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Per fortuna, La Unidad avrà una seconda stagione. Perché gli ultimi episodi della serie TV trasmessa su Rai 4 da sabato 17 aprile, e già disponibile su Rai Play, sono una promessa. Mantenendo fede al racconto dell’unità speciale spagnola contro il terrorismo, La Unidad mette in scena, con freddo coraggio, tragici attentati e complessi intrecci di malavita internazionale. A stupire è l’assenza di spettacolarità. La Unidad cerca di non esagerare, trova la chiave per raccontare drammi reali e possibili provando a richiamare nello spettatore immagini di cronaca recenti. Il risultato è una serie TV difficile da sostenere ma quanto mai urgente.

La Unidad rimane equilibrata

La unidad

Il terrorismo attacca l’Europa. I modi li conosciamo. Cellule interne, infiltrazioni, prigionieri radicalizzati. Anche i tragici metodi non sono nuovi, e La Unidad li mostra tutti. Il primo vede agire due terroristi in un centro commerciale. I membri della Unidad si muovono in fretta, ma l’imprevedibilità di azioni suicide regna sovrana. Eroe della scena è dunque un agente sotto copertura, musulmano infiltratosi nella cellula radicalizzata di Madrid. Un personaggio vessillo dell’antirazzismo de La Unidad. 

Il pericolo che la serie TV dipingesse la realtà musulmana in Europa solo dalla prospettiva del terrorismo era alta. Ma con un quarto episodio retto da elicotteri in inseguimento, prospettive interne ai terroristi e spari sulla folla, La Unidad trova un suo eroe sfaccettato. Attorno a lui anche altri personaggi musulmani raccontati con equilibrato rispetto. Tenera la madre del terrorista che lo invita a “non fare niente di cui potrebbe pentirsi”, piangendo per dei figli che non ha “educato in questo modo”. Ogni azione diventa libera scelta del singolo e non peculiarità di un gruppo etnico. Le piccole accortezze salvano La Unidad dalla polemica. Le stesse che cambiano il genere della serie TV mantenendo alta l’attenzione dello spettatore.

Cambi di genere e intrecci personali

La Unidad

Gli aspetti spionistici danno sostegno all’azione sul campo, mentre la vita personale dei membri della Unidad occupa gli anfratti degli eventi. Non tutto il gruppo è approfondito, per ora. Ma sei episodi sono pochi, e La Unidad non li spreca sul dramma personale. Riesce invece a sovrapporre questo alla quotidiana lotta al terrorismo, introducendo crisi personali, come il cancro della commissaria Carla Torres, a sostegno alla tensione.

Alcune situazioni sono più prevedibili. L’agente innamoratosi di una fonte, moglie di un narcotrafficante che starebbe aiutando un terrorista a portare delle armi chimiche in Europa, sembra cedere il passo a una visione televisiva della lotta al terrorismo. Ma il fatto sostiene anche un’umanizzazione dei membri della Unidad, che ogni giorno combattono pericoli internazionali affrontando difficili decisioni. La chiamata dell’agente Marcos alla figlia dopo un attentato è perciò un quadro umano enfatizzato ma credibile. Perché dopo una giornata alla Unidad si torna a casa, e non pensare al lavoro sembra impossibile.

La Unidad: coraggiosa come previsto e anche di più

La Unidad

Senza precedenti il finale del quinto episodio. Un camion sulla folla lascia senza parole. I ricordi dello spettatore corrono a Nizza, a titoli di giornali che richiamano la tragedia messa in scena. La Unidad non cede al montaggio, non gioca con lo spettatore. Camera fissa sul cofano, a guardare il terrorista. I colpi sul parabrezza sono un controcampo che raggela il sangue.

Più costruito è invece il finale di stagione. Tessute le trame di un complotto terrorista, che dalla Nigeria unisce Marocco e Spagna in un complesso concatenarsi di interessi e intenti, si giunge allo scontro. Come a cercare di chiudere i fatti in un anello, La Unidad torna all’azione del primo episodio. Un’operazione intrecciata, con parte del gruppo a coordinare i movimenti sul campo, trasporta la tensione in un porto spagnolo bagnato dalla pioggia. L’attentato che la Unidad deve sventare avrebbe conseguenze senza precedenti. Il pericolo è la diffusione nell’aria del Sarin, un gas nervino la cui diffusione in città porterebbe alla morte centinaia di persone.

Ma il pericolo ha anche volti politici. Accennando quanto si spera possa affiancare la lotta al terrorismo nella seconda stagione, La Unidad mostra gli interessi di gruppi eterogenei. Il narcotrafficante, il terrorista, ma anche il politico e l’alto funzionario. Scambi di favori e richieste di silenzio accompagnano il lavoro della Unidad, che diventa luogo privilegiato per osservare i lati nascosti di una società. Anche il comportamento delle forze dell’ordine, che pure sono protagoniste, viene messo al vaglio di allusioni e possibili approfondimenti. La violenza sui detenuti come possibilità di azione non viene messa in scena ma accennata, lasciata lì come richiamo nell’ambiguità di una scena finale. Allo spettatore il compito di unire i giusti puntini, con qualche riferimento alle azioni statunitensi ad aiutare i ricordi. Nonostante questo, dal momento che la serie è una dedica all’unità speciale, difficilmente vedremo mai un membro della Unidad agire contro morale. Pena l’esclusione dal gruppo. La seconda stagione potrà comunque rivelare nuovi aspetti della lotta al terrorismo, nella speranza che l’equilibrio e l’adesione ai fatti restino al centro del racconto.