Il giovane Berlusconi: recensione della docuserie Netflix 

Il giovane Berlusconi è una docuserie realizzata prima della morte del Cavaliere, ma agiografica nei toni come se guardasse già a un caro estinto. Eppure, suggerisce una domanda molto interessante: si può dire davvero morto il berlusconismo?

Il giovane Berlusconi, in pieno stile Netflix, chiama a raccolta, su sfondo moderatamente estetizzante, autorevoli testimoni di una stagione della nostra Storia recente: l’ascesa prima imprenditoriale e poi politica del Cavaliere da poco scomparso. Carlo Freccero, Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Achille Occhetto, Giovanni Minoli, Iva Zanicchi, Marcello Dell’Utri, Stefania Craxi, Pino Corrias si alternano a commentare, ad eccezione di Corrias perlopiù affettuosamente, filmati d’archivio, materiale documentario che, insieme alle parole di chi c’era, ricostruisce l’epos berlusconiano nel periodo compreso tra gli anni Settanta e la vittoria della neonata Forza Italia sulla coalizione di centro sinistra guidata da Rutelli, alle elezioni del 1994. 

Il giovane Berlusconi: da imprenditore rampante a premier, le intuizioni del Cavaliere, genio precorritore dell’influencing

il giovane berlusconi recensione cinematographe.it

Simone Manetti incide un taglio preciso sul soggetto potenzialmente sterminato di quel mostro ancipite che è la biografia leggendaria – vita e mito, le due teste che si avvinghiano e si confondono – dell’eroe di Milano che, fosse nato in provincia, avrebbe conquistato in ogni caso la città meneghina, il luogo in cui tutto accadeva – “Ci sono i giornali che fanno opinione, le industrie; Roma è ormai solo il centro della politica” diceva il Cavaliere – e in cui lui ha inventato Milano 2, zona residenziale innovativa, le televisioni private, la concessionaria pubblicitaria Publitalia, prima di partire alla colonizzazione (meno fortunata) del resto d’Europa. 

Il taglio che Manetti incide esclude le memorie familiari e la dimensione privata per concentrarsi esclusivamente sulle qualità dell’imprenditore, qualità poi reimpiegate forse strumentalmente in ambito politico dove, però, come viene fatto notare da uno degli ospiti intervenuti, l’impreparazione e la mancanza di coscienza storica di Berlusconi si è presto conclamata. Sebbene il filo conduttore che attraversa i contributi sarebbe potuto essere maggiormente valorizzato e avrebbe potuto marcare con più vigore la traccia concettuale che sostiene la riflessione, emerge in modo comunque abbastanza chiaro che della figura del Cavaliere s’intende ricavare un exemplum di straordinaria capacità d’anticipazione derivante soprattutto dalla sintonia coi tempi: nessuno più di Berlusconi ha còlto lo spirito della sua epoca. Non ha dunque plasmato un’éra, ma intercettato qualcosa che era già in fieri, trasformandolo a proprio vantaggio e deviandolo verso un approdo desiderato. Berlusconi è stato un timoniere che ha saputo sfruttare i venti favorevoli come quelli sfavorevoli, persuaso di aver capito tutto delle rotte da prendere. 

Il giovane Berlusconi: valutazione e conclusione

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Benché fin troppo implicitamente, la docu-serie Netflix può essere vista per dedurne le chiavi di risoluzione di un interrogativo decisamente attuale su quanto, dopo la morte biologica di Berlusconi e il suo declino politico, resta del berlusconismo oggi. Sembrerebbe nulla, e invece Il giovane Berlusconi ci fa venire il dubbio che l’imprenditore charmant, “l’uomo che ci sapeva fare”, abbia non solo intuìto che qualsiasi aspetto della vita, materiale e immateriale, poteva produrre business e che il cinema e la televisione non dovevano essere più trattate (e tutelate) come discipline artistiche sacre – efficace la tirata d’orecchie di Federico Fellini rievocata nel secondo episodio – bensì come cornici pubblicitarie (“tutto ciò che accade intorno alla pubblicità”), ma ugualmente ha afferrato che tale modello sarebbe sopravvissuto alle trasformazioni sociali e mediali. Del resto, se pensiamo a quella particolare declinazione della società dello spettacolo che è il mondo degli influencer, non sembrano esserci differenze sostanziali rispetto al ribaltamento di paradigma operato da Berlusconi a suo tempo: i contenuti social s’incardinano sulla necessità di vendere, spesso occultamente, un prodotto; attorno al prodotto, si articola il racconto di una tranche de vie, autentica o fittizia che sia. Una “fetta di vita” simulata ed esibita dall’influencer di turno per imbellettare e ‘incorniciare’ il cuore dell’atto pseudocomunicativo, un cuore che però è dislocato, risiede altrove; è un cuore invero commerciale: si vuole pubblicizzare un prodotto e, per farlo, il pretesto è il racconto di una storia, un frammento di (auto)rappresentazione. L’impressione di chi alla fine, senza quasi accorgersene, comprerà è che l’urgenza del racconto – un racconto empatico che favorisca l’immedesimazione – sia prioritaria, e invece, subdolamente, ciò che importa è soltanto la pratica promozionale. Berlusconi ha compreso, prima di tutti, che per vendere qualcosa – un bene di consumo, un’idea, un progetto politico – occorre agganciare lo spettatore-compratore a una narrazione seriale dal finale aperto, potenzialmente infinita. 

Il nucleo fondativo del pensiero imprenditoriale e del sistema valoriale berlusconiani è dunque sopravvissuto all’eclissi della sua rilevanza politica e alla sua stessa scomparsa fisica; è l’eredità che il Cavaliere ha consegnato all’Italia e, in misure diverse, al mondo. Le conseguenze della conversione del cittadino in consumatore di cui Berlusconi è stato responsabile dovranno essere indagate a fondo nei prossimi anni, ma si stagliano già ben nitide di fronte a chi voglia vederle. Al documentario in tre episodi di Simone Manetti manca allora, oltre al mordente che avrebbe avuto un ritratto meno appiattito sull’agiografia, anche e soprattutto una valutazione ragionata sul rapporto d’identità (o disidentità) tra il Berlusconi capitano d’industria e il Berlusconi leader carismatico degli Italiani, padre della patria neoconsumistica e avida di intrattenimento ad libitum. Il lavoro documentaristico avrebbe infatti giovato dell’integrazione di una componente critico-ragionativa, dell’elaborazione di un giudizio argomentato a posteriori, in ottica diacronica, sulla qualità degli azzardi berlusconiani nei diversi campi in cui il suo ‘genio’ industrioso si è cimentato, magari secondo tre diverse assi valutative sia parallele sia convergenti: economica, politica e morale.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3
Sonoro - 3
Emozione - 2

2.7