voto del pubblico 2.8/5
voto finale 1.9/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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La riuscita di un buon vino richiede pazienza. Prima di godere appieno dei suoi sentori aromatici e lasciarsi trasportare dall’ebrezza infatti, una bottiglia di vino pregiato ha bisogno di una lavorazione prolungata, certosina nella preparazione e dilatata nel tempo. Anche l’antefatto di un innamoramento ha bisogno forse della stessa attesa per concretizzarsi, predisponendo fatalmente gli avvenimenti, gli incontri e le circostanze volte a determinarne l’incontro sentimentale. La Templanza, il nuovo dramma storico e romantico disponibile dal 26 marzo su Amazon Prime Video, accosta metaforicamente l’attesa enologica della necessaria maturazione vinicola al preambolo storico e temporale di una storia d’amore in età matura già annunciata che, nel suo lento rivelarsi, spera di trovare quella curiosità avvincente sospinta al coinvolgimento spettatoriale.

La Templanza: un’attesa lunga vent’anni e due continenti

Tratta dal romanzo del 2015 della scrittrice spagnola María Dueñas, già autrice alcuni anni prima de Il tempo del coraggio e dell’amore, miniserie tv ispirata al suo romanzo d’esordio, nelle vene de La Templanza, a dispetto della sua portata ambiziosa da serialità, scorre sangue da feuilleton di fine ottocento misto a quei melò d’epoca contemporanei che, a inizi 2000, hanno decretato l’enorme successo di titoli della tv generalista (da Elisa di Rivombrosa alla soap Il Segreto) grazie ad loro vincente sviluppo narrativo orizzontale e non più autoconclusivo. Al centro dei dieci episodi vi è l’epopea romantica e avventuriera dei vent’anni che precedono l’incontro fra Mauro Larrea (Rafael Novoa), emigrato in giovane età in Messico dalla sua Salamanca e Soledad Montalvo (Leonor Watling, prima musa di Almodóvar in Parla con lei e La mala educación), anch’essa espatriata a Londra dopo il matrimonio d’affari con il prestigioso commerciante inglese Edward Claydon (Nathaniel Parker) per volere del nonno Don Matías, a sua volta capo della dinastia Montero (la generazione di cugini-eredi dell’industria vinicola andalusa che dà il nome alla serie).

Mostrati in un costante parallelismo che li accosta e li incrocia in vicissitudini, difficoltà economiche e superamento di avversità, la serie diretta da Alberto Ruiz Rojo, Patricia Font e Guillem Morales, si muove in uno spazio intercontinentale, tracciando una mappatura che parte dalle assolate vigne della Spagna del Sud ai salotti più esclusivi di Londra; dalle miniere messicane fino ai folcloristici vicoli di Cuba. Un’ambizione storica e ricostruttiva trascinata da tematiche quali l’emigrazione, la tratta degli schiavi e il commercio oltreoceano passando per le grandi saghe famigliari messe a repentaglio da onerose perdite di denaro, indebitamenti, avversità parentali e amori ostacolati.

La Templanza: mancanza di dinamicità e trasporto romantico

la templanza cinematographe.it

Interessato troppo a concatenare gesta, incontri, viaggi, strette di mano e affari della cosiddetta “Sherry Royalty” composta da businessman sudamericani e gentleman della Londra del 1860, La Templanza dimentica di avvicinare i suoi personaggi agli spettatori, appiattendo l’enorme portata storica e sociale nel contesto europeo e del “Nuovo Mondo” in attesa del ‘900, in un ritmo sfiancante e diametralmente opposto a quella dinamicità con la quale si è soliti accostare il tema dei grandi spostamenti commerciali. Inamidato nella staticità dei suoi corsetti e negli eleganti gilè che plastificano corpo e volto del suo protagonista principale, la serie porta avanti la narrazione senza alcuna dinamicità, assopendo il potenziale di un trasporto sentimentale qui relegato a rarissimi momenti calcolabili sulle dita di una mano.

Quel che manca nella (pre)storia  ̶  non solo tra Mauro e Soledad ma in quella della serie tutta – è il romanticismo nel senso più letterario del termine. Nell’enorme produzione spagnola infatti (sono stati coinvolti oltre 130 attori) si avverte troppo raramente quel languore insito nelle pagine dei romanzi ambientati sul finire del XIX secolo; quella dietrologia intimistica e interiore cioè funzionale a sfruttarne la portata sentimentale (non solamente amorosa) per generare interesse, e conciliabile a tutta una gamma di moti, impeti e impulsi umani. Appare dunque flebile l’aderenza comunicativa ai movimenti interni dietro le vicende affaristiche e notarili dei suoi stessi personaggi, figurarsi quelle melodrammatiche che generano, di solito, la maggior avidità spettatoriale.

La Templanza: cartoline statiche e temperate di fine secolola templanza cinematographe.it

Così facendo, dunque, La Templanza si cela dietro al senso di comfort e di rassicurazione da cartolina tipico dei melò in costume, qui però talmente potenziato da comprometterne l’intera partecipazione empatica al di qua dello schermo, anche quando quell’amore così tanto atteso tra i due finalmente sboccia. Si finisce, ironicamente, ad appassionarsi di più a personaggi secondari, che quantomeno portano sottotrame decisamente più vitali, come il figlio del signor Claydon Alan, interpretato da Henry Pettigrew, qui villain voglioso di denaro e senza scrupoli anche difronte alla malattia del padre; e proprio sul finale la sorella di Soledad Ines, monaca infelice e (forse) ancora innamorata di colui che vent’anni prima doveva sposarla. Così come nei matrimoni di convenienza, che la serie sfrutta sin dall’inizio, sembra che nel La Templanza (letteralmente la mitezza, la temperanza) non ci sia proprio spazio per i palpiti, le passioni, i sentimenti autentici. Peccato imperdonabile per una serie tiepida e poco memorabile, già con lo sguardo rivolto verso possibili nuovi frutti (si spera più succosi), da raccogliere nel vigneto di una probabilissima seconda stagione.