanea post-Trump (il sessimo, l’intimidazione, l’impoverimento culturale e umano), così Leila punta il dito sui paradossi attualissimi di una nazione ancora rigidamente suddivisa in caste basate sulla religione, in cui esiste una categoria di reietti chiamata “intoccabili” che sopravvive ai margini. Un precetto millenario che crea un divario incolmabile fra i ricchi e i poveri, fra chi vive un’esistenza agiata priva di problemi e chi arranca negli slum, ovvero nelle baraccopoli già recentemente portate sullo schermo da The Millionaire (2008) e Lion – La strada verso casa (2016).

Leila: la mia discendenza è il mio destino

Leila Cinematographe.itIl personaggio principale Shalini è una hindi benestante: nei flashback in cui ricorda la sua vita precedente trovano quindi spazio sì i momenti di intimità e armonia con la propria famiglia, ma anche frammenti riguardanti atteggiamenti scorretti di cui col senno di poi amaramente si pente: come, ad esempio, la superiorità e l’autoritarismo con cui maltratta la collaboratrice domestica, che non può permettersi di contraddire la propria datrice di lavoro a causa della diversa estrazione sociale. Perché in Leila nessuno è pienamente innocente o esente da colpe, e la situazione estrema a cui si è giunti è stata favorita e perpetrata da chi, ai livelli più alti, è stato disposto a calpestare i diritti altrui pur di mantenere intatti i propri.

Nel corso dei suoi 6 episodi, Leila – che, ovviamente, non ha nulla a che fare con Bollywood e con la visione stereotipata che un po’ tutti abbiamo del cinema indiano – diventa progressivamente il viaggio di una donna alla ricerca della figlia, ma anche della propria identità perduta o forse mai indagata. Ed è questo il cuore pulsante anche del libro omonimo da cui la serie è tratta, scritto dal giornalista Prayaag Akbar nel 2017 e subito diventato un bestseller grazie alla sua capacità di affrontare con coraggio tematiche spinose e scomode, restando tuttavia all’interno dei canoni dell’intrattenimento e del romanzo in cui “ogni riferimento a eventi reali è puramente casuale”.

Leila: l’ambiguità degli elementi

Leila Cinematographe.itUn ruolo importante viene assegnato agli elementi naturali e alla loro doppiezza. È uno dei marchi di fabbrica della produttrice esecutiva della serie e regista Deepa Mehta, uno dei nomi di punta della cinematografia indiana: i suoi Fire (1996), Earth (1998) e Water – Il coraggio di amare (2005) prendono di petto alcune questioni irrisolte del suo Paese, spezzando i tabù relativi alle relazioni omosessuali, alla violenza causata dalla religione e alla piaga delle spose bambine. In Leila il fuoco riporta alla memoria episodi spiacevoli del passato ma è un demone che può essere vinto solo affrontandolo (la significativa sequenza della fuga attraverso la discarica in fiamme), mentre l’acqua è simbolo di purezza e assieme di sporcizia.

Lo stato totalitario di Aryavarta sembra sorgere a causa di una crisi idrica che ha sconvolto il mondo, esattamente a 100 anni dall’indipendenza dell’India. Si lotta per un bene prezioso, che attesta il potere o meno delle persone: Shalini si rende conto di aver vissuto un’esistenza privilegiata nel momento in cui viene costretta dalla congrega a lavarsi nella medesima pozza in cui tutte le altre si sono sciacquate prima di lei, in forte contrasto con la piscina limpida e asettica della sua villa (teatro del sequestro e dell’omicidio). Nella visione distorta di regime per confermare la purezza occorre mondare i vecchi peccati, rigettare la propria storia e raggiungere “la pace attraverso la segregazione”, come afferma grottescamente il guru e nume tutelare della setta.

Leila: il racconto dell’impura

Leila Cinematographe.itSe con l’indagine politica e metaforica Mehta si trova a suo pieno agio, mostrando di saper gestire in sicurezza riflessioni, introspezioni e rivelazioni non solo di Shalini ma anche degli altri caratteri che le ruotano attorno, con le sequenze più apertamente d’azione o che richiedono un utilizzo più disinvolto della macchina da presa l’intreccio risulta meno centrato e a fuoco. C’è molta, persino forse troppa carne al fuoco in Leila, e l’incalzante successione degli avvenimenti perde di ritmo e sostanza quando il dialogo viene meno, sostituito da una fuga, da uno scontro o da un inseguimento.

Ma è forse il nostro sguardo occidentale a necessitare di più tempo per potersi abituare ad un diverso tipo di narratività e di esposizione dei fatti, ad un respiro non omologato che se, da un lato, guarda a modelli pre-esistenti di stampo americano, dall’altro insegue una propria dignità e originalità. Al termine della prima stagione la tormentata e “impura” protagonista sembra non aver né esaurito la missione né aver ritrovato se stessa; un epilogo cupo e a suo modo inquietante, che forse apre alla possibilità di una second season ma che, al contempo, riflette in modo provocatorio sulle irrisolvibili problematiche di una nazione divisa in cui la diversità non è un valore aggiunto ma un mostro da ghettizzare.

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