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Da venerdì 15 marzo su Netflix è possibile guardare gli otto episodi del documentario La scomparsa di Maddie MacCann, diretto da Chris Smith.
Si tratta di una ricostruzione, che si avvale del contributo di circa quaranta testimoni, del caso della bambina britannica di quasi quattro anni scomparsa nel maggio del 2007 in Algarve durante una vacanza con la famiglia. La piccola, figlia di una coppia di medici e sorella maggiore di due gemellini, stava dormendo nell’appartamento affittato dai genitori per la vacanza all’interno dell’Ocean Club Resort di Praia de Luz quando scomparve senza lasciare apparentemente traccia. Il caso è noto a tutti quanti, dodici anni fa, erano già abbastanza grandi per poter leggere i giornali e seguire gli approfondimenti televisivi ed è, senza dubbio, una delle vicende di sparizione di minori più conosciuta a livello internazionale anche per l’enorme copertura mediatica che a suo tempo ricevette.

La scomparsa di Maddie MacCann, una docu-serie che fa discutere

L’operazione che Netflix promuove attraverso questa docu-serie è, in tutta evidenza, molto delicata. I genitori di Madeleine McCann si sono preventivamente dissociati dal progetto, dichiarando, tramite il loro sito, di non ritenerlo edificante né tantomeno utile al proseguimento delle indagini che, una volta esauriti gli ultimi finanziamenti, probabilmente verranno archiviate. Le piste investigative passate a setaccio sono state e sono tuttora molteplici, ma nessuna di queste ha, ad oggi, portato ad alcuna soluzione concreta di un caso tanto emblematico quanto inquietante.

La scomparsa di MaddieMacCann è un prodotto in questo senso ibrido e sembra collocarsi in una posizione mediana, sospesa tra giornalismo e intrattenimento. È da sempre il rischio di un certo filone documentaristico ‘paratelevisivo’ che rimesta casi di cronaca irrisolti: apparentemente si procede secondo i metodi e i criteri deontologici del giornalismo investigativo, ma in verità si cerca di ottenere, attraverso mezzi manipolatori, l’attenzione di due generi di pubblico, quello che si sente stimolato dall’evento misterioso a improvvisarsi Sherlock Holmes e quello che sì partecipa emotivamente a un fatto tragico, ma non è del tutto immune da una certa inclinazione morbosa o dalla compulsione a frugare le disgrazie altrui per esorcizzare vuoti e paure propri.

Un’operazione confusa e priva di sostanza giornalistica che nulla aggiunge a quel che già si sa

Se non si può, infatti, tacciare La scomparsa di Maddie MacCann della volontà di alimentare teorie cospiratorie o di instillare negli animi più suggestionabili il germe del dubbio e della paranoia, non si può assolvere del tutto il prodotto dal sospetto di una certa sorniona intenzione di spacciarsi per servizio giornalistico quando in realtà non fa che assommare, in modo acriticamente compilatorio, un insieme di fatti senza seguire nessuna direzione, né proporre alcuna nuova angolatura.

Nelle quasi otto ore di documentario si passano in rassegna gli eventi fondamentali della vicenda in questione e si prendono in esame, con l’ausilio di criminologi, giornalisti, investigatori pubblici e privati, amici o conoscenti delle persone coinvolte, tutte le possibilità, tra cui le tre più significative riguardano la responsabilità dei genitori (che avrebbero accidentalmente ucciso la bambina e poi eliminato fisicamente il cadavere), l’irruzione di un pedofilo seriale, l’intervento di un gruppo organizzato che si occupa della tratta di esseri umani e transita in Portogallo per poi spostarsi in Spagna o nell’Europa settentrionale.

La scomparsa di Maddie MacCann: quasi otto ore di documentario, ma manca il punto di vista

Guardare tutti gli episodi di questa docu-serie non aggiunge molto a quel che si sa già sul caso e il modo in cui è costruita, tecnicamente assai furbescamente  è un esercizio di virtuosismo ricattatorio che cerca di agganciare senza offrire contenuti, limitandosi ad esasperare la distorsione ansiogena del sonoro o la ‘sabbiatura’ della fotografia. Il risultato è quindi quello di non parlare a nessuno, né a chi vorrebbe ripercorrere un doloroso fatto di cronaca come se si trattasse di un thriller che mescola i più terrifici ingredienti (genitorialità ‘disfunzionale’, pedofilia, perversioni e deviazioni psichiche di varia natura, criminalità) né a chi preferirebbe trovarsi di fronte a un approfondimento di stampo giornalistico.

Di spunti ce ne sarebbero stati: esplorare, ad esempio, cosa determina la mediatizzazione di un caso di cronaca e non di un altro oppure investigare le modalità in cui avviene il turismo sessuale minorile, aspetti che vengono, però, soltanto sfiorati. La scomparsa di Maddie MacCann sceglie, così, di assecondare uno stile enciclopedico, di compendiare anziché selezionare. In nessun momento sembra avanzare una lettura propria, né indagare o raccontare qualcosa di precisamente focalizzato: l’operazione è un pastiche di elementi diversi, assemblati con la speranza di confondere le acque, più per timore di fare un passo falso che per autentico rispetto nei confronti di una vicenda terribile che dovrebbe farci riflettere non tanto sull’imprevedibilità del male, quanto sulla sua inconoscibilità.

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