Il cane che dorme: recensione della mini-serie Netflix

Un ex commissario di polizia, reso smemorato dagli orrori di cui è stato testimone, ha abbondato moglie, figlia e professione per vivere in strada. Ma un apparente suicidio in cella lo richiama al dovere investigativo.

Non svegliare il cane che dorme” è un proverbio che suggerisce di astenersi dallo scuotimento di una situazione tranquilla: se la bestia dorme, la si lasci dormire perché, ad agitarla, non si sa mai cosa potrà accadere. La serie Netflix disponibile alla visione dal 22 giugno 2023, già remake di un’opera israeliana distribuita nel 2016, riprende parzialmente il titolo del famoso adagio perché mostra fino a che punto la riapertura di un caso archiviato – l’omicidio di un giudice berlinese – a seguito del suicidio del ragazzo – un immigrato omossessuale – condannato per averlo compiuto (ma le prove pare siano state apparecchiate) può portare all’emersione della zona grigia poliziesca e giudiziaria, di quell’insieme di microcorruzioni, mancanze, complicità criminali o sentimenti intimamente ostili alla legalità di cui spesso le istituzioni deputate all’amministrazione della giustizia si rivelano responsabili. Una volta scoperchiata la verità, non resta altro che rimpiangere la precaria tranquillità del cane dormiente perché nulla potrà mai essere come prima e ciascuno dovrà fare i conti con la propria coscienza.

Il cane che dorme: remake di un precedente lavoro israeliano, noir poco incisivo per atmosfere, caratterizzazioni, discorso su Bene e Male

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‘Il cane che dorme’, miniserie in sei episodi disponibile su Netflix dal 22 giugno 2023.

È principio sacro del noir che tra sbirri e gangster non debba esserci – perché non c’è nella vita, ma i codici di genere senz’altro esasperano – una separazione netta: la moralità non è una linea diritta che si possa tracciare come demarcazione definitiva, e così i buoni spesso sono tali solo perché nascondono meglio le loro ombre. In questo senso, Il cane che dorme è, sulla carta, un noir da manuale di ambientazione metropolitana (la Berlino un po’ algida un po’ sordida di tante altre rappresentazioni analoghe): non un semplice poliziesco, affatto giallo elementare, bensì ipotesi sul male come possibilità che si dà anche a chi formalmente sta dalla parte opposta, quella della verità e del Bene. I personaggi torturati e ambigui, nella serie, abbondano: l’ex detective ora homeless preda di amnesia post traumatica, un Max Riemelt che ci ricorda anche nell’aspetto il Matthias Schoenaerts soldato ‘scosso’ di ritorno dall’Afghanistan in Disorder della francese Alice Winocour; la giovane procuratrice dalla faccia d’angelo che soffre l’ingombro del mito materno, ma, nel privato, è insospettabilmente spregiudicata; la procuratrice-capo all’apparenza impeccabile, e tuttavia opaca nelle intenzioni; la moglie dell’ex detective decisa a tutti i costi ad elaborare il lutto della perdita anche con l’aiuto di qualche facilitatore psicotropo e di una stampella erotico-emotiva trovata in un ex collega del marito; la figlia adolescente della coppia distrutta, desiderosa di riconoscimento genitoriale e in guerra con il suo corpo ‘non conforme’ sono solo alcuni tra quelli che potremmo citare, in un prodotto seriale imperniato sulla coralità.

Tante complessità individuali affollano, dunque, la drammaturgia della serie e a queste corrispondono numerose sottotrame che, soltanto infine, convergono in un disegno unitario: quel che la scrittura non riesce a scongiurare è, tuttavia, una rigidità di fondo nell’espressione dei caratteri, i quali risultano più tipizzati che naturalistici. Nessun personaggio, per come è scritto e per come viene interpretato, riesce a comunicare mobilità e, quel che è peggio, autenticità di affetti e sentimenti: i dialoghi appaiono perlopiù ingessati e talvolta persino insignificanti, motori di avanzamento della trama più che strumenti di costruzione o di rivelazione di un’identità, di un affioramento interno, di un’emozione, di una screziatura sentimentale, di una qualche verità affettiva.

Il cane che dorme: conclusione e valutazione

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Il cane che dorme‘ è un remake della serie israeliana distribuita nel 2016 con il titolo internazionale di ‘The Exchange Principle‘.

Se Il cane che dorme è un noir per adesione formale ai precetti di genere, non lo è né per atmosfera, in quanto mai disturbante nonostante i tentativi di creare ad effetto un turbamento posticcio, né per estetica – la fotografia, rétro, veterotelevisiva, è priva di ambizioni –, né per costruzione drammaturgica: le irregolarità dei personaggi sono applicate a mo’ di etichette, quali identificativi, ma appunto non integrate ai personaggi stessi né attraverso la scrittura dei dialoghi o delle partizioni extraverbali né attraverso la recitazione. Ad Atlas, il protagonista, associamo la sua condizione di clochard, l’alienazione rispetto alla società e al suo contesto familiare come conseguenza di un trauma, ma questi dati restano come esterni al personaggio, non si traducono in una sostanza affettiva comunicata attraverso le sue parole, le sue espressioni mimiche o corporee, i suoi silenzi. Il senso di separatezza dalla realtà, di apatia, di stordimento, di stupefazione passiva restano lost in translation: nessun processo di traduzione dal materiale scritto della storia rappresentata in materiale incarnato, agìto come se fosse reale, pur nell’irrealtà di un discorso di finzione, viene mai avviato.

Anche il ritmo del racconto scenico langue, è inutilmente dilatato, ed è inutilmente dilatato proprio perché tale dilatazione non è funzionale ad aggiungere tempo supplementare all’evocazione di un’atmosfera o alla conoscenza di un personaggio, ma unicamente alla dissipazione e alla diluizione della vicenda meccanicamente narrativa. Il cane che dorme si lascia guardare, ma spesso a fatica, senza riuscire a coinvolgere un’attenzione che non sia fluttuante, distratta: peccato, però, che per seguire i fili dell’intreccio che si diramano e si ricongiungono serva molta concentrazione. Ma lo svolgimento del plot, i punti di tensione, il ricorso all’espediente sospensorio non sono sufficienti a motivare lo spettatore, se ciò avviene in assenza di uno sviluppo di una trama relazionale che riunisca le individualità espresse dai personaggi in un discorso d’insieme, in una rete di rapporti trasformativi.

Il cane che dorme è, in sintesi, un poliziesco che scimmiotta il paradigma nobile del noir affidandosi a tentativi dannosi di riparazione del danno traumatico da parte di personaggi complessi solo per progetto di scrittura, mai, però, veramente mobilitati della o nella scrittura stessa, e per questo finisce per arrancare sia ritmicamente sia emotivamente, proprio perché, appunto, non chiama in causa, al di là del mero procedere della trama per riemersioni progressive del passato, alcuna verità sommersa; non si sporca le mani in nessun abisso o in nessuna melmosa profondità umana. Dogs of Berlin, sempre nel catalogo Netflix, giusto per citare un prodotto analogo, ad esempio, sembra riuscire molto meglio a tenere insieme sviluppo del plot, della riflessione sui rapporti tra crimine e giustizia – e, filosoficamente, tra Male e Bene – e delle caratterizzazioni dei personaggi. Il cane che dorme potrebbe essere, allora, un’occasione per recuperarlo. Sarebbe un merito, a compensazione dei suoi demeriti estetici e drammaturgici.

Regia - 2
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 2
Recitazione - 2
Sonoro - 2
Emozione - 2

2

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