Le Chalet: recensione della miniserie tv francese su Netflix

La recensione di Le Chalet, la miniserie TV francese in onda su Netflix. Un'intreccio non banale ma che non riesce ad avere il giusto mordente che servirebbe, un discreto prodotto d'intrattanimento

Arriva nel catalogo italiano di Netflix la miniserie horror francese Le Chalet, composta da sei puntate. La serie andata in onda in Francia sul canale France 2 si presenta con ottime aspettative visto il ricco e numeroso cast (parliamo di un collettivo di attori che supera le dieci unità) e l’ottimo riscontro di pubblico ottenuto in patria. Il prodotto si presenta come un elegante thriller-horror in stile Kingiano con un valido cast e una trama solida, il tutto condito con una spruzzatina gradevole e accattivate di tipico cinema francese.

Le Chalet: un paesino tra le Alpi in equilibrio tra passato, presente e futuro

La storia si svolge secondo tre filoni temporali legati da un filo nascosto l’uno con l’altro, riprendendo per certi versi un tipo di narrazione già vista nella serie tedesca Dark (anch’essa disponibile nel catalogo Netflix per l’Italia), ma soprassedendo sul tortuoso intreccio fantascientifico per lasciare spazio ad un thriller ben congeniato.

2017, Sébastien è interrogato in carcere da una psicologa criminale perché incolpato dei tragici fatti avvenuti appena sei mesi prima in un paesino isolato nel bel mezzo delle Alpi di nome Valmoline. Lo Chalet des Glaces è scelto come sede del matrimonio di uno dei due figli del proprietario Philippe, il quale adatta lo stabilimento per ospitare tutti gli amici di infanzia dello sposo e le loro famiglie per una vacanza prematrimoniale. Con l’arrivo degli ospiti l’atmosfera prende sempre di più la forma di una vera e propria rimpatriata nella quale tornano man mano a galla tutti gli episodi che costituiscono il vissuto comune dell’infanzia a Valmoline degli ospiti.

Su questa aria festante e serena si abbatte ferocemente la montagna. Una frana distrugge il ponte che collega il paesino a tutto il resto del mondo civilizzato, preannunciando una catena di eventi che trasformeranno la festa in un incubo.

Le conseguenze dei fatti accaduti 20 anni prima, nel 1997, in quello stesso posto, stanno per presentarsi e sono pronte a richiedere il conto. Un prezzo molto salato che fin troppo a lungo gli abitanti di Valmoline hanno sperato di non dover pagare.

Le Chalet: un efficace Stephen King in salsa francese

Allo sceneggiato fanno da apripista gli elementi classici del thriller horror: un luogo isolato, un ambiente claustrofobico, una scia di sangue proveniente dal passato comune degli ospiti e un killer invisibile che affiora in maniera puntuale dalla foresta che tutto circonda e che tutto nasconde.

Un cast collettivo in cui sono mischiati innocenti e colpevoli accomunati da un destino che avanza minaccioso, lento e inesorabile. Una trappola mortale scoppiettante in cui sono mischiati il passato e il presente di Valmoline, ma anche i vissuti collaterali di tutte le famiglie dei ragazzi che abitavano quei luoghi anni prima, loro malgrado coinvolte in una storia nata nel sangue e che nel sangue sta per finire.

La regia ordinata e luminosa permette ad uno sceneggiato ricco e ben pensato di portare lo spettatore il mezzo al verde di un innocuo villaggio delle Alpi, un piccolo mondo a parte, distaccato dal resto del mondo, con le sue regole e i suoi punti di riferimento. Valmoline si anima e parla allo spettatore per mezzo dei suoi abitanti storici, esso è un peso, un obbligo, una coscienza comune che lega tutti quanti e li tiene legati a sé. Il suo cuore pulsante è nello chalet, il vortice, il buco nero che riesce a collegare tutti i piani temporali e a mischiarli tra loro.

Gli attori riesco a costruire dei personaggi credibili, molto diversificati tra loro e che danno il loro meglio proprio quando sono catturati nelle relazioni e nei legami con l’altro, sempre complessi, profondi e assolutamente ben spiegati. Il ritmo con il quale vengono raccontati i fatti dei tre piani temporali permette di vivere con chiarezza e con attenzione costante il viaggio verso la risoluzione della storia.

L’intreccio è classico, non banale, ma neanche particolarmente originale e innovativo e con delle fasi magari un po’ sottotono, nelle quali si perde un poco la sensazione di star assistendo ad una vicenda costantemente sul filo del rasoio. Il risultato è un prodotto gradevole, anche se a tratti un po’ soft, e con le giuste caratteristiche per interessare lo spettatore. Un plauso particolare alla sigla, assolutamente elegante ed inquietante, simbolo perfetto dell’atmosfera che aleggia per tutta quanta la serie.

Regia - 2
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 2
Recitazione - 2
Sonoro - 2
Emozione - 2

2

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