Hollywood: recensione della serie Netflix di Ryan Murphy e Ian Brennan

La recensione di Hollywood, la nuova miniserie originale Netflix ideata da Ryan Murphy e Ian Brennan con Jim Parsons.

I want to go to Dreamland.” Negli anni ’50 quanti giovani di belle speranze, magari anche di bella presenza, provenienti da ogni angolo del continente americano, hanno espresso questo desiderio, sognando il successo ad Hollywood (land)? Magari confessandoselo sottovoce, da soli in una sala cinematografica, mentre ammiravano sul grande schermo i loro divi preferiti.

Ryan Murphy, insieme a Ian Brennan, creando la loro miniserie danno una doppia eccezione a questa frase piena di speranze, su una diciamo che glissiamo, ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma ragionando sull’altra viene subito da pensare a “be careful what you wish for“.

La miniserie in questione, Hollywood per l’appunto, è il nuovo divertentissimo originale Netflix partorito dalla mente del creatore di GleeNip/Tuck, American Horror Story e American Crime Story e socio in cui si immagina una nuova versione della Golden Age di Tinseltown, raccontandone le vicende con un vero e proprio miniesercito di attori tra cui figurano molti nomi nuovi come quelli David Corenswet, Darren Criss, Jake Picking, Jeremy Pope e in parte Samara Weaving, ma anche volti già noti tra cui Jim Parsons, Laura Harrier, Patti LuPone, Dylan McDermott, Holland Taylor e Joe Mantello. Non avevamo usato la metafora a caso.

Tutte e 7 le puntate le trovate dal primo maggio 2020 sul catalogo italiano di Netflix.

La trama di Hollywood

Hollywood, cinematographe.it

Siamo all’alba del Secondo Dopoguerra e Hollywoodland è divenuta meta comune di numerosi giovani pieni di sogni. Ma il mondo del cinema è severo, inclusivo, fortemente ipocrita e molto spesso crudele, noncurante delle reali qualità dei nuovi arrivati e pronto a scartare chiunque per il colore della pelle o per le preferenze sessuali.

D’altronde si è spesso si è sentito dire che il famoso red carpet copra le ossa di tutti quelli che non ce l’hanno fatta.

La storia segue un gruppo di aspiranti attori e registi che a qualunque costo cercano di farsi strada per riuscire a fare parte di questo mondo, destreggiandosi nella giungla di produttori potenti e ottusi, agenti tirannici e senza scrupoli e salotti pieni di perbenismo ed ipocrisia. Per arrivare al successo i protagonisti si troveranno a dover compiere una scelta decisiva: cambiare a favore del sistema o rimanere se stessi e provare loro a cambiarlo? La speranza si chiama Peg, la nuova pellicola in produzione presso la Ace, uno dei colossi del cinema americano. Ecco, se non riuscissero a cambiare il sistema, magari potrebbero provare a cambiare il titolo.

L’altra Hollywood nella serie TV Netflix

Hollywood, cinematographe.it

Se si volesse riassumere in maniera semplice, ma efficace di cosa parla la creatura di Murphy e Brennan basta pensare alla storia della pellicola fittizia intorno a cui girano tutti gli eventi della serie, ovvero la vita di Peg Entwistle, la sfortunata attrice di Thirteen Women, morta gettandosi dalla lettera H dell’insegna di Hollywoodland perché rigettata dall’industria cinematografica.

Hollywood infatti punta l’occhio su tutti gli emarginati, scartati dal sistema per motivi di preferenze sessuali, colore di pelle e anche di genere, lo stesso che vive in camera caritatis di qualsiasi tipo di eccesso, ma che poi alla luce del sole si preoccupa di apparire scevro, puro e bigotto. Il destino di questi sfortunati ragazzi è nel migliore dei casi quello di prestarsi a merce di scambio o a oggetti di piacere di qualche viscido, ma potente produttore oppure rinunciare al sogno e vivere di quello che si riesce a raccogliere durante la scalata. Allo stesso modo chi è dall’altra parte e quindi il successo lo ha già raggiunto è costretto ad annullarsi, a fare buon viso a cattivo gioco, per non essere rigettato dalla realtà in cui è faticosamente riuscito ad entrare. Accettando però di rinunciare a se stesso e di abbracciare una vita solitaria.

Un mondo che quindi non premia nessuno o che premia troppi pochi.

E se fosse possibile cambiarlo? Se fosse possibile operare una rivoluzione che porti le vecchie regole a sgretolarsi per lasciare spazio alla meritocrazia e all’arte, senza tenere conto delle differenze di qualsiasi sorta? Sarebbe un sogno. Ma Hollywood non è forse la terra dei sogni?

Hollywood: seconde possibilità

Jim Parrsons, cinematographe.it

Murphy e Brennan chiudono gli occhi e immaginano una Hollywood diversa, che ad un punto focale per la sua storia sceglie di prendere un’altra strada. Nel farlo decidono di donare una seconda vita anche a personaggi realmente esistiti come Rock Hudson, Anne May Wong o Hattie McDaniel, riscrivendo la loro storia ed immaginando come sarebbe potuta andare per loro se l’industria di Tinseltown fosse stata più giusta e aperta.

Hollywood: ma com’è questa Hollywoodland delle seconde possibilità?

Pur tenendo fede al linguaggio dei suoi ultimi lavori, Murphy fa un passo indietro e recupera dei meccanismi provenienti dalle sue prime creature per ottenere un mix in grado di variare dai toni da commedia leggera per raccontare le vicende della storia a quelli più seriosi per trattare i drammi umani dei suoi protagonisti. Il risultato è buono perché la serie riesce ad appassionare, diverte in diversi momenti, complice anche una buona chimica tra gli attori e la prova attoriale di Jim Parsons, il vero mattatore, e si presta molto all’ambitissimo bingewatching, pur contenendo diversi difetti, alcuni derivanti da delle scelte precise di scrittura e altri dalla retorica insita nella mentalità americana e ancora di più nella sua industria cinematografica.

Patti LuPone, cinematographe.it

Se nella parte luminosa della serie nel complesso funziona grazie al matrimonio tra la visione irriverente ed edulcorata di Hollywood e il tono comico di dialoghi e personaggi, tutta la parte oscura, cioè quella che parla di sentimenti, riflessioni, dubbi e paure interiori risulta quasi subito un po’ indigesta perché ricca di cliché, talvolta esagerata e quasi mai realmente ficcante nel linguaggio con cui si decide di trattarla.

Un aspetto, quello dei cliché, che con il passare delle puntate avanza di pari passo con le tendenze al prendersi troppo sul serio e al passare dal giocare con una idea di retorica giustizia sociale perpetrata tramite un idilliaco star sistem, ma rimanendo in equilibrio sul filo della caricatura, ad abbandonarcisi completamente, facendo suo tutto lo spirito americano che ha ispirato in questi ultimi anni le cariche mediatiche di movimenti come il Metoo e compagnia cantante.

Per riuscire a smuovere, a far riflettere, trattando tematiche del genere bisogna avere un talento particolare nella ricerca di un linguaggio originale, in grado di toccare le giuste corde. Ma il livello di scrittura rimane quello che caratterizza la parte comica di Hollywood e se lì si può accettare di assistere a dei meccanismi di potere di una casa di produzione che ricordano la rivoluzioncina di un college americano, giocati sulla donna al potere che libera tutti dalle ingiustizie, la cosa fa più fatica se si chiede allo spettatore un coinvolgimento più serio. Magari poi Murphy può dire che questa serie non vuole far riflettere, ma in primis direbbe una bugia e in secondo luogo giustificherebbe un lavoro in cui va bene tutto, ma tutto perde un po’ di senso.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3
Recitazione - 2.5
Sonoro - 3
Emozione - 2.5

2.8

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